Una vittima degli abusi sessuali commessi dal clero cattolico, io l’ho conosciuta. Era un amichetto, mio vicino di casa che da bambino, negli anni Settanta, frequentava la parrocchia di una Chiesa di una cittadina del basso Lazio. In quella “comunità” rimase sino ai 25 anni circa, poi, improvvisamente, la abbandonò. Il suo distacco coincise con il pensionamento di Don Angelo, il parroco che aveva guidato il suo gregge per trenta lunghi anni. Questo lo venni a sapere solo anni dopo, quando (e ne ignoro il motivo) il mio amico mi rivelò l’orrore che si portava dentro.
Su Don Angelo circolavano strane storie. Brutte storie. Voci infamanti, sussurrate nei bar, bisbigliate tra i crocchi di sfaccendati aggreggiati nelle piazze, da genitori intimoriti negli androni dei palazzi. Con linguaggio pudico e il ricorso all’eufemismo, quasi che il nominare le cose per quel che erano suscitasse troppo orrore, in quel dilatato paesone si vociferava che Don Angelo si prendeva “certe libertà” con i bambini a lui affidati. Prove però non ve n’erano, denunce, a quel che so, mai ve ne furono, e il vecchio pastore lasciò la cura delle anime per sopravvenuta anzianità. Don Angelo lo avevo conosciuto, anche se superficialmente, e quelle maldicenze mi ferivano, e chiedevo con un certo sgomento: avevano un qualche fondamento?
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