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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Vescovo Juan Barros, il Papa manda un inviato in Cile per indagare sui casi di pedofilia

Vescovo Juan Barros, il Papa manda un inviato in Cile per indagare sui casi di pedofilia

Redazione WebNews by Redazione WebNews
30 Gennaio 2018
in World
Reading Time: 3 mins read
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Il caso del vescovo di Osorno ha tenuto banco in Cile durante la recente visita di Francesco in Sudamerica

In modo clamoroso si riapre il caso del vescovo cileno Juan Barros, vescovo di Osorno. È stato lo stesso Papa Francesco che “a seguito di informazioni recentemente pervenute” ha inviato a Santiago del Cile l’arcivescovo di Malta Charles Scicluna, presidente del Collegio per l’esame dei ricorsi in materia dei “delicta graviora”, tra i quali appunto quelli di pedofilia, “per ascoltare coloniche che hanno espresso la volontà di sottoporre elementi in loro possesso”.

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Il caso del vescovo di Osorno ha tenuto banco in Cile durante la recente visita del Papa in Sudamerica dal 15 al 22 gennaio 2018, tra le proteste di molti abitanti della città che hanno contestato già da anni la nomina di Barros e la sua presenza alla messa papale.

Il vescovo Barros infatti è stato un allievo del sacerdote cileno Fernando Karadima che era stato condannato per pedofilia dalla Congregazione della Dottrina della Fede il 3 luglio 2011, durante il pontificato di Benedetto XVI.

Per ben due volte Francesco ha affermato – durante il suo ultimo viaggio – che gli accusatori di Barros, in mancanza di prove, lo stanno calunniando. Poi nella conferenza stampa sul volo di ritorno Francesco si è corretto a parlando della necessità di “evidenze” .

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Una delle vittime di Karadima, Juan Carlos Cruz su Twitter ha scritto nei giorni scorsi: “Come se uno avesse potuto scattarsi un selfie o una foto mentre Karadima abusava me o altri, con Juan Barros, fermo a lato e che vedeva tutto”. La testimonianza di Cruz è corroborata da due altri sopravvissuti alle violenze di Karadima.
Il caso Barros ha tenuto banco su tutti i media internazionali (dal New York Times al South China Morning Post) poiché ha costituito un test della capacità del Pontefice di affrontare la piaga della pedofilia del clero. Sulla vicenda, e prima di giungere in Perù, per partecipare alla messa finale celebrata dal Papa è intervenuto con un comunicato ufficiale il cardinale di Boston Sean O’Malley il quale aveva sottolineato che le parole del Papa avevano causato una “grande sofferenza” negli abusati cileni.
Il caso Barros è segnalato nel Rapporto che il 5 settembre 2017 lo Snap (associazione di 18 mila sopravvissuti agli abusi sessuali dei preti) ha presentato al Comitato dell’Onu contro la Tortura che tra quattro mesi deve sottoporre a nuova valutazione la Santa Sede e il Vaticano, dopo i rilievi critici ottenuti nel 2014. Già allora, Papa Francesco era stato criticato dalle vittime per aver promosso due prelati cileni (accusati da alcune vittime) di aver “coperto” Karadima: si tratta dell’allora arcivescovo di Santiago, Francisco Javvier Erraruriz e il suo successore Ricardo Ezzati.
Ezzati fu fatto cardinale cardinale nel febbraio 2014. “Erraruiz – prosegue il documento del 2014 – è stato nominato da papa Francesco nel selezionato consiglio degli otto cardinali, chiamati a riformare la Curia”.
“Durante questo periodo (2014-2017, Ndr) – si legge ancora nel rapporto del 5 settembre scorso – Papa Francesco ha proseguito sulla sua strada nominando il vescovo Juan de la Cruz Barros capo della Diocesi di Osorno in Cile, malgrado le accuse documentate che era complice degli atti commessi da Karadima” e “nonostante una protesta senza precedenti in Cile”. Dopo la nomina (marzo 2015) il Papa aveva pubblicamente chiamato i critici “stupidi”.
L’inviato del Papa in Cile il vescovo maltese Scicluna è stato a lungo il rappresentante dell’accusa presso la Congregazione della dottrina della Fede, per tutto il periodo del Pontificato di Benedetto XVI, ed è stato colui che ha portato alla condanna del più famoso prete pedofilo dell’America Latina, il fondatore della Legione di Cristo, Macial Maciel.
Il vescovo Barros ha dichiarato di aver accolto “con fede e gioia la decisione del Papa di inviare Scicluna” in modo che venga stabilita la verità (stando ad un comunicato ufficiale di un portavoce della Conferenza episcopale cilena). L’arcivescovo Scicluna partirà per il Cile subito, ma naturalmente dopo aver preparato con attenzione la sua missione. Non è invece chiaro se si recherà negli Stati Uniti, a Filadelfia, dove risiede una delle vittime che è appunto Juan Carlos Cruz.

http://www.huffingtonpost.it/2018/01/30/vescovo-juan-barros-il-papa-manda-un-inviato-in-cile-per-indagare-sui-casi-di-pedofilia_a_23347758/

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.