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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abuso sessuale » Tre settimane fa ho confessato di aver subito molestie da parte di un prete. Ecco com’è cambiata la mia vita

Tre settimane fa ho confessato di aver subito molestie da parte di un prete. Ecco com’è cambiata la mia vita

Redazione WebNews by Redazione WebNews
19 Settembre 2018
in Cronaca e News
Reading Time: 7 mins read
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Questo post è stato pubblicato su HuffPostUsa ed è stato tradotto da Milena Sanfilippo

Due anni fa circa, io e mia moglie eravamo seduti al tavolo del solito pub durante l’happy hour a rimpiangere i trenta ormai agli sgoccioli. Una conoscente che aveva appena compiuto cinquant’anni ci regalò una perla di saggezza: “I quaranta vi riserveranno i giorni migliori della vostra vita. Tutto si allinea e cominci a capirci qualcosa”.

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Per me quello fu solo un tentativo benevolo di far sembrare una situazione critica più rosea di quanto fosse in realtà – un po’ come quando ti dicono che il denaro non può comprare la felicità, o che quando un uccello ti fa la cacca addosso porta fortuna.

Ma, ho capito in seguito, quella donna aveva ragione.

Nei trent’anni precedenti avevo trasportato un fardello psicologico che solo in quel momento iniziava a chiedere lo scotto: il prete della mia parrocchia mi aveva molestato sessualmente quando ero un chierichetto, alla fine degli anni ’80.

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In un certo senso, ero sempre stato consapevole del fatto che c’era qualcosa di sbagliato. Come tante persone, avevo saputo degli abusi perpetrati dal clero cattolico. Leggendo quelle storie, pensavo tra me: be’, non mi è andata poi tanto male – come se l’abuso su un minore potesse essere tollerato fino a un certo grado. Da ragazzino ho rubato delle sigarette, ma non ho mai rubato una macchina. Ho bevuto alcolici quando ero ancora minorenne, ma non ho mai guidato ubriaco. Giudicavo l’abuso subito in modo simile. Un prete mi aveva immobilizzato per baciarmi, ma non mi aveva mai strappato i pantaloni di dosso.

Solo quando ho letto il verbale del Gran Giurì della Pennsylvania, pubblicato il mese scorso, sui decenni di abusi da parte di rappresentati del clero nel Commonwealth mi sono reso conto che alcune parti sembravano la mia autobiografia. Le storie dei sopravvissuti rispecchiavano la mia. Ho letto delle ripercussioni psicologiche che hanno subito e ho capito che anche io mi ero trascinato quel peso per così tanto tempo da permettergli di influenzare ogni aspetto della mia esistenza. Ho avuto trascorsi con l’abuso di sostanze. Problemi nell’intimità. Ansia. Depressione. Disprezzavo qualsiasi forma di autorità. Credevo di non meritare niente, di non essere abbastanza.

Ma il peggio è che nascondevo i dettagli a mia moglie, agli amici e alla famiglia; tutti loro, almeno una volta, avevano fatto i conti con le scosse di assestamento di quelle manifestazioni.

In quel momento ho capito che dovevo liberarmi da quel peso; che non sarei mai andato avanti con la mia vita senza scendere a patti con quello che mi è successo.

Immagino che la maggior parte delle persone nella mia posizione ne parlerebbe prima con i propri cari e poi con uno psichiatra. Io ho deciso di seguire un’altra direzione. Credevo che se avessi raccontato la mia storia a una persona cresciuta nella mia stessa parrocchia, e se quella persona fosse giunta alle medesime conclusioni, forse anche lei sarebbe riuscita a cambiare prospettiva rispetto ai suoi problemi personali, di qualunque natura fossero. Inoltre, avevo appreso da poco che il prete colpevole delle molestie lavorava ancora in una parrocchia, con una scuola. Speravo che, uscendo allo scoperto, sarei riuscito ad allertare quella chiesa e i suoi parrocchiani e a far sollevare l’uomo dall’incarico.

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Sono stato fortunato abbastanza da lavorare freelance (occupandomi di notizie e pezzi di opinione) per Reverb Press, un sito politico indipendente, negli ultimi due anni e mezzo. Ho confidato tutto ai caporedattori e detto loro della mia volontà di raccontare l’esperienza su Reverb.

Più di tutto, a preoccupare i capi è stata la mia salute. Mi hanno trattato come un fratello, non come un dipendente. Volevano essere certi che sarei riuscito a gestire sul piano emotivo le possibili conseguenze del condividere tutto in modo così pubblico. Ad essere onesto, non ero sicuro al cento per cento di come avrei reagito una volta pubblicata la storia, ma volevo farlo.

Ho parlato con mia moglie di ciò che mi è successo e della mia decisione di uscire allo scoperto, e lei mi ha dimostrato tutto il suo sostegno. Ha posto soltanto una condizione (piuttosto ragionevole) prima della stesura del pezzo: dovevo raccontarle tutta la storia prima che la leggesse sullo schermo del telefono.

Sapevo che se non avessi acconsentito a quella richiesta, non sarei riuscito neanche a gestire quello che mi avrebbe aspettato in seguito. Perciò le ho detto tutto. Mi sono sentito soffocare. Lei ha pianto. E otto ore dopo, in una soleggiata domenica mattina, la storia è stata pubblicata

Non sapevo cosa aspettarmi.

Non si sente spesso un uomo che denuncia apertamente un abuso sessuale. Potrò anche proclamarmi aperto, emancipato e progressista, ma questo non cambia il fatto che sono cresciuto con la filosofia da tardo ventunesimo secolo, “i maschi si comportano da maschi”, in una società alimentata a testosterone e fatta di misoginia dilagante e omofobia neanche tanto velata. Piangere non era tollerato, figuriamoci esternare la nostra vulnerabilità.

Sapevo che avrei potuto contare sul sostegno di amici e familiari. Sapevo che molti amici sui social avrebbero capito. Ma tutti gli altri? Come avrebbero reagito di fronte a questo chiacchierone robusto e barbuto e alla sua confessione tanto cruda? E la mia città natale? Stavo sollevando un polverone che era meglio non sollevare? Stavo aprendo il vaso di Pandora nella comunità dove i miei suoceri vivono tuttora?

Le mie paure si sono placate quasi all’istante. La mia storia si è diffusa negli ambienti social della mia città, Ridgefield Park (New Jersey), come un incendio. Sono stato bombardato da messaggi su Facebook da parte di persone a cui non pensavo da trent’anni. La reazione è stata unanimemente positiva.

E ho ricevuto più di un messaggio come questo:

“Ed, non so se ti ricordi di me, ma facevo il chierichetto con te e ho subito gli stessi abusi da Padre Gerry. Non l’ho mai detto a nessuno”.

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È bastato quel messaggio (da parte di un signore che ora sento tutti i giorni) a provarmi che avevo preso la decisione giusta. Ma non è finita lì.

A quanto pare tutti si ricordavano di Padre Gerry. Tutti sapevano che qualcosa non andava. Alcuni nutrivano sospetti molto forti. Altri avevano sentito storie inquietanti. Altri ancora erano stati molestati. Due famiglie hanno perso delle persone care all’indomani di quegli abusi. Ma nessuno aveva mai parlato. E comprendo bene il motivo. Io ci ho messo trent’anni. Chi aveva provato a denunciare il comportamento inappropriato all’epoca è stato messo a tacere. La parrocchia iniziò a incolpare le vittime. E la nostra chiesa era l’epicentro culturale della città – tra i suoi membri c’erano insegnanti, agenti di polizia, paramedici, sindaci e consiglieri comunali.

Quando si è venuto a sapere che l’aggressore era ancora un prete in piena attività e che lavorava con gli studenti, lo choc si è tramutato in rabbia. La parrocchia – a meno di venti chilometri da Ridgefield Park – è stata subissata di chiamate ed email. I funzionari si sono visti costretti a disabilitare i commenti sulla pagina Facebook.

Un gruppo di donne, soprannominatosi “Relentless bitches”, ha guidato la carica per far sollevare l’uomo dal servizio. Si sono appellate all’arcidiocesi. Al procuratore distrettuale. Un detective dell’Unità vittime speciali mi ha telefonato per verificare il mio racconto prima di affrontare le autorità ecclesiastiche.

Quella settimana, un mercoledì, è stata organizzata una protesta di fronte alla Chiesa per la domenica successiva. Ma arrivati al venerdì, non era più necessario. Padre Gerry Sudol è stato sollevato dall’incarico. È stata riaperta un’indagine della Chiesa sui suoi abusi. La mia storia ha raggiunto l’arcidiocesi e le forze dell’ordine. La chiesa ha contattato persino mia moglie per farle sapere che avrebbero accolto la mia testimonianza. (Non ho ragione di fidarmi delle motivazioni e dei metodi della chiesa e non hanno alcuna autorità su di me. Mi hanno informato che le mie deposizioni formali all’ufficio del procuratore saranno inviate all’arcidiocesi per eventuali procedimenti).

D’un tratto, c’era NJ.com a intervistarmi ed ero in onda per l’emittente della NBC a New York. Chiunque nell’area metropolitana di New York, che conta una popolazione di venti milioni di persone, poteva sapere che ho subito molestie sessuali da bambino. Non potevo più nasconderlo. Se avessi immaginato le attenzioni che la mia esperienza avrebbe ricevuto, probabilmente non avrei mai contemplato l’idea di condividerla.

E proprio per questo ne sono felice.

Il mio vicino – un camionista di quasi sessant’anni, senza dubbio il più grande rompipalle che abbia mai conosciuto – era uno dei “maschi alfa” che speravo di evitare una volta sganciata la bomba. Come ho già detto, talvolta è ancora difficile sradicare l’arcaico “codice maschile”. La prima volta che l’ho incontrato dopo la pubblicazione della storia, ha percorso il mio vialetto, mi ha teso la mano e ha detto: “È una grande storia [segue imprecazione]! Ci vogliono le palle. Spero che consegnerai quei bastardi alla giustizia.”

Meno di due settimane dopo la pubblicazione del pezzo, gli stati del New Jersey e di New York hanno annunciato che, sull’esempio della Pennsylvania, avvieranno un’indagine sugli abusi del clero e sulla reazione della chiesa cattolica. So che non è stato il nostro gruppo Facebook di 380 membri il fattore chiave di questa decisione; ma sono sicuro che grazie a noi questa storia è rimasta sulle prime pagine abbastanza a lungo da fornire ai leader politici il pretesto per affrontare l’organizzazione più vecchia del mondo.

Io e mia moglie abbiamo riso molto nelle tre settimane successive alla confessione, e questo mi porta a credere che il mio atteggiamento generale sia cambiato. Non è stata una conseguenza intenzionale, ma è immensamente gradita – così come lo sono la pressione più bassa e i miglioramenti del sonno.

Ho capito che non sono una vittima, ma un sopravvissuto. I maschi alfa, gli stessi da cui mi aspettavo di essere deriso una volta saputa la verità, sono stati tra i miei più accaniti sostenitori. Per la prima volta in vita mia ho sentito di aver tracciato una rotta. Quale sarà la destinazione finale… non lo so per certo. Ma vedere una comunità intera di persone che si erano perse da anni radunarsi all’improvviso, non appena abbiamo deciso di fare i conti con il nostro “segreto”, ha risanato la mia fiducia nell’umanità in questi tempi spesso distopici.

Canalizzare la rabbia che nutrivo contro la Chiesa in un’inflessibile e produttiva rivendicazione, tesa a smascherare i responsabili e fare giustizia, si è rivelata la mia missione di vita – solo che non lo avevo mai saputo.

Immagino che la vita inizi davvero a quarant’anni.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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