Osservatorio della Rete L'ABUSO

Categoria: Campania

  • Abusi, Ponticelli si divide sul sacerdote sotto accusa

    Abusi, Ponticelli si divide sul sacerdote sotto accusa

    «Tutti si fidavano di lui». «No, molti sapevano e ora tacciono»
    Francesco Lo Dico
    Le loro vite erano separate da duecento metri. Giusto cinque minuti a piedi, tra via delle Botteghelle e via Heminghway, nel cuore del rione Incis di Ponticelli. Ma allora, nella seconda metà degli anni 80, nessuno dei due poteva immaginare che tanta vicinanza li avrebbe scagliati in un abisso trent’anni dopo. Da un parte lui, padre S. il presunto carnefice. Dall’altra Diego, presunta vittima dei suoi abusi. Cinque anni di violenze, che Diego Esposito (nome di fantasia) avrebbe subito dal sacerdote tra 1’87
    e il 92, quando aveva appena undici anni. E che, denunciati a partire dal 2010 alla Curia di Napoli, sono rimasti dopo sei anni ancora inascoltati. Tanto che nell’esposto scritto al Papa lo scorso novembre, l’uomo ha accusato il cardinale Sepe di aver coperto il sacerdote. Un dolore profondo, quello di Diego, che ancora ieri ha provocato in lui un nuovo sussulto. Il comunicato emesso ieri dalla diocesi di Napoli in risposta alle sue accuse, ha riportato il suo nome autentico. Circostanza che ha spinto la rete L’Abuso, che da anni assiste Esposito nella sua battaglia, a chiedere alla Curia danni per un milione di euro.
    A Ponticelli, don S. lo ricordano in molti. «Era alto, snello, sempre in completo scuro», racconta Adriana, titolare della

    Pasticceria La Rocca. «Mi colpivano i suoi occhiali: una vistosa montatura dorata, tutta luccicante». Alla fine degli anni 80, insegnante di religione alla scuola media Borsi 2 di Ponticelli, padre S. amava circondarsi di giovani. «Era il mio professore di religione alle medie», racconta Michele, oggi poco più che quarantenne. «Tre di noi lo hanno avuto come insegnante. Siamo otto fratelli. Ma a noi non ha mai torto un capello, mai una parola di troppo». Michele ricorda che padre S. amava intrattenere gli studenti con un gioco. «Nominavamo a turno un qualunque Paese del mondo, e lui ci diceva qual era la Capitale. Un uomo coltissimo». Ma non tutti i quarantenni come Michele, del sacerdote custodiscono un bel ricordo. «Ero un suo chierichetto», sussurra un uomo che chiameremo Davide. Poi abbassa gli occhi, si porta il pugno alla bocca, e la sua rabbia erompe improvvisa: «Quel prete invitava i ragazzi a casa sua. È tutto vero quello che scrivono, è vero quello che ha fatto. Diego lo hanno fatto passare per pazzo. Ma io lo conosco da quand’era bambino. E se ora è pazzo c’è stato qualcuno che lo ha fatto impazzire».
    Anche nel piccolo bar a pochi passi dall’abitazione del prete, non sembra esserci grande sorpresa per la denuncia di abusi sessuali lanciata da Diego Esposito. «Qui lo sanno tutti che cosa è successo, ma molti fanno finta di non sapere», spiega una donna alla cassa sui 60 anni. Ma la sorella, qualche anno più grande di lei, interviene pronta. «Don S. era un amico di famiglia, quando Diego andava a casa sua a fare i compiti, i genitori si sentivano tranquilli. Erano altri tempi». In fondo erano duecento metri, da casa di Diego a quella del parroco. Padre S. ha continuato ad abitarci fino a120l5. Ma oggi, in quella casa al primo piano all’interno di un grande stabile, le finestre sono sbarrate. Sul citofono c’è ancora il suo cognome, ma non risponde nessuno. «Padre S. ci abitava con la sorella fino a poco tempo fa», spiega un vicino. «Ma ora è vuota, è stata venduta di recente». Nell’86, Don Ciro Cocozza, ponticellese doc, era il parroco di Santa Maria delle Grazie. Ma a sentire il nome di padre S., suo vice di allora, e delle gravi accuse che gli ha mosso Esposito, sembra scosso da un fremito. «È per me una grave ferita – dice mentre si prepara a dire messa a Maria Santissima della Neve ¬comprenderà che non posso aggiungere altro». Nei dintorni della piccola chiesa di Porchiano, il nome di don S.M. evoca emozioni contrastanti. «Una brava persona, aiutava tutti», ripetono in molti. Ma nelle stradine intorno a Santa Maria delle Grazie, il signor Giuseppe (nome di fantasia) si sporge dal suo cancelletto incuriosito. Ha una settantina d’anni, tra i capelli ancora un po’ di nero. Fa segno di avvicinare i con le dita, poi inizia a parlare. «Oltre a Diego, c’è stato un altro ragazzo. Don S. lo ha cresciuto come un figlio. Da grande gli ha anche trovato lavoro in ospedale. A quel giovane voleva bene. Era buono quel sacerdote, ma aveva quel difettuccio … », dice mentre si guarda intorno. Un altro presunto caso di abusi? «Quella di padre S. era una malattia .

    Una volta che si scatena, guarire è impossibile», mormora d’un fiato.
    La moglie affiora come un’ombra dal portoncino di casa e tira il marito per un braccio. «Don S. era una brava persona – borbotta mentre agita le braccia. Se il Signore perdona, dobbiamo perdonare pure noi». La porta si richiude dietro di loro come uno schiaffo. A Ponticelli è calato il buio.

    Da Il Mattino

  • Caso del prete pedofilo, parla la vittima. “Mi dissero: non andare dai dottori, fai solo preghiere”

    Caso del prete pedofilo, parla la vittima. “Mi dissero: non andare dai dottori, fai solo preghiere”

    Diego Esposito: “Il cardinale non mi ha dato voce, e io ho perso anche il lavoro”

    di STELLA CERVASIO

    Parla la vittima degli abusi, Diego Esposito, che accusa un sacerdote, la Curia e ora il cardinale Sepe. «Sono arrabbiato».

    Per il passato?
    «Anche per il presente: la Curia ha reso nota la mia identità nella sua nota diffusa alla stampa: è un reato. Querelerò».

    La Curia sostiene di aver svolto la sua inchiesta e che non c’erano elementi per accusare il sacerdote.
    «Andai da lui e gli dissi che mi aveva violentato da bambino. Lui non risponde nè sì nè no. Aggiunsi che il mio medico mi aveva suggerito di denunciarlo e lui replicò: non andare dai dottori, mangiano solo i soldi e sono uomini come te. Piuttosto affidati alla preghiera. È stato il Signore a farti venire da me a confessare».

    Lei che cosa avrebbe dovuto fare?
    «Pregare. Così mi disse. Mentre io gli raccontavo che stavo male e vomitavo di continuo, lui faceva finta di leggere. Poi mi fece recitare un’Ave Maria e un Padre nostro».

    Che prove ha?
    «Ho raccontato anche ai carabinieri il particolare intimo di una malformazione al pene. Io non volevo accusare il cardinale di aver ignorato la mia denuncia, ma è lui che non mi dà voce, eppure sono un uomo di chiesa. Tutto è nato da un malore che ho avuto, e ho detto tutto».

    E poi che cosa è accaduto?
    «Ho perso il lavoro, facevo la guardia giurata, ora vivo di carità».

    È cambiata qualcosa nella sua fede?
    «Il danno più grave è spirituale, credevo nella Chiesa, pensavo di essere accolto. La mia prima denuncia al vescovo Lemmo perché è stata cestinata? E ancora: io presentai una denuncia scritta ai carabinieri dove facevo il nome di don S. M.. Perché non mi ha mai querelato?».

    Quando l’ha visto l’ultima volta?
    «Quando andai a ricordargli che cosa mi aveva fatto, nel 2010, nella sua parrocchia di Pollena. Un mese dopo presentai la denuncia ai carabinieri. Gli dissi: “Tu da bambino mi hai violentato”. Mi aspettavo che mi rispondesse “Che dici? Tu non stai bene, fatti curare la testa”, invece mi raccomandò di non rivolgermi ai medici. In più dal 2010 al 2014, dopo la mia denuncia, che fu insabbiata, venne mandato via da Ponticelli e assegnato a una scuola di Cicciano, dove c’erano altri bambini».

    Quali danni ha avuto?
    «Sono andato a scuola fino alla terza media e a un anno di superiori. Ho dovuto lasciare perché avevo paura di morire e terrore dell’Aids. A 16 anni cominciai a stare male e ne parlai con quel prete: “Ho bisogno di un medico”. Per tutta risposta lui mi comprò una motocicletta. Acquistò un Aprilia 125, che intestò a suo nome e che mi faceva guidare senza patente, sperando che io mi distraessi. Di tutte queste cose ho informato la Curia».

    La Curia però sostiene che lei ha rifiutato la perizia psichiatrica.
    «Dopo che ho fatto lo sciopero della fame e ho scritto al Papa, l’anno scorso mi ha visitato un medico, ci andai col mio dottore. Ho tre ore e mezza di registrazione».

    Perché ha registrato?
    «Aveva sulla scrivania una telecamera, cosa che non è permessa. Allora registrai anch’io».

    Come andò la visita?
    «Mi diceva solo “è colpa tua perché hai accettato di andare a casa del prete”. Dopo quell’incontro le mie condizioni peggiorarono. Mi chiese di vedermi altre dieci volte, e lì rifiutai».

    Che cosa vorrebbe dire al cardinale Sepe?
    «Mi piacerebbe dirgli: nella Chiesa ci sono anche brave persone, ma chi sbaglia rende conto a Dio».

    Che cosa direbbe al prete che accusa?
    «Non vorrei incontrarlo mai più. A casa sua c’era un viavai di bambini come me, ma non potrei dire che anche a loro accadeva la stessa cosa. Mi sentivo suo complice. Ci faceva paura proiettando film di preti indiavolati. Solo dopo scoprii che il film era “L’Esorcista”».

    http://napoli.repubblica.it/cronaca/2017/02/07/news/caso_del_prete_pedofilo_parla_la_vittima_mi_dissero_non_andare_dai_dottori_fai_solo_preghiere_-157733354/

  • Abusi, il prete napoletano continuò a insegnare

    Abusi, il prete napoletano continuò a insegnare

    Da sei anni denuncia di essere stato vittima di abusi, ancora tredicenne, da parte di un sacerdote. Ma i suoi appelli alla Curia di Napoli, accusa l’uomo, sono rimasti inascoltati. E così Diego Esposito (nome di fantasia), quarantenne di Ponticelli, si è rivolto al Papa per «denunciare il cardinale Crescenzio Sepe per grave negligenza nell’esercizio del proprio ufficio». Gli addebiti contenuti nella missiva inviata a Bergoglio l’11 ottobre scorso, sono stati respinti dalla Curia di Napoli, nella nota diffusa ieri. Gli «atti dell’attività istruttoria» legati alla storia di Esposito – recita il comunicato – sono stati trasmessi alla Congregazione per la dottrina della fede ma «questa nel 2016 riteneva non essere emersi gli elementi sufficienti per avviare un processo penale».

    Come stanno davvero le cose? «Nell’anno 2010 – dice il cancelliere di Sepe – abbiamo ricevuto «le lettere da parte della presunta vittima di abusi e del suo psichiatra risalenti al periodo tra il 1986 e il 1992». I I fatti incriminati, sono quelli denunciati più volte da Diego Esposito in passato: studente delle medie presso l’istituto Borsi 2 di Ponticelli, fu vittima di violenze da parte del suo insegnante di religione, S.M, allora viceparroco alla Santissima Annunziata di Pollena Trocchia.

    Nel 2009, a vent’anni da quelle dolorose circostanze, Esposito è preda a un’ansia sempre più incontenibile. Decide
    di rivolgersi a uno psichiatra e poi di sporgere denuncia ai Carabinieri di Ponticelli. Ma è ormai il 2010: il presunto reato non è perseguibile, perché caduto in prescrizione. L’uomo non demorde e a maggio del 2010 si rivolge al cardinale Sepe, «senza avere alcuna risposta», precisa. Ma la nota della Curia smentisce: «L’Arcivescovo – vi si legge – incaricò immediatamente il Vicario generale di condurre un’indagine». Fu ascoltata «la stessa presunta vittima», «il suo psichiatra» ed il sacerdote accusato che «fin da subito negò». «Nonostante nulla confermasse le accuse – spiega il comunicato – si convenne insieme al sacerdote sull’opportunità di un periodo sabbatico di riposo e distacco dalla Parrocchia presso una comunità religiosa, fuori diocesi». Ma è proprio su questo «distacco», che la vicenda si tinge di giallo. Si scopre difatti nel 2012 che don S.M. è stato trasferito all’istituto alberghiero C. Russo di Cicciano, dove insegna religione a breve distanza dalla parrocchia di Pollena Trocchia. E che, dopo le segnalazioni della rete anti-pedofili l’Abuso e della stessa presunta vittima, il prete viene trasferito di nuovo nel 2013 in una scuola media del napoletano, l’istituto Serao di Volla. Indignato, Esposito scrive una prima lettera a papa Francesco all’inizio del marzo 2014: accusa il cardinale Sepe di aver ignorato per quattro anni le sue denunce. Tre settimane dopo, il 26 marzo, il Vaticano risponde con una missiva firmata da monsignor Becciu: «Quanto comunicato è stato portato all’attenzione del Dicastero competente». Papa Francesco sarà di parola. La Congregazione per la dottrina della fede affida il 2 ottobre 2014 «all’Arcidiocesi di Napoli il compito di effettuare un’indagine. Ma a questo punto arriva l’intoppo. Su indicazione del Vaticano, precisa la Curia, Esposito viene invitato a sottoporsi a una perizia psichiatrica di parte, ma l’uomo oppone alla richiesta un secco rifiuto. È forse questa la ragione che nel 2016 fulmina il processo contro il prete accusato da Diego?

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  • Prete pedofilo, la difesa della Curia

    Prete pedofilo, la difesa della Curia

    In una nota la replica alla denuncia di un 40enne contro il cardinale Sepe per non aver avuto giustizia “Non emersero elementi sufficienti per avviare un processo penale nei confronti di quel sacerdote”
    L’INDAGINE STELLA CERVASIO UN uomo contro la Curia di Napoli.
    Diego Esposito nome di fantasia – è oggi un quarantenne che denuncia di essere stato violentato da un prete per 4 anni a partire da quando ne aveva 13. Si è
    rivolto a papa Francesco, che con il “motu proprio” ha deciso che la responsabilità delle indagini sui casi di pedofilia che infestano la Chiesa è dei vescovi.

    La Curia risponde che «per due volte non è risultato nulla» a carico di S.M., il sacerdote accusato dalla vittima. Una brutta storia di orchi che Diego
    Esposito (nome di fantasia) racconta da quando, sei anni fa, ebbe un crollo emotivo, e, da un letto di ospedale rivelò alla mamma e alla moglie di essere stato un bambino abusato.

    Violentato da un sacerdote viceparroco dell’oratorio che frequentava, lui ragazzino di una periferia difficile: Ponticelli. Un religioso che, quando lui andò a dirgli che stava male per quel tremendo ricordo che l’aveva marchiato a fuoco, rispose: «Di’ un’Ave Maria». Lo stesso prete si fece strada nei cuori dei familiari di Diego, che all’inizio non riusciva ad accusarlo e se lo ritrovava davanti di continuo: intanto era cresciuto e fu lui a unirlo in matrimonio alla moglie e battezzò i suoi due figli quando nacquero.

    Dopo anni il coraggio venne fuori, come spesso capita in casi come questo. «Vado avanti, non mi fermo, voglio spiegazioni dalla Curia», dice Esposito per il quale i legali di “Rete L’Abuso” – un network formato da vittime di storie come la sua – hanno fatto una richiesta di danni in sede civile di oltre l milione di euro che illegale Carlo Grezio ha corredato con una perizia medico legale. A credergli e ad aiutare Diego furono uno psichiatra, Alfonso Rossi, e il responsabile di “Rete L’Abuso”, Francesco Zanardi. La storia è tornata a galla l’ll ottobre scorso, quando Esposito ha presentato un esposto al Papa e al prefetto della Congregazione per i vescovi, nel quale scrive: «Intendo denunciare il cardinale Crescenzio Sepe per grave negligenza nell’esercizio del proprio ufficio». Denuncia alla quale la Curia ha risposto ieri con una nota della Cancelleria arcivescovile, a firma del responsabile padre Luigi Ortaglio: «Nonostante il reverendo S.M. avesse sempre goduto della stima dei superiori e dei fedeli, l’arcivescovo incaricò immediatamente il vicario generale di condurre un’indagine per verificare la verosimiglianza delle accuse mosse ».

    Furono effettuate verifiche ascoltando Esposito e il suo psichiatra e lo stesso S.M. «il quale fin da subito negò decisamente ». Ciononostante prosegue la nota «si convenne insieme a S.M. sull’opportunità di un periodo sabbatico di riposo e distacco presso una comunità religiosa fuori diocesi». Lo spedirono in Umbria, a Città di Castello.

    Passano 4 anni e Esposito torna alla carica per essere ancora ascoltato dalla Curia e scrive a Bergoglio. Viene convocato da uno psichiatra incaricato dalla Curia. Ma la perizia – informa il comunicato – «non si può espletare per il rifiuto del periziando».
    Esposito smentisce: «Mi chiesero dieci incontri e allora mi opposi. Quel medico non faceva altro che dare la colpa a me per quello che era accaduto». Il caso venne quindi chiuso: «La Congregazione per la dottrina della fede – dice ancora la nota di Palazzo Donnaregina – nel 2016 ritenne non essere emersi gli elementi
    sufficienti per avviare un processo penale a carico di don S.M.».

    Francesco  Zanardi è a capo dell’associazione delle vittime “Rete L’Abuso”: «Abbiamo altri  cinque casi con accuse a don S.M. So cosa prova una persona quando non riesce a ottenere giustizia, non quella economica ma il riconoscimento di quello che ha  subito». Un’osservazione sul comunicato della Curia: «Nella nota del cardinale si  legge che il procedimento è stato chiuso nel 2016 – dice Zanardi – ma sappiamo di  una conversazione telefonica di due settimane fa in cui a Diego dalla Curia  riferiscono che la questione è ancora aperta.

    Non è giusto tenere falsamente sulle spine una persona che non ha avuto un minimo di risarcimento neanche sotto il profilo umano. Quel sacerdote fu mandato in una comunità dove indirizzano tutti i preti che hanno avuto la sua stessa accusa e dove è stato anche don Desio, parroco di Saronno condannato per pedofilia e altri di cui si sono interessate le cronache. Riceviamo regolarmente proteste dai preti di Città di Castello che dicono che non viene esercitata alcuna sorveglianza su questi religiosi inviati lì “per il recupero”, che escono dalla struttura quando vogliono».

    STELLA CERVASIO. Repubblica Napoli del 07-02-17

  • “Coprì gli abusi del prete pedofilo”. Denuncia al Papa contro il cardinale Sepe

    “Coprì gli abusi del prete pedofilo”. Denuncia al Papa contro il cardinale Sepe

    L’arcivescovo di Napoli al centro dell’esposto di una vittima: “Da lui gravi negligenze” È il primo procedimento dopo il motu proprio di Francesco sulla responsabilità dei prelati

    di ELENA AFFINITO e GIORGIO RAGNOLI

    “Con la presente lettera intendo denunciare il cardinale Crescenzio Sepe, per grave negligenza nell’esercizio del proprio ufficio”. Inizia così l’esposto di Diego Esposito (il nome è di fantasia), inviato al Papa e al prefetto della Congregazione per i vescovi, cardinale Marc Ouellet, lo scorso 11 ottobre. Si tratta della prima denuncia che si appella alla lettera apostolica motu proprio “Come una madre amorevole”, scritta dal Pontefice e diventata legge canonica il 5 settembre 2016, che stabilisce la rimozione dei vescovi colpevoli di grave negligenza nella gestione dei casi di abusi sessuali da parte di sacerdoti. Per mesi una commissione di giuristi nominati da Bergoglio si è riunita in segreto per studiare i termini della nuova norma. L’intenzione era quella di rendere più trasparente la gestione dei casi, limitando il potere dei vescovi e permettendo alle vittime, nel caso di colpevolezza delle diocesi, di ottenere il giusto risarcimento.

    LE VIOLENZE
    Nella lettera Diego racconta la sua storia che comincia in un sobborgo di Napoli nel 1989: “Fui abusato all’età di 13 anni dal mio insegnante di religione, don S. M.”. Vent’anni dopo, nel 2010, Diego è un uomo sposato con figli che fa la guardia giurata; mentre sta scortando un furgone portavalori, ha un malore e viene portato d’urgenza al pronto soccorso. I medici non trovano la causa del suo malessere. Mentre è ricoverato, confessa alla madre e alla moglie, incredule, il suo segreto.

    IL REATO PRESCRITTO
    Inizia una terapia con uno psichiatra, il dottor Alfonso Rossi, che per anni ha diretto l’unità malattie mentali dell’ospedale di S. Maria Capua Vetere. I test psicologici confermano un vissuto di abusi sessuali. Il reato penale è ormai prescritto, non rimane che appellarsi alla giustizia canonica. Diego chiede un colloquio con il Cardinale Sepe per denunciare i fatti, ma non ottiene risposta. Dopo un anno, nel 2011, incontra il vescovo ausiliare Lucio Lemmo, ma non viene aperto nessun procedimento. Quando nel 2013 Diego scopre che il prete continua ad insegnare, decide di raccontare tutto alla stampa rilasciando un’intervista a “RE le Inchieste” di Repubblica.it. La sua storia diventa un caso internazionale arrivando sulla prima pagina dell’edizione domenicale del Washington Post diretto da Martin Baron, l’ex direttore del Boston Globe ai tempi del caso “Spotlight”.

    LA LETTERA DEL PONTEFICE
    Nel marzo 2014, dopo quattro anni di battaglie contro i mulini a vento, scrive a Papa Francesco che gli risponde promettendo di occuparsi del caso. Sei mesi dopo la curia di Napoli è costretta ad aprire un’indagine. A novembre Diego viene convocato dal vicario giudiziale della diocesi, padre Luigi Ortagli, per una deposizione, ma non ci sono altri sviluppi. Nel luglio 2015, sull’orlo dell’esaurimento, invia una mail a don Ortagli nella quale minaccia di spararsi con l’arma di ordinanza davanti alla curia se non avrà una notizie della sua denuncia. Viene segnalato all’autorità giudiziaria che gli ritira il porto d’armi. Diego perde il lavoro. Nel maggio 2016 Diego accetta di sottoporsi ad una visita psichiatrica presso un perito nominato dalla diocesi. Dopo uno sciopero della fame, ottiene di essere accompagnato dal suo psichiatra. “Non si è trattato di una perizia medico legale, ma di un interrogatorio in stile Gestapo”, racconta Alfonso Rossi. “Le stesse domande venivano ripetute fino allo sfinimento con l’intenzione di dare il carico delle responsabilità delle violenze subite al ragazzo. Io stesso ho lavorato per il tribunale, ma ho sempre condotto le visite con il massimo rispetto per le presunte vittime”.

    LA CURIA E LE VITTIME
    Un monsignore, esperto di diritto canonico, che preferisce rimanere anonimo, conferma che la Curia romana è perfettamente consapevole delle tattiche usate dalle diocesi per sabotare le denunce. “È raro che le curie si schierino sinceramente dalla parte delle vittime. La preoccupazione principale non è la giustizia, ma tutelare la Chiesa, in particolare dal punto di vista economico. La prassi di portare allo sfinimento una vittima non è nuova”, continua la fonte, “fino a logorare la richiesta di giustizia. Inoltre non è raro che i periti nominati siano collusi con le curie. Sulle indagini il Papa di fatto non ha alcun potere, tutto viene gestito dai vescovi, senza alcuna garanzia di imparzialità. Nel caso in questione, la cosa strana è che il denunciante dopo sei anni non ha ancora ricevuto nessuna comunicazione, né una conclusione istruttoria, né un giudizio di archiviazione da parte dell’autorità ecclesiastica. Gli indizi di negligenza sembrano seri, ci sono tutti i presupposti per iniziare l’indagine”.

    Qualora il Papa giudicasse verosimili le prove presentate, nominerà una commissione ad hoc per svolgere l’indagine. E poiché si tratta di un procedimento a carico di un cardinale, sarà Bergoglio stesso, a pronunciarsi dopo la conclusione delle indagini. Sepe rischia la rimozione dall’ufficio di arcivescovo, mentre la vittima potrà chiedere alla diocesi e alla Santa Sede un risarcimento per i danni materiali e psicologici subiti. Solo la soluzione di questo, come di altri casi, rivelerà se gli intenti del motu proprio saranno effettivamente efficaci.

     http://napoli.repubblica.it/cronaca/2017/02/06/news/_copri_gli_abusi_del_prete_pedofilo_denuncia_al_papa_contro_il_cardinale_sepe-157681636/
  • Cardinale Sepe, denuncia al Papa: «Non indagò su un prete pedofilo»

    Cardinale Sepe, denuncia al Papa: «Non indagò su un prete pedofilo»

    «Con la presente lettera intendo denunciare il cardinale Crescenzio Sepe, per grave negligenza nell’esercizio del proprio ufficio». È l’incipit di una lettera riportata dal quotidiano La Repubblica, inviata lo scorso 11 ottobre a Papa Francesco e al prefetto della Congregazione per i vescovi, il cardinale Marc Ouellet.

    Nella missiva una persona di nome Diego, un nome di fantasia, ha raccontato che nel 1989, a soli 13 anni, avrebbe subito abusi sessuali da parte dell’insegnante di religione in una scuola media a Napoli. Nel 2010 l’uomo ha avuto il coraggio di svelare l’episodio a sua madre e a sua moglie. Test psicologici hanno poi confermato il passato di abusi sessuali.

    Dal 2010 Diego – ha spiegato nella sua lettera – ha richiesto un colloquio al cardinale Sepe senza ottenere risposta. Ha quindi attaccato la Curia di Napoli che non avrebbe disposto un’inchiesta canonica a riguardo. L’uomo ha denunciato che l’insegnante di religione è ancora al suo posto.

    «Qualora il Papa giudicasse verosimili le prove presentate, nominerà una commissione ad hoc per svolgere l’indagine – si legge nell’articolo di Repubblica -. E poiché si tratta di un procedimento a carico di un cardinale, sarà Bergoglio stesso, a pronunciarsi dopo la conclusione delle indagini. Sepe rischia la rimozione dall’ufficio di arcivescovo».

    http://www.ilmattino.it/primopiano/vaticano/cardinale_sepe_denuncia_al_papa_non_indago_su_un_prete_pedofilo-2241788.html

  • Accuse al cardinale Sepe, la Curia: “Abbiamo svolto tutte le indagini”

    Accuse al cardinale Sepe, la Curia: “Abbiamo svolto tutte le indagini”

    L’intera vicenda ricostruita in una lunga nota, dopo la denuncia al papa

    di STELLA CERVASIO

    Sul caso di Diego Esposito, il nome di fantasia dato alla persona che si è rivolta a papa Francesco per denunciare una presunta inadempienza della Curia di Napoli che non avrebbe indagato sulla violenza che avrebbe subito da bambino da un sacerdote, la Curia arcivescovile ha diffuso una nota firmata dal cancelliere arcivescovile padre Luigi Ortaglio.

    “Nel 2010 la Curia riceveva alcune lettere della persona in questione e del suo psichiatra, dott. Alfonso Rossi, che denunciavano presunti abusi subiti da questa persona all’età di 13 anni da parte di don S.M. negli anni 1986-92”, scrive il responsabile della sezione legale della Curia, ricostruendo la vicenda. “Nonostante il reverendo avesse sempre goduto della stima dei superiori e dei fedeli, svolgendo con dedizione il ministero sacerdotale in due parrocchie, l’arcivescovo incaricò immediatamente il vicario generale di condurre un’indagine per verificare la verosimiglianza delle accuse mosse”.
    “Il vicario incontrò e ascoltò la persona in questione, quindi il suo psichiatra, nonché infine lo stesso sacerdote, il quale fin da subito nbegò decisamente la veridicità di quanto affermato dal denunciante. Comunque – continua la nota della Curia – si convenne insieme al parroco sull’oppportunità di un periodo sabbatico di riposo e distacco dalla parrocchia presso una comunità religiosa fuori diocesi.

    Nel 2014 il giovane “prima personalmente e poi tramite il suo legale, l’avvocato Sergio Cavaliere, chiedeva di essere ancora una volta ascoltato dall’ Autorità ecclesiastica e di ottenere dall’Arcidiocesi di Napoli un risarcimento per i danni provocati dai presunti abusi da lui denunciati”.

    Nel frattempo, la vittima, sostenuta dalla Rete L’Abuso si è rivolto al Santo Padre. La Congregazione per la dottrina della fede, come avviene generalmente in questi casi, con lettera del 2 ottobre 2014 affidava all’Arcidiocesi di Napoli il compito di effettuare una investigatio previa a norma del can. 1717 del C.J,C’. Pertanto, sottolinea padre Luigi Ortaglio, “nell’ambito di tale indagine sono stati di nuovo formalmente ascoltati la presunta vittima, il suo psichiatra, l’accusatore, il suo psicologo, vari testimoni, tra cui uno indicato dallo stesso accusatore ed un altro spontaneamente presentatosi dopo una nota trasmissione televisiva Rai che si è occupata del caso. Inoltre, nell’ambito di tale istruttoria, su indicazione della Congregazione per la Dottrina della Fede, è stato chiesto” al denunciante “di sottoporsi a una perizia psichiatrica, affidata ad un neuropsichiatra specializzato in psicologia forense, vittimologia e criminologia, qualificato per la cosiddetta ‘ricostruzione della memoria testimoniale’. Purtroppo non è stato possibile espletare tale perizia per il rifiuto del periziando”.

     http://napoli.repubblica.it/cronaca/2017/02/06/news/accuse_al_cardinale_sepe_la_curia_abbiamo_svolto_tutte_le_indagini_-157701543/
  • Caso Diego Esposito: una denuncia alla Curia di Napoli per violazione della privacy

    Caso Diego Esposito: una denuncia alla Curia di Napoli per violazione della privacy

    Era il 29 marzo del 2014 quando il Presidente della CEI Card. Angelo Bagnasco dichiarava “Il no alle denunce? E’ per la privacy delle vittime”.

    Dichiarazione che stride un pò con quello che è poi il comportamento dei vescovi e dei cardinali, che è vero che non denunciano i preti pedofili, ma riguardo alla privacy delle vittime non ci pensano due volte a fare il loro nome e cognome e a divulgarlo addirittura in un bel comunicato stampa.

    Ed è quello che è successo oggi al nostro assistito, Diego Esposito (nome di fantasia) il cui nome è apparso a caratteri cubitali, titolo compreso in un comunicato stampa diramato dalla diocesi di Napoli.

    Immediata la reazione del presidente della Rete L’ABUSO, la Onlus che tutela legalmente la vittima, il quale appresa la notizia, ha dato immediatamente mandato all’ufficio legale che segue Diego, di sporgere formale querela.

    Secondo Francesco Zanardi, portavoce della Onlus “Quanto accaduto è inaccettabile e viola pesantemente la privaci di un uomo che è sempre apparso al pubblico con un nome di fantasia proprio perché non voleva far sapere il suo, ed è accaduto nonostante il codice penale vieti di pubblicare elementi che permettano di riconoscere le vittime dei reati sessuali”.

    Nelle prossime ore la querela sarà formalizzata presso le autorità competenti.

    L’Ufficio di Presidenza

  • Trentenne scrive al Papa e accusa Sepe: «Fui molestato dal prof  di religione, la Curia mi ignorò»

    Trentenne scrive al Papa e accusa Sepe: «Fui molestato dal prof di religione, la Curia mi ignorò»

    Napoli, la lettera-denuncia del napoletano Diego: «Ho avvertito dopo anni il cardinale degli abusi subiti ma nulla si è mosso. E l’insegnante resta ancora al suo posto»

    NAPOLI – Molestato dall’insegnante di religione, e il cardinale Sepe, avvertito dopo molti anni dall’accaduto, non ha promosso nessun approfondimento della vicenda. È questo il succo della lettera-denuncia di Diego (nome di fantasia) pubblicata su Repubblica e diretta a papa Francesco, al prefetto della Congregazione per i vescovi e il cardinale Marc Ouellet. «Con la presente lettera intendo denunciare il cardinale Crescenzio Sepe, per grave negligenza nell’esercizio del proprio ufficio» è l’attacco di Diego, che racconta di aver subito molestie nell’89 da parte del professore di religione, tra i banchi di scuola media. Molti anni dopo, nel 2010, avrebbe richiesto un colloquio all’arcivescovo di Napoli Crescenzio Sepe, dopo aver svelato a moglie e figli la storia degli abusi subiti. Ma, pare, Diego non ha ottenuto risposta. Da qui il j’accuse nei confronti della Curia partenopea, rea secondo Diego di non aver indagato sull’accaduto. Contestuale è partita anche la denuncia nei confronti del prof di religione.

    «Qualora il Papa giudicasse verosimili le prove presentate, nominerà una commissione ad hoc per svolgere l’indagine – si legge nell’articolo -. E poiché si tratta di un procedimento a carico di un cardinale, sarà Bergoglio stesso, a pronunciarsi dopo la conclusione delle indagini. Sepe rischia la rimozione dall’ufficio di arcivescovo».

    In una lunga nota diffusa sul caso dalla Curia di Napoli, il cancelliere arcivescovile padre Luigi Ortaglio ricostruisce la vicenda e conclude evidenziando che «trasmessi gli atti dell’attività istruttoria della Congregazione per la dottrina della fede, questa nel 2016 riteneva non essere emersi gli elementi sufficienti per avviare un processo penale». «Nell’anno 2010 – si evidenzia – la Curia arcivescovile riceveva lettere» da parte della vittima di abusi e del suo psichiatra, il dottor A. R., che denunciavano presunti abusi subiti dall’età di 13 anni a quella di 17 da parte di un sacerdote, don S.M., negli anni 1986-1992. «Nonostante fino a quel momento» il sacerdote «avesse sempre goduto della stima dei superiori e dei fedeli, svolgendo con dedizione il ministero sacerdotale in due Parrocchie, l’Arcivescovo incaricò immediatamente il Vicario generale di condurre un’indagine per verificare la verosimiglianza delle accuse mosse. Il Vicario generale pertanto incontrò ed ascoltò» prima la presunta vittima, il suo psichiatra ed il sacerdote «il quale fin da subito negò decisamente la veridicità di quanto affermato. Comunque, nonostante nulla confermasse le accuse, si convenne insieme al sacerdote sull’opportunità di un periodo sabbatico di riposo e distacco dalla Parrocchia presso una comunità religiosa, fuori diocesi».

    La nota della Curia

    Nel 2014 il giovane «prima personalmente e poi tramite il suo legale, l’avvocato Sergio Cavaliere, chiedeva di essere ancora una volta ascoltato dall’ Autorità ecclesiasticae di ottenere dall’Arcidiocesi di Napoli un risarcimento per i danni provocati dai presunti abusi da lui denunciati». Nel frattempo, la vittima, sostenuta dalla Rete “L’Abuso” «si è rivolto al Santo Padre. La Congregazione per la dottrina della fede, come avviene generalmente in questi casi, con lettera del 2 ottobre 2014 affidava all’Arcidiocesi di Napoli il compito di effettuare una investigatio previa a norma del can. 1717 del C.J,C’. Pertanto, sottolinea padre Luigi Ortaglio, «nell’ambito di tale indagine sono stati di nuovo formalmente ascoltati la presunta vittima, il suo psichiatra, l’accusatore, il suo psicologo, vari testimoni, tra cui uno indicato dallo stesso accusatore ed un altro spontaneamente presentatosi dopo una nota trasmissione televisiva Rai che si è occupata del caso. Inoltre, nell’ambito di tale istruttoria, su indicazione della Congregazione per la Dottrina della Fede, è stato chiesto» al denunciante «di sottoporsi a una perizia psichiatrica, affidata ad un neuropsichiatra specializzato in psicologia forense, vittimologia e criminologia, qualificato per la cosiddetta “ricostruzione della memoria testimoniale”. Purtroppo non è stato possibile espletare tale perizia per il rifiuto del periziando».

    http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/17_febbraio_06/trentenne-scrive-papa-accusa-sepe-fui-molestato-prof-religione-curia-mi-ignoro-a384e1e2-ec5c-11e6-927f-422b8117ee28.shtml

  • MEGLIO IL DELITTO CHE LA VERGOGNA E IL DISONORE: VINCENZO BRUNZO UCCIDE IL FRATELLO ALDO

    MEGLIO IL DELITTO CHE LA VERGOGNA E IL DISONORE: VINCENZO BRUNZO UCCIDE IL FRATELLO ALDO

    Di Ferdinando Terlizzi

    L’ambigua figura del fratello sacerdote che l’obbligò a sposare la sua amante. Il delitto maturato in un’atmosfera “boccaccesca”. Il sacerdote avrebbe avuto rapporti sessuali con due sorelle, di cui una minorenne e l’altra imposta come moglie al fratello. La pubblica accusa ritenne che ci fu consiglio di famiglia: “Meglio il delitto che la vergogna ed il disonore”. Sequestrata una fitta corrispondenza epistolare tra i due amanti. Mandato  di cattura per il prete (già detenuto per concorso in omicidio) per violenza sessuale ai danni di una minorenne.

    Sangue, soldi e sesso, questi  gli ingredienti di un delitto (fratricida) con al centro l’ambigua figura di un prete, Andrea Brunzo, di anni 38, fratello dell’assassino e della vittima, che provocò il risentimento per la sua scandalosa relazione sessuale con una ragazza, Paolina Dello Iacono, 22enne, bella e precoce contadinotta di Casaluce, che poi “impose” quale moglie al fratello Aldo (32 anni, agricoltore) rimasto ucciso per mano del fratello Vincenzo (47 anni, agricoltore).

    Si pensi, oltretutto, che questa vicenda – che fece un enorme scalpore – si svolse il 21 Aprile del 1953. Ai carabinieri giunse la notizia che alla Vittorio Veneto vi era stata poco prima una sparatoria. I militi giunti sul posto trovarono un gruppo di persone dal quale seppero che il ferito era stato trasportato all’ospedale di Aversa e che era stato fatto oggetto di numerosi colpi di arma da fuoco da un suo fratello. Poiché la sue condizioni di salute si erano notevolmente aggravate, in serata venne trasportato nella sua abitazione alla via Chiesa 28 dove morì verso la mezzanotte.

    Sul posto si recò anche il Vice Pretore Onorario, l’Avvocato Pasquale Farinaro,  e lo sparatore venne identificato per Vincenzo Brunzo che, però, nel frattempo si era dato alla latitanza. Le prime indagini appurarono che, qualche giorno prima del delitto, al sacerdote Andrea Brunzo, insegnante presso il Seminario di Cava dei Tirreni era giunto un telegramma da parte della sorella Angelina (40 anni, casalinga), con il quale lo invitava a rientrare con urgenza per un grave fatto che si era verificato in famiglia.

    Il sacerdote, ottenuto il permesso dei superiori, giunse in serata a Casaluce e andò a casa della sorella che trovò a letto. La stessa – esibendo un certificato medico redatto dal dottor Raffaele D’amore, medico condotto di Casaluce, dal quale si evinceva che la donna aveva riportato lesioni guaribili in vari giorni – raccontò di essere stata presa a calci dal fratello Aldo a causa di una lite avuta con la moglie di quest’ultimo, Paolina Dello Iacono.

    Le cause delle lite tra la Brunzo e la cognata scaturirono dal fatto che la prima era stata sorpresa dalla seconda a prendere del vino da un recipiente di pertinenza di quest’ultima esistente nello stesso scantinato in comune in quanto le due famiglie abitavano in ambienti contigui. Da tale causale, però, le donne trassero motivo per riesumare argomenti gravi di interessi e onore, che avevano sempre costituito il pomo della discordia fra le stesse ed i fratelli Aldo Brunzo e il sacerdote Andrea Brunzo. Quest’ultimo, infatti, oltre che ebbe praticamente a disporre della ripartizione fra tutti i germani dei beni lasciati dal padre alla sua morte, influì anche in modo determinante nelle nozze contratte dal fratello Aldo con la Paolina Dello Iacono. In merito a tali nozze, infatti, varie voci erano sempre corse in Casaluce poiché la giovane in precedenza frequentava con assiduità la chiesa in contrada Aprano, ove il sacerdote Andrea Brunzo esercitava il suo ministero quale vice parroco.

    Vox populi additava la giovane quale amante del sacerdote e le voci si fecero più consistenti allorquando, in occasione delle nozze, il sacerdote non soltanto si decise ad un atto di generosità rinunciando alla sua quota ereditaria del fabbricato paterno in favore del fratello Aldo (convolato a giuste nozze), ma indusse (leggi costrinse) anche la sorella Angelina a fare altrettanto, riservando per tale sorella soltanto l’usufrutto a condizione tuttavia che egli avesse acconsentito a una vita comune con lui e la sorella.

    Dopo le nozze, frequenti divennero le liti fra il reverendo e il fratello Aldo e tra questi e la sorella  Angelina, la quale non era mai andata d’accordo con la cognata contribuendo a mantenere l’atmosfera di sospetto e sordidi rancori in tutti i componenti della famiglia. In ultimo,  da qualche tempo i rapporti fra il sacerdote ed il fratello Aldo erano andati via via intorbidandosi per un complesso di motivi di onore e interesse: Andrea Brunzo aveva, infatti, indotto il germano a sposare il 5 marzo del 1950 la Paolina Dello Iacono che pare non fosse stata trovata “vergine” all’atto della consumazione del matrimonio. Tale circostanza messa in relazione con la voce diffusissima in paese – che rapporti intimi fossero intercorsi fra la Dello Iacono e il sacerdote, sia prima che dopo il matrimonio – aveva ingenerato nello animo di Aldo Brunzo un sordo rancore contro costui che perciò, rendendosi conto della impossibilità della desiderata vita in comune, si era deciso a lasciare la carica di vice parroco della frazione Aprano. Allontanarsi da Casaluce, trasferendosi a Cava dei Tirreni per insegnare matematica in quel seminario.

    Nella casa paterna, ove erano rimasti Aldo, la moglie, e la sorella Angelina, le cose non erano migliorate. I rapporti fra le due donne, e di riflesso quello fra l’Aldo e la sorella, erano andati peggiorando rapidamente tornando di frequente i presunti rapporti della Paolina col sacerdote sulla bocca della Angelina, che anzi aveva finito con l’invitare il fratello e la cognata a rilasciarle la casa, o quantomeno a corrisponderle adeguato compenso. Il dissidio, acuito dalla pretesa dell’Angelina cui l’Aldo aveva dovuto far buon viso per evitare il peggio, era scoppiato in tutta la sua violenza il giorno 11 aprile quando Aldo Brunzo, traendo spunto da un banale incidente verificatosi fra le due donne nel cortile comune, aveva percosso la sorella dandole dei calci all’addome. Tale episodio ed i naturali suoi strascichi avevano finito con l’indurre l’Angelina – che peraltro si era fatta visitare immediatamente dal medico per farsi rilasciare regolare referto – a richiedere l’intervento del fratello Andrea cui difatti aveva telegrafato il successivo giorno richiedendo la sua presenza in Casaluce.

    Il sacerdote la sera stessa era giunto colà e il giorno successivo, dopo aver preso contatto col suo legale Dario Cristiano e con il dottor D’amore, dal quale aveva fatto visitare nuovamente la sorella, aveva tenuto in casa di quest’ultima – verso le ore 20.00 – una riunione alla quale avevano partecipato, oltre alla sorella fattasi trovare a letto e l’Aldo mandato a chiamare anche il fratello Crescenzo, la moglie di costui,  Giovanna Di Costanzo, nonché l’altra cognata Anna Di Martino, moglie dell’altro fratello Salvatore. La riunione, però, non aveva avuto esito felice; anzi gli animi si erano tanto eccitati che il sacerdote aveva finito col minacciare il fratello Aldo di denunciarlo per le lesioni cagionate alla sorella e Aldo Brunzo, che per poco non si era con lui colluttato, si era allontanato minacciando a sua volta di attendere per strada il sacerdote e rendere di pubblico dominio quanto era a sua conoscenza circa la relazione da lui tenuta con la propria moglie.

    Atmosfera incandescente quindi e conseguente consiglio di famiglia: meglio il delitto che la vergogna ed il disonore. Precisavano, infatti, i carabinieri – la cui indagine era stata avocata dalla Compagnia di Aversa e le relative e delicate indagini affidate al capo della Squadra di Polizia Giudiziaria della Procura della Repubblica, Brig. Aniello Romanucci (un soggetto passato alla storia per i suoi modi bruschi di fare indagini e di pestare e arrestare innocenti) – che dalle parole lasciatesi sfuggire dalla Di Costanzo e dalla Di Martino era stato dato di assodare altresì che allontanandosi Aldo Brunzo, subito dopo le minacce profferite, i fratelli Andrea e Crescenzo erano discesi subito al pianterreno della casa e quivi si erano incontrati con l’altro fratello Vincenzo col quale si erano trattenuti brevemente a parlare.

    Poi tutti e tre erano usciti in strada seguendo l’Aldo, che su di una bicicletta li aveva sorpassati dirigendosi verso via Monte. Quivi, qualche attimo dopo, Aldo Brunzo era stato sparato e gravemente ferito.

    A questo punto le versioni sono contrastanti: la verità dell’imputato, la verità degli inquirenti? La verità giudiziale? La verità ha più volte affermato il Presidente Giovanni Leone è inafferrabile!

    Giovanni Brunzo ammise subito di essere stato l’unico responsabile materiale dell’uccisione del fratello (scagionando gli altri fratelli, compreso il prete) dovuta, però, a circostanza assolutamente accidentale e conseguente a “legittima” difesa. Pertanto egli precisò che il fratello Aldo ebbe ad ingiungergli di allontanarsi, altrimenti gli avrebbe sparato e, in dipendenza di ciò, egli aveva tentato di disarmarlo afferrandogli la sua mano destra armata di pistola. Ma era accidentalmente partito il colpo che ne aveva provocato la morte.

    Dal delitto – come era ovvio – uscì fuori anche la parte pruriginosa del processo: le frequentazioni sessuali del sacerdote, le corna di fidanzate e mogli infedeli. Anche se poi molte illazioni furono smentite dalle perizie ufficiali. Ve ne furono tre. La autoptica effettuata nel cimitero di Lusciano sulla salma della vittima dai medici sammaritani Pasquale Tagliacozzi e Mario Pugliese, con la consulenza del professore Francesco Tarsitano; quella balistica, sul proiettile rinvenuto nel corpo di Aldo Brunzo, affidata al dottor Vito Amedeo Claps (la pallottola risultò calibro 32 americano, partita da un revolver a tamburo, marca Smith.)

    Nel corso del dibattimento si sviluppò un accanito dibattito tra le parti per il possesso della pistola, che secondo gli inquirenti apparteneva al sacerdote. La terza perizia, la più delicata, fu quella ginecologica affidata al Dottor. Mario Pugliese  sulla ragazza Caterina Dello Iacono, anni 20, nubile, casalinga che – secondo l’accusa – era stata fatta oggetto delle attenzioni del sacerdote, oltre alla moglie del fratello. L’esito però diede un risultato sorprendente: la ragazza era stata oggetto di atti di libidine, non era stata deflorata e non aveva avuto rapporti anali. Ma su questi e su altri episodi “boccacceschi” vi furono denunce specifiche. Secondo i carabinieri il sacerdote aveva avuto rapporti con  le due sorelle Paolina e Caterina Dello Iacono. La prima minorenne, la seconda imposta come moglie al fratello,  vittima del delitto.

    VICENDA GIUDIZIARIA

    Il 13 Agosto del 1954 il Giudice Istruttore – allegando alcuni precedenti penali che avevano interessato sia il sacerdote Andrea Brunzo che la sorella Angelina e Celestina Torrembacco, ex fidanzata di Aldo Brunzo prima che sposasse la Paolina Dello Iacono – su conforme richiesta del Pubblico ministero ordinò il rinvio a giudizio, innanzi alla Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere, del solo Vincenzo Brunzo per rispondere del fratricidio che gli era stato contestato.

    Con la stessa sentenza il giudice dichiarò il “non doversi procedere” a carico del sacerdote Andrea Brunzo e del fratello Crescenzo per concorso in omicidio “per insufficienza di prove”. Assolse il sacerdote dalla violenza carnale nei confronti della Paolina Dello Iacono “perché il fatto non sussisteva” e per gli atti di libidine contro la stessa “perché il fatto non costituisce reato”.

    La Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere (composta da Giovanni Morfino, presidente; Ugo del Matto, giudice a latere; pubblico ministero Nicola Damiani) con sentenza del 23 Ottobre 1956 condannò Vincenzo Brunzo per il fratricidio con la concessione delle attenuanti generiche ad anni 20 di reclusione.

    Gli imputati e i difensori, per la verità numerosi e tutti valorosi, avevano sostenuto fin dalle prime battute istruttorie che il delitto “non era stato premeditato”, che i rapporti del sacerdote con le donne erano “inventati”, e che l’omicidio era avvenuto “accidentalmente” durante la colluttazione sorta per disarmare il fratello.

    In Appello, infatti, il delitto venne ridimensionato e “ghettizzato” in un omicidio “preterintenzionale”. La Corte di Assise di Appello, infatti,  (composta da Emanuele Montefusco, presidente; Mario Sabelli, giudice a latere; procuratore generale pubblico ministero, Ignazio Custo) in aderenza alle tesi difensive, con sentenza del 10 Dicembre 1960,  ridusse la pena ad anni 14 contro, derubricando il reato in omicidio preterintenzionale.

    La difesa, dopo la derubricazione del delitto da volontario a preterintenzionale, non si accontentò e pretese ancora una diversa configurazione del fatto e cioè insisté per l’omicidio colposo. Infatti, fu inoltrato un ulteriore ricorso in Cassazione con varie motivazioni:

    “La Corte di Assise di Appello – chiarirono i difensori – ha rigettato il motivo di gravame col quale era stata chiesta la definizione del fatto con una motivazione vaga, contraddittoria ed insufficiente, accettandosi, nell’accoglimento dei rilievi difensivi sull’insussistenza della volontà omicida moltissime argomentazioni contenuti nei motivi di appello, ma svalutandosi le stesse argomentazioni che pure avrebbero dovute condurre all’accoglimento del motivo principale proposto. Specificatamente venne dedotto l’errore dei primi giudici che avevano invocato la causale di odio fra il defunto Aldo Brunzo ed il prosciolto prete Andrea Brunzo, per giustificare il primo col convincimento che l’imputato avesse voluto e cagionato la morte. Non causale di odio per interesse o di solidarietà con il prete, non desiderio di occultare lo scandalo (già trapelato), non gelosia di interessi economici delusi, non ‘volontaria adesione a protervi sentimenti’ di altri mossero l’imputato Vincenzo Brunzo che il giudice di appello definisce ‘incensurato, laborioso e onesto padre di famiglia’.”

    La difesa appellante aveva però proposto al giudice di appello una questione di estrema importanza che venne totalmente trascurata: voleva l’Aldo uccidere il fratello prete? Aldo lo aveva minacciato (da ricordare la frase: “Chi mi ha ingannato deve morire!”) già in precedenza e lo minacciò ancora la sera della tragedia (“Ti devo fare la sentinella!”, frase riportata anche nella sentenza di II grado).

    Secondo i riferimenti della Paolina Dello Iacono, ex amante del prete e moglie del fratello vittima del delitto, Aldo iniziò l’attuazione del suo proposito omicida dopo il drammatico colloquio col fratello prelato. Andò a casa se non per armarsi, ne uscì in bicicletta per andare in una via solitaria e attendere il parroco che doveva passare.

    Perché Vincenzo Brunzo (l’assassino) andò verso l’Aldo (la vittima) che era in agguato?

    Pare logico e vero che Vincenzo Brunzo, impensieritosi della più acuta tensione quella sera manifestatosi fra l’Aldo e l’Andrea e indi allarmato a veder Aldo muovere sulla stessa strada ove si erano incamminati Andrea e Crescenzo, abbia voluto intervenire, così come dice con la sola autorità di un fratello maggiore, onde pacificare quegli che appariva in quel momento più arrabbiato e minaccioso, e cioè Aldo, e così lo abbia raggiunto esortandolo ad acquietarsi .

    Ed allora sarà bastato un incauto ingiusto rimprovero dell’uno e una permalosa o minacciosa replica dell’altro scambiati in quelle poche frasi a suscitare l’ira dell’intenzionale paciere e ad armare la mano traendolo al delittuoso sparo.

    Nessuna considerazione hanno avuto i rilievi della difesa sulla scarsa attendibilità dei due ragazzi Saverio Felaco e Valentino Moccia, che in dibattimento “sapientemente” non ricordarono più nulla sui contrasti fra il fatto narrato dai ragazzi (colpo a distanza, offensore in piedi offeso sulla bicicletta) e fra quello ricostruito sulla prova generica (colpo a bruciapelo, ferita da sinistra a destra, dall’alto verso il basso, offeso ed offensore sullo stesso piano).

    Tutto sommato, sopito lo scandalo, arrivate le sentenze con il dubbio e l’insufficienza di prove anche per i reati “pruriginosi” il delitto venne pagato ben poco. Nei 4 gradi di giudizio, con denunce e querele, con imputati e parti lese, gli avvocati impegnati formarono un cast eccezionale: Luigi Patroni Griffi, Giacinto Mazzucca, Alfredo De Marsico, Pasquale Purificato, Giovanni Porzio, Luciano Numeroso, Vincenzo Romeo, Giovanni Leone e  Giuseppe Marrocco.     

    Fonte: Archivio di Stato di Caserta

    http://www.scenacriminis.com/caserta-crimini-dal-passato/donne-sesso-e-sangue-vincenzo-brunzo-uccide-il-fratello-aldo/