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Il cardinale Dziwisz accusato di aver taciuto gli abusi sessuali dei preti polacchi

Redazione WebNews by Redazione WebNews
15 Febbraio 2007
in Città del Vaticano
Reading Time: 4 mins read
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Preti pedofili, il segreto di Stanislao

Il cardinale Dziwisz accusato di aver taciuto gli abusi sessuali dei preti polacchi
GIACOMO GALEAZZI

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CITTA’ DEL VATICANO

Il cardinale Stanislao Dziwisz, per quarant’anni segretario di Karol Wojtyla (ventisette dei quali in Vaticano) e attuale arcivescovo di Cracovia, è accusato di aver coperto casi di abusi e molestie perpetrati da prelati polacchi e alte personalità ecclesiastiche. Nel mirino, il mancato intervento del braccio destro di Giovanni Paolo II in alcune vicende particolarmente scabrose, nonostante le circostanziate denunce coinvolgessero influenti personalità della gerarchia ecclesiastica.

Tra questi, un arcivescovo connazionale e amico di don Stanislao e il fondatore dell’ordine religioso in maggior crescita oggi al mondo: i Legionari di Cristo. Fin dal 2000 l’«angelo custode» del Pontefice sarebbe stato informato di gravi casi di molestie che vedevano coinvolti prelati celebri, ma avrebbe «insabbiato» il dossier che proveniva dal clero polacco e da un tribunale ecclesiastico sudamericano. L’accusa è pesante, simile a quella che ha costretto alle dimissioni il cardinale Bernard Law, l’ex arcivescovo di Boston nominato arciprete di Santa Maria Maggiore a Roma. In primo luogo risulterebbe che il cardinale Dziwisz avrebbe ignorato le rivelazioni di esponenti della Chiesa polacca che avevano per oggetto un suo sodale. Invece di attivarsi per verificare le gravissime accuse contenute nelle informative, don Stanislao avrebbe tenuto prudentemente in un cassetto gli allarmanti documenti che gli aveva inviato, sette anni fa, un gruppo di sacerdoti per avvertirlo degli abusi di monsignor Juliusz Paetz, allora arcivescovo di Poznan, a danno di seminaristi. I preti che avevano indirizzato l’informativa riservata a don Stanislao si aspettavano una pronta reazione da parte del segretario del Papa e avrebbero scoperto, invece, con grande stupore, che Karol Wojtyla era stato completamente lasciato all’oscuro della vicenda.

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Lo scandalo dell’arcivescovo Paetz venne poi alla luce indipendentemente dalla denuncia fatta giungere a monsignor Dziwisz e portò alle clamorose dimissioni del presule polacco nel 2002. Le accuse aleggiavano da diverso tempo attorno all’arcivescovo Paetz, al punto che la Conferenza episcopale polacca aveva messo segretamente al lavoro una commissione d´inchiesta. I testimoni d’accusa (giovani vittime di molestie sessuali) sono più di una dozzina e incombeva la minaccia che la vicenda potesse allargarsi a prelati vicini a monsignor Paetz negli anni del suo soggiorno in Vaticano come assistente alla Camera pontificia.

Segnalazioni tutt’altro che rassicuranti erano giunte sul suo conto anche dal giudice polacco della Rota Romana, monsignor Antoni Stankiewicz e da un’amica di gioventù di Karol Wojtyla, la psichiatra Wanda Poltawska, guarita da un tumore terminale, nel 1962, per l’asserita intercessione di padre Pio. Malgrado il silenzio di don Stanislao, dopo un paio di anni, monsignor Paetz, chiacchierato dai suoi stessi sacerdoti per i rapporti con alcuni studenti e chierici del seminario, fu allontanato dalla prestigiosa carica. Ma ciò solo in seguito a un articolo pubblicato dell’autorevole quotidiano «Reczpospolita». Fino all’ultimo il presule ha negato le accuse, sostenendo di aver rassegnato le dimissioni «per il bene della chiesa di Poznan».

Nelle vicende di abusi compiuti da prelati, le omissioni attribuite a don Stanislao, oggi depositario di quel ricchissimo archivio personale che Giovanni Paolo II aveva chiesto fosse dato alle fiamme dopo la sua morte, non si limitano alla Polonia ma coinvolgono anche il leder dei Legionari, un corpo scelto e superpreparato di sacerdoti e laici di tutto il mondo, in rapidissima espansione.

Nel 2002, sempre nel ruolo delicatissimo di segretario personale del Pontefice, monsignor Dziwisz avrebbe ricevuto la lettera di don Antonio Ornelas, un sacerdote messicano, membro del tribunale ecclesiastico diocesano, che portava alla luce gli abusi e le molestie di padre Marcial Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo. Anche in questo caso, la risposta di don Stanislao sarebbe stata il silenzio. Del resto un processo canonico avrebbe inevitabilmente costretto il Vaticano ad affrontare spinosissime questioni. Nel caso Maciel, infatti, i capi d’accusa fanno riferimento al canone 977 (assoluzione di un complice nel peccato contro il sesto comandamento, ossia «non commettere atti impuri»). Nella legislazione ecclesiastica l’abuso sessuale di un sacerdote, sia pure sui minori, è meno grave del cosiddetto delitto di «complicità», quando, cioè, il sacerdote confessore assolve colui o colei con cui ha avuto rapporti sessuali. Nel primo caso è prevista la sospensione o al massimo la dimissione del sacerdote, nel secondo, è prevista la scomunica «latae sententiae» riservata alla Sede Apostolica. Ed è proprio questo il delitto di cui si sarebbe macchiato padre Maciel e sul quale le autorità vaticane si sarebbero dovute pronunciare. Anche lui, però, fu allontanato dal suo posto molto tempo dopo la denuncia rivolta a don Stanislao, e cioè solo nel 2005, per iniziativa di papa Ratzinger, nel frattempo succeduto a Karol Wojtyla. Ad aver colto i limiti del provvedimento vaticano, è il canonista messicano padre Antonio Roqueñi, per otto anni cappellano universitario dell’Opus Dei, e poi, per vent’anni, canonista al Tribunale ecclesiastico di Città del Messico, che ha deciso di offrire la propria opera di canonista agli accusatori di padre Maciel. Dopo «attento studio e investigazione», Benedetto XVI gli ha inflitto come pena «una vita riservata di preghiera e penitenza».

L’accusa di aver tentato di coprire gli scandali sessuali nella Chiesa raggiunge il cardinale Dziwisz mentre è ancora aperta nella conferenza episcopale polacca la ferita delle dimissioni del neo-arcivescovo di Varsavia Stanislaw Wielgus. Un’onda lunga che ha raggiungo anche l’arcidiocesi di Cracovia. Anche monsignor Janusz Bielanski, stretto collaboratore del cardinale Dziwisz, è stato costretto a dimettersi da rettore della cattedrale di Cracovia per le accuse di collaborazionismo con i servizi segreti polacchi. In questo, caso come per i silenzi addebitati a don Stanislao nello scandalo dei prelati molestatori, la risposta di padre Robert Necek, portavoce del cardinale di Cracovia, è categorica: «Sua Eminenza non ha insabbiato nulla, non c’è alcuna testimonianza, si tratta di accuse assolutamente ingiuste».

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http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezion…18364girata.asp

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.

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