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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » chiesa » Il clero impunito. Come la Chiesa protegge i sacerdoti che commettono reati

Il clero impunito. Come la Chiesa protegge i sacerdoti che commettono reati

Redazione WebNews by Redazione WebNews
3 Giugno 2019
in Cronaca e News
Reading Time: 4 mins read
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di Adele Orioli

Un’analisi seria, basata sui fatti e non sulle illazioni, anche quando i fatti di illazioni ne fanno sorgere fin troppe; un’analisi dettagliata e paziente, con tutta la pazienza obbligata nel tentare di portare alla luce situazioni protette non tanto e non solo dalla pur lodevole tutela della riservatezza, ma dalla molto meno lodevole omertà, che sia di gruppo, di istituzione o di casta. Un’analisi pacata, infine, perché non indulge mai al pur comprensibilissimo sdegno che invece inevitabilmente colpisce il lettore.

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Navigando tra storie arrivate alla luce della ribalta televisiva e altre sconosciute ma non per questo meno significative, il libro “Giustizia divina. Così la Chiesa protegge i peccati dei suoi pastori” di Emanuela Provera e Federico Tulli (Chiarelettere) fa toccare con mano quanto possa pesare, soprattutto per le vittime di clerici abili e arruolati, la differenza tra il reato e il peccato. Perché se il reato, comportamento cui il legislatore ricollega una sanzione penale per l’aggressione recata a un bene giuridico meritevole di tutela, è fatto umano, così come umano è il bene giuridico tutelato, il peccato al contrario assume giocoforza una connotazione divina, esoterica, alchemica. Offesa non agli esseri umani ma a Dio, e come tale diversamente espiabile. Invece del carcere, oasi di ritiro spirituale, per dirla in pragmatici seppur villani soldoni. Perché se il reato è difficilmente occultabile, e non più di quel tanto interpretabile, diverso il discorso per le mancanze “divine” dei propri pastori: anche il modo di valutare e quindi far riparare il peccato commesso è riservato ai pochi intimi dello stesso gruppo, con particolare attenzione, ça va sans dire, alla spiritualità del reo, confesso o meno che sia. Attenzione a quella compromessa della vittima, non pervenuta.

Pedofilia, certo, in prima posizione. Reiterata, capillare e mai seriamente combattuta, coadiuvata anche dal vuoto normativo lasciato dall’abolizione del delitto di plagio nel 1981 e in generale da una buona dose di particolare benevolenza lassista delle istituzioni laiche. Ma non solo.

Anche preti e suore sono, cosa del resto immaginabile, differenziatamente umani come tutti, e anche preti e suore manifestano quindi una variegata gamma di atteggiamenti delittuosi. Ludopatia, gioco d’azzardo, truffe di vario genere, falsa testimonianza, corruzione, maltrattamenti, spaccio di droga. Purtuttavia i denunciati sono pochi, i carcerati ancora meno.

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Ed ecco che proprio grazie a questo lavoro di inchiesta scopriamo esistere numerosi centri di chiamiamola “riabilitazione” dei peccatori in tutta la penisola (ma preferibilmente al Nord). Non solo e non tanto gradevoli magioni per eventuali arresti domiciliari, se disgraziatamente capitasse di essere proprio beccati dalla giustizia terrena, ma anche e soprattutto confortevoli resort per inadempienze conclamate che alla magistratura non arriveranno mai e che si preferisce insabbiare, pardon, spiritualmente riabilitare, in famiglia. La famiglia della Chiesa, ovviamente.

Previste dallo stesso codice di diritto canonico come Case di Penitenza, gli autori sono riusciti a censirne diciotto, con un capillare, certosino e ovviamente ostacolato lavoro di inchiesta.

Rappresentano l’alternativa parallela al carcere, senza sbarre né secondini, dove “sono trattenuti i presunti responsabili di reati avvenuti in territorio italiano ma che non vengono denunciati alla giustizia civile dai loro superiori”. Perché saranno anche colpevoli di atroci reati, ma sono prima di tutto peccatori. In realtà queste Case sono esse stesse solo “la punta di un iceberg”, poiché una intera rete di sostegno a clerici “in difficoltà” è presente da anni su tutto il territorio con la massima segretezza. Comunità religiose, famiglie laiche, diocesi e parrocchie pronte ad accogliere in ritiro spirituale i presunti pedofili, spacciatori, truffatori di cui sopra. Non solo presunti, anche condannati a dir la verità. Perché in questi centri finiscono anche coloro i quali hanno ottenuto dalla legge italiana la possibilità di usufruire di pene alternative alla detenzione.

Quanti sono questi sacerdoti in difficoltà non è dato sapere; quando però nel 2007 su mandato dello stesso Bagnasco viene fondata l’associazione “Ministri della misericordia” per il loro spiritual sollievo lo stesso comunicato parla di circa il 10% dei consacrati. Il che farebbe almeno tremila persone affette da forme di dipendenza, disturbi di personalità, depressione o crisi vocazionale. Tutti a piede libero, incoraggiante.

Menzione a parte, nonché un corposo dibattito, meriterebbero poi le interviste che gli autori sono riusciti a ottenere non solo dai “peccatori” quanto dai loro terapeuti. Psichiatri e psicologi ovviamente cattolici che fortemente sostengono la specificità del sacerdote rispetto ai comuni pazienti, come fosse possessore di una piena identità aggiuntiva, arrivando a dire che alcuni aspetti di questa identità solo “nel modo esterno” (quello terreno o quello non cattolico tout court non è chiaro) sono considerati patologici.

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Se per questi centri pare esserci una lunga fila d’attesa al maschile per il trattamento residenziale, la vita in comunità insomma, pare che nessuna struttura simile invece funzioni per le suore. Sostanzialmente, loro già ci vivono in comunità, e tendono quindi a risolvere i problemi delle consorelle al loro interno. Problemi non da poco comunque. Obesità, anoressia, depressione, dipendenze affettive esasperate, insostenibilità della vita di comunità. Peccato però che, come ammettono gli stessi psicoterapeuti, quando si giunge al punto di rottura sia ormai impossibile intervenire.

Anche perché non esiste nemmeno il ricovero volontario, così come è estremamente difficile che, tra segreto della confessione e senso di colpa, sia il sacerdote ad autodenunciarsi, meno che mai alle autorità civili, alle quali nulla è dovuto. Non reato, ma peccato: è sempre il superiore ecclesiastico a indirizzare il clerico presso qualche casa o centro specializzato: il che avviene solo quando, direbbero i maliziosi con le carte alla mano, sta per scoppiare o è appena scoppiato lo scandalo di turno.

Dove, va detto, anche la giustizia terrena è spesso complice nel proteggere, con un misto di devozione, deferenza e semplice tornaconto anche personale, la cosa nostra in tonaca.

Quel che è certo è che i panni del reato-peccato si sciacquano bene in casa, ma ancora meglio nei resort a cinque stelle.

(3 giugno 2019)

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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