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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » chiesa » Vittime di abusi nella Chiesa: “Non vengono ascoltate, bisogna fare di più”. Casi anche nella Granda

Vittime di abusi nella Chiesa: “Non vengono ascoltate, bisogna fare di più”. Casi anche nella Granda

La diocesi di Cuneo-Fossano partecipa alla settimana di preghiera dedicata al tema. La responsabile del settimanale cattolico romano Adista illustra la situazione in Italia

Redazione WebNews by Redazione WebNews
22 Novembre 2025
in Piemonte
Reading Time: 3 mins read
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La settimana del 18 novembre è dedicata alla preghiera per le vittime di abuso: è l’iniziativa che la Chiesa cattolica porta avanti dal 2020 e a cui aderisce anche la diocesi di Cuneo-Fossano, dove, come in 130 diocesi su 226, è attivo il centro di ascolto chiamato Servizio diocesano per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili. A raccontare lo stato dell’arte in Italia è Ludovica Eugenio, torinese, responsabile del settimanale cattolico romano Adista e fra le organizzatrici di un recente convegno milanese sugli abusi nella Chiesa.

“Manca una riflessione strutturata”

«Nel nostro Paese manca ancora una riflessione strutturata sul tema – spiega -. Le vittime non trovano spazio adeguato per farsi ascoltare: fa eccezione la Rete L’Abuso (che dal 2000 ha ricevuto segnalazioni di 24 casi nella Granda, ndr), fondata da Francesco Zanardi – lui stesso vittima a 11 anni – che dal 2010 lavora per mappare i casi, individuare le diocesi a rischio, offrire sostegno psicologico e legale gratuito».

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La spinta a una maggiore consapevolezza è arrivata dalla Francia. Nel 2021 il Rapporto Sauvé, una vasta inchiesta indipendente sugli abusi nella Chiesa francese dal 1950 al 2020, ha rivelato cifre impressionanti: 216 mila vittime minorenni di sacerdoti, che salgono a 330 mila includendo i laici collaboratori delle istituzioni cattoliche. I preti coinvolti sarebbero tra 2.900 e 3.200, circa il 3% dei sacerdoti francesi del periodo. Una media che fa rabbrividire: 63 vittime per ogni abusatore.

“La Cei rifiuta di avviare un’indagine indipendente”

«In Italia, invece, la Cei si rifiuta di avviare un’indagine indipendente, sostenendo che qui non esista un problema sistemico – osserva Eugenio -. Eppure, una parte sempre più sensibile del mondo cattolico, spesso composta da gruppi e realtà femminili, chiede con forza più trasparenza e responsabilità».

Secondo Eugenio, la radice del problema affonda nella concezione stessa del ministero ordinato: «Il prete, per tradizione tridentina (1546-1563), viene investito di un potere spirituale che lo colloca ontologicamente sopra i fedeli. L’identificazione eccessiva con il ruolo di “alter Christus” può generare derive di potere, soprattutto se accompagnata da una formazione insufficiente sul piano affettivo, psicologico e sessuale, e dai tabù che ancora gravano sul corpo e sull’altro sesso». Tre quarti degli abusi, spiega, avvengono in contesti di cura pastorale e direzione spirituale, spazi privi di regole codificate. «Sono relazioni profondamente asimmetriche, dove il rischio di abuso di potere è altissimo. Per molte religiose, ad esempio, il direttore spirituale è una figura a cui è dovuta obbedienza». Da qui la richiesta di codici chiari, simili a quelli in vigore nella psicoterapia: confini definiti, formazione adeguata, strumenti di supervisione. Senza una cornice regolativa, la relazione di aiuto rischia distorsioni pericolose.

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“Molti fedeli difendono i sacerdoti”

Un altro nodo riguarda la reazione delle comunità. «Molti credenti tendono spontaneamente a difendere il sacerdote, percepito come figura sacra e quindi “oltre” il sospetto. Una idealizzazione che porta a mettere in dubbio la parola delle vittime» afferma Eugenio. Le dinamiche di potere, ricorda, trasformano la fiducia in ferita. «La Chiesa dovrebbe smettere di difendersi dalla sofferenza delle vittime e riconoscere la propria vulnerabilità. È l’unico modo per trasformarla in consapevolezza e guarigione, invece che in vulneranza e ulteriore danno».

I centri di ascolto diocesani – 58 attivi su centotrenta, secondo Rete L’Abuso – sembrano mostrare segnali di indebolimento. «Report che da annuali diventano biennali, équipe spesso non specializzate, dati incompleti e l’assenza dell’obbligo di denuncia alla magistratura, con il rischio che i tempi si allunghino fino alla prescrizione. E non va dimenticata – conclude Eugenio -. La differenza fra diritto canonico e diritto penale: nel primo un prete abusante rischia la dimissione dallo stato clericale; nel secondo, fino a tredici anni di carcere».

https://www.lastampa.it/cuneo/2025/11/22/news/abusi_chiesa_vittime_poco_ascoltate-15406374/

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.

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