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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Pedofilia, “L’ex sacerdote non deve essere scarcerato”

Pedofilia, “L’ex sacerdote non deve essere scarcerato”

Redazione WebNews by Redazione WebNews
18 Marzo 2010
in Emilia Romagna
Reading Time: 5 mins read
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Il religioso, condannato a 12 anni per abusi sessuali su bambini è stato espulso dalla chiesa, ma secondo l’associazione che fece aprire l’indagine si rischia la scarcerazione per cavilli giudiziari. “Potrebbe tornare in Nicaragua per regolare i conti con i testimoni”

Pedofilia, “L’ex sacerdote non deve essere scarcerato”

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L’Associazione Solidando Onlus di Cagliari ha diffuso una nota nella quale esprime il timore che Marco Dessì, ex sacerdote missionario in Nicaragua, torni in libertà. Il religioso, dopo una lunga inchiesta partita proprio da Parma, era stato condannato in primo grado a 12 anni di reclusione, con rito abbreviato, per abusi sessuali su minori accolti nella missione sudamericana affidata alla sua responsabilità. Recentemente era stato espulso dalla Chiesa con un decreto di Benedetto XVI (la vicenda). L’associazione, dalla quale era partita la denuncia degli abusi, teme che Dessì possa essere rimesso in libertà per una serie di cavilli giudiziari e possa, quindi, ritornare in Nicaragua per ”regolare” i conti con quanti hanno testimoniato contro di lui e con i loro familiari.

http://parma.repubblica.it/cronaca/2010/03/18/news/condannato_per_pedofilia-2750238/

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Il caso del prete pedofilo di Villamassargia ha fatto da apripista alla lettera di Benedetto XVI sugli abusi sessuali del clero. Una nota ufficiale inviata dal Vaticano anche a quelli che denunciarono la vicenda.

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di LUCIO SALIS

Domani il Papa divulgherà una lettera sulla pedofilia. È destinata a tranquillizzare i fedeli della Chiesa d’Irlanda, dopo lo scandalo, illustrato nel Murphy commission report , per il quale lo stesso Ratzinger aveva pubblicamente espresso «vergogna». Ma, indirettamente, riguarderà tutti gli altri Paesi nei quali è esploso il fenomeno dei preti pedofili. Compresa la Germania, dove schizzi di fango hanno sfiorato la stessa figura del Pontefice, (o meglio, il fratello Georg, direttore del coro di Ratisbona).

TRASPARENZA Ormai è un’onda montante che la Chiesa affronta mostrandosi aperta, pronta a discutere pubblicamente, per arginare l’accusa di aver fatto finta di non vedere anche i casi più scabrosi e di averne insabbiati altrettanti. È in corso una strategia della trasparenza che, insieme a Ratzinger, ha visto scendere in campo cardinali (ultimo monsignor Rino Fisichella) e dignitari della Chiesa abituati a operare in silenzio. Come monsignor Charles J. Chicluna, severo Promotore di giustizia (Pm) della Congregazione per la dottrina della fede (l’ex Sant’Uffizio), capo degli 007 in tonaca, custode dei più scabrosi segreti della Santa sede. Il quale ha addirittura rilasciato un’intervista (tradotta in quattro lingue, la prima e unica che si ricordi) al quotidiano L’Avvenire , in cui ha citato 3000 casi, fra efebofilia, attrazione per adolescenti dello stesso sesso, rapporti eterosessuali e vera e propria pedofilia.

IL CASO SARDO Con una franchezza un tempo impensabile, oggi indispensabile per difendere l’immagine della Chiesa cattolica nel mondo. Per coincidenza di tempi, l’operazione non abbiamo niente da nascondere investe anche la Sardegna. Uno degli ultimi casi di cui si è dovuta occupare la Congregazione per la dottrina della fede riguarda infatti Marco Dessì, l’ex missionario di Villamassargia ridotto dal Papa allo stato laicale dopo aver abusato, per anni, dei bambini del Coro del Getsemani (ancora una volta un coro) nell’Hogar del nino (orfanotrofio) di Chinandega (Nicaragua). Nei giorni scorsi, la Congregazione ha comunicato, con una lettera ai volontari sardi ed emiliani che lo avevano denunciato, di aver cacciato Dessì dalla Chiesa. Una nota ufficiale, intestata Congregatio pro doctrina fidei , sormontata dallo stemma vaticano, numero di protocollo 239/2006-31234, inviata alle associazioni Solidando, di Cagliari e Rock no war di Modena.

IL MESSAGGIO Firmata dal segretario della Congregazione, Luis F. Ladaria, arcivescovo titolare di Thibica, spedita per posta, come quelle che partono dai palazzi di giustizia di tutta Italia. E, a parte un tocco di solennità tipico del mittente (accanto al protocollo: in responsione fiat mentio huius numeri) si nota lo stile burocratico «A riscontro della Sua pregiata…» e sbrigativo col quale si liquida «il signor Marco Dessì, una volta sacerdote della Pia Associazione Gesù divino operaio , condannato per abuso di minori dalla competente autorità italiana». Ma è il significato più profondo della missiva a colpire. Mentre in tutte le parti del mondo la Chiesa cattolica viene accusata di occultare e sopire gli scandali, in questo caso dà testimonianza di aver ricevuto da un gruppo di cittadini una denuncia contro un suo ministro, di aver svolto le opportune indagini e di aver fatto giustizia.

LA CONDANNA Tutto alla luce del sole. Con la necessaria prudenza, ma in tempi accettabili: meno di cinque anni, fra la denuncia e la sentenza. Intanto la magistratura italiana arranca, fra Cassazione e appelli. Dalla lettera emerge inoltre la severissima procedura applicata nei confronti di Dessì, “dimesso dallo stato clericale ex officio et in poenam” con un decreto della Congregazione autorizzato dal Pontefice in persona. Come lo stesso Chicluna dichiarò al cronista (e poi ha confermato nell’intervista ad Avvenire) «nel 10 per cento dei casi, quelli particolarmente gravi e con prove schiaccianti, il Santo Padre si è assunto la dolorosa responsabilità di autorizzare un decreto di dimissione dallo stato clericale». Non si è ritenuto opportuno neppure celebrare un processo penale o amministrativo, com’è avvenuto nel 20 per cento delle vicende su preti pedofili. Per accertare le responsabilità di Dessì, infatti, nel 2005 Chicluna inviò in Nicaragua il suo vice, padre Pedro Funes Miguel Diaz. Al suo rientro, emise un precetto che intimava al prete sardo di tornare immediatamente in Italia, ritirarsi in una casa di preghiera e di astenersi dalla celebrazione dei sacramenti.

LE PAURE Anche oggi il Vaticano teme che, una volta scontata la pena (8 anni), l’ex prete possa rientrare in Nicaragua dove, coi soldi dei benefattori, ha realizzato scuole, ospedali, e istituti di ricovero. Patrimonio di valore che, mentre era confinato in Italia, si premurava di far intestare a parenti. Da qui, l’emissione, il 13 gennaio scorso, di un decreto penale, a pena di interdetto, col quale «per il bene delle anime e per impedire la reiterazione dei delitti denunciati», si inibisce a Dessì di rimettere piede in Nicaragua senza il permesso scritto della Congregazione. Anche l’associazione Solidando, in un comunicato, esprime la preoccupazione che «Marco Dessì possa tornare in Nicaragua per regolare i conti con quanti hanno testimoniato contro di lui e con i loro familiari, già pesantemente minacciati», ma soprattutto «che possa riprendere le sue pratiche illecite ai danni dei minori».

LA MORALE Dopo aver richiamato i termini della triste vicenda, Solidando scrive: «La Santa Sede ci ha incoraggiato nel nostro proposito di denunciare il fatto alla magistratura italiana». Successivamente, la stessa Congregazione per la dottrina della fede ha contribuito all’assistenza dei giovani arrivati in Italia dal Nicaragua per deporre in Tribunale e si è preoccupata di tutelarli al rientro nel loro Paese. Riguardo alla dolorosa esperienza nel paese del centro America, Solidando precisa di aver agito contro Marco Dessì «con il solo scopo di pervenire alla verità e come responsabilità morale nei confronti di tutte le persone che hanno sostenuto e sostengono i nostri progetti».

Giovedì 18 marzo 2010 08.25

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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