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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » argentina » Argentina, sotto processo il vescovo Zanchetta per “abusi sessuali aggravati”

Argentina, sotto processo il vescovo Zanchetta per “abusi sessuali aggravati”

Redazione WebNews by Redazione WebNews
8 Giugno 2019
in Città del Vaticano, World
Reading Time: 4 mins read
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Le accuse contro l’ex vescovo di Oran chiamato nel 2017 dal Papa come assessore dell’Apsa formalizzate per la prima volta in tribunale. Nelle scorse settimane Bergoglio aveva annunciato l’apertura di un’indagine nei suoi confronti presso la Dottrina della Fede

SALVATORE CERNUZIO
CITTÀ DEL VATICANO

«Abusi sessuali continui aggravati». Con questa accusa del procuratore della provincia argentina di Salta, Monica Viazzi, finisce sotto processo in Argentina monsignor Gustavo Zanchetta, 54 anni, il vescovo protagonista di uno strano caso di dimissioni dalla diocesi di Oran tre anni fa, nominato dal Papa assessore dell’Apsa. Il giudice Claudio Parisi ha accusato ieri formalmente il presule di aver molestato sessualmente due seminaristi mentre era ordinario diocesano e quindi prima di lasciare la carica ed essere trasferito in Vaticano presso l’importante ufficio che amministra il patrimonio della Santa Sede. Inoltre il tribunale ha dichiarato che il vescovo sarebbe colpevole di reati «continui e aggravati» poiché ministro del culto.

È la prima volta che vengono formalizzate in un tribunale le accuse contro Zanchetta. Quelle finora mosse dai media locali, in testa El Tribuno, con un’accesa campagna in questi mesi. A Zanchetta il giudice ha ritirato il passaporto e tutti i documenti che potrebbero aiutarlo ad uscire dal Paese: deve infatti restare a disposizione della giustizia in ogni momento. Più nel dettaglio al vescovo sono stati imposti numerosi obblighi di reperibilità e domicilio nonché disponibilità per essere sottoposto a perizia psichiatrica. Già il prossimo mercoledì 12 giugno dovrebbe presentarsi per i primi accertamenti psichiatrici. Durante l’udienza monsignor Zanchetta era accompagnato dal suo avvocato difensore.

LEGGI ANCHE – Sotto indagine per abusi il vescovo argentino assessore dell’Apsa

Il suo “caso” era iniziato il 29 luglio 2017 quando si era dimesso improvvisamente da Oran, diocesi al nord dell’Argentina caratterizzata da povertà, minacce costanti da parte dei narcos e altre problematiche, dove Bergoglio lo aveva posto nel 2013 tra le sue prime nomine episcopali. La scelta delle dimissioni era motivata da un «problema di salute» che non gli permetteva di «svolgere pienamente il ministero pastorale». Dopo alcuni mesi in cui, di fatto, era sparito dalla circolazione, era riapparso a Roma nel ruolo inedito di consigliere dell’Apsa «in considerazione della sua capacità di gestione amministrativa». Una posizione che non figurava precedentemente nell’organigramma del Dicastero e che non ha mai implicato alcuna responsabilità di governo.

Su di lui pesava l’accusa di aver abusato sessualmente e psicologicamente di seminaristi adulti. Al momento della nomina in Vaticano tuttavia non era emerso nulla di tutto questo. Era stato nel dicembre del 2018 che alcune testate parlavano di foto osé o in atteggiamenti compromettenti che un funzionario della curia di Oran aveva trovato sul cellulare del vescovo, scaricate quasi casualmente con il sistema Cloud. A queste si erano aggiunte presto le testimonianze di tre seminaristi, mentre un’altra decina di sacerdoti puntava il dito contro Zanchetta per la cattiva gestione delle finanze della diocesi.

Sull’assessore dell’Apsa è stata avviata quindi un’indagine presso la Congregazione per la Dottrina della Fede agli inizi di gennaio. Intanto il prelato era stato sospeso dal suo incarico in Vaticano, come informava a gennaio il direttore ad interim della Sala Stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti. Nuove polemiche, circoscritte perlopiù in Argentina, si erano scatenate però a marzo dopo che il volto di Zanchetta era apparso tra quello dei vescovi e cardinali che accompagnavano il Pontefice negli Esercizi spirituali di Quaresima ad Ariccia.

Sulla sua vicenda era calato per un po’ di tempo il silenzio, finché non è stato lo stesso Francesco a chiarirne alcune dinamiche nella lunga intervista alla emittente messicana Televisa. Alla giornalista Valentina Alazraki che chiedeva al Pontefice delucidazioni sul fatto se sapesse o meno della montagna di accuse che il vescovo si portava dietro dall’Argentina e, se sì, perché lo avesse portato a Roma, Bergoglio ha spiegato: «C’era stata un’accusa e, prima di chiedergli la rinuncia, l’ho fatto venire subito qui con la persona che lo accusava. Un’accusa con il telefono. Alla fine si è difeso dicendo che lo avevano hackerato, e si è difeso bene. Allora di fronte all’evidenza e a una buona difesa resta il dubbio, ma in dubio pro reo. Ed è venuto il cardinale di Buenos Aires per essere testimone di tutto. E l’ho continuato a seguire in modo particolare».

«Certo – ammetteva il Papa – aveva un modo di trattare, a detta di alcuni, dispotico, autoritario, una gestione economica delle cose non del tutto chiara, sembra, ma ciò non è stato dimostrato. È indubbio che il clero non si sentiva trattato bene da lui. Si sono lamentati, finché hanno fatto come clero una denuncia alla Nunziatura». Francesco ha quindi contattato il nunzio che gli ha detto: «Guardi, la questione della denuncia per maltrattamenti è seria». «Abuso di potere, potremmo dire», ha commentato il Papa a Televisa. «Non l’hanno chiamata così, ma questo era. L’ho fatto venire qui e gli ho chiesto la rinuncia. Bello e chiaro. L’ho mandato in Spagna a fare un test psichiatrico. Alcuni media hanno detto: “Il Papa gli ha regalato una vacanza in Spagna”. Ma è stato lì per fare un test psichiatrico, il risultato del test è stato nella norma, hanno consigliato una terapia una volta al mese… L’ho tenuto qui perché il test diceva che aveva capacità di diagnosi di gestione, di consulenza. Alcuni lo hanno interpretato qui in Italia come un “parcheggio”».

Nulla di tutto ciò, ha chiarito il Papa. Così come era falsa la critica che la nomina all’Apsa fosse quasi una promozione perché «si era comportato bene». «Non è stato così», ha precisato il Pontefice. «Economicamente era disordinato, ma non ha gestito male economicamente le opere che ha fatto. Era disordinato ma la visione è buona».

Circa quindici giorni fa (al momento dell’intervista, ndr) a Francesco erano giunti «ufficialmente» i risultati dell’indagine preliminare» affidata all’arcivescovo di Tucumán, monsignor Carlos Alberto Sánchez. «L’ho letta, e ho visto che era necessario fare un processo», ha annunciato il Papa. «Allora l’ho passata alla Congregazione per la Dottrina della Fede, stanno facendo il processo». Tutto per dire che si sbaglia chi critica il fatto che Bergoglio fosse stato accomodante con il vescovo, sua conoscenza dai tempi del suo episcopato a Buenos Aires: «Non mi sono mai fermato», ha affermato lo stesso Francesco. Ora che il processo canonico è quasi giunto al termine «lo lascio nelle loro mani», ha detto. «Di fatto, come vescovo, devo giudicarlo io, ma in questo caso ho detto no. Facciano un processo, emettano una sentenza e io la promulgo».

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.

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