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Tutela dei minori e responsabilità istituzionali: il confronto tra Garante regionale e Conferenza episcopale sarda

Redazione WebNews by Redazione WebNews
7 Marzo 2026
in Cultura
Reading Time: 5 mins read
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di Emanuela Provera – La Conferenza Episcopale Sarda (CES) ha definito «notizie destituite da qualsiasi fondamento» le informazioni sugli abusi nei confronti di minori e adolescenti richiamate in una lettera firmata da Carla Puligheddu, titolare dell’Ufficio del Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Sardegna, con sede presso il Consiglio regionale a Cagliari. I vescovi hanno espresso una forte criticità diramando ai giornali sardi un comunicato stampa, dopo più di 40 giorni dalla ricezione della Lettera e senza rispondere direttamente alla Garante. Nel comunicato i vescovi riconoscono la gravità del fenomeno degli abusi ma contestano la fondatezza dei dati citati nella lettera, ribadendo al tempo stesso l’impegno della Chiesa nella tutela dei minori.

La lettera, datata 14 gennaio 2026 e indirizzata alla CES per il tramite del presidente mons. Antonello Mura, contiene un invito alla «piena e incondizionata collaborazione» dei vescovi «con la Magistratura dello Stato», al fine di assicurare giustizia alle vittime di abusi clericali.

Nel documento si legge che «la Sardegna emerge con numeri che squarciano il velo dell’omertà locale: 37 casi complessivi censiti nell’Isola, 196 vittime sopravvissute, di cui 171 minorenni al momento dell’abuso».

La CES ha respinto la fondatezza dei dati richiamati nella lettera, senza accompagnare la smentita con una replica analitica delle cifre o con indicazioni documentali di segno diverso.

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Il quadro normativo

La figura del Garante per l’infanzia e l’adolescenza trova fondamento, a livello nazionale, nella Legge 12 luglio 2011 n. 112, che ha istituito un’autorità indipendente con compiti di promozione, vigilanza e tutela dei diritti dei minori, in attuazione della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia.

Le Regioni, tra cui la Sardegna, hanno previsto analoghe figure con funzioni territoriali.

Il Garante promuove l’effettiva attuazione dei diritti dei minori; segnala alle autorità competenti situazioni di rischio o violazione; sollecita la collaborazione tra istituzioni; formula raccomandazioni e favorisce iniziative volte a rimuovere ostacoli alla tutela dei minori.

Non esercita poteri investigativi né giudiziari. Il suo intervento si colloca sul piano dell’impulso istituzionale. In tale contesto, la richiesta di collaborazione con l’autorità giudiziaria incoraggiata dalla dottoressa Carla Puligheddu rientra nelle sue prerogative, quando finalizzata alla tutela dei diritti dei minori.

Autonomia ecclesiastica e competenza statale

L’ordinamento della Chiesa cattolica è autonomo rispetto a quello statale, ai sensi dell’articolo 7 della Costituzione. Tuttavia, le ipotesi di reato rientrano nella competenza della magistratura ordinaria.

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La richiesta di collaborazione con l’autorità giudiziaria non incide sull’autonomia canonica, ma attiene al rispetto dell’ordinamento civile.

I dati e il livello nazionale

A livello nazionale, la Conferenza Episcopale Italiana, a più riprese, ha comunicato dati aggregati relativi ai casi di abuso emersi nel periodo 2000–2025, per un totale di 1079 segnalazioni riguardanti minorenni e adulti vulnerabili, come riportato in dichiarazioni pubbliche di esponenti della Chiesa cattolica italiana, tra cui il cardinale Matteo Zuppi.

La Conferenza Episcopale Italiana rappresenta l’organo di coordinamento dei vescovi della Chiesa cattolica italiana e pubblica periodicamente rapporti e comunicazioni relative alle attività di prevenzione e contrasto agli abusi.

La divergenza tra i dati comunicati dalla CEI (1079 segnalazioni) e quelli raccolti dall’Osservatorio della Rete L’Abuso (1176 casi) appare limitata a 97 episodi. La fonte utilizzata dalla Garante sembra quindi fondata e veritiera.

Ho contattato la Garante per porre qualche domanda di chiarimento sulla vicenda che la sta coinvolgendo:

Nella sua lettera ai vescovi della Conferenza Episcopale Sarda lei afferma che «il tempo del silenzio è finito e ora è il tempo della tutela». Quale ruolo concreto si aspetta dalle diocesi nella prevenzione e nell’emersione dei casi di abuso, e come dovrebbe svilupparsi la collaborazione con le istituzioni civili e con la magistratura?

«Ho scritto ai vescovi spinta da un dovere di coscienza e di ufficio: la tutela del minore precede e supera ogni riserva istituzionale. Rompere il silenzio non è sensazionalismo, ma il primo passo necessario per la guarigione delle vittime e per prevenire nuovi “tradimenti”. Mi aspettavo un dialogo franco; mi sono ritrovata di fronte a un attacco frontale che rischia di isolare quegli stessi sacerdoti e fedeli che, con onestà, chiedono collaborazione con lo Stato e la magistratura. La Chiesa dovrebbe tutelare i bambini, non l’immagine degli adulti.»

Quali strumenti normativi e istituzionali sono oggi a disposizione dello Stato italiano per la tutela dei minori nei casi di abuso clericale, e quali interventi ritiene necessari per rafforzare la prevenzione e la protezione delle vittime?

«Oggi l’Italia sconta un retaggio culturale e normativo, figlio dei Patti Lateranensi, che rende la Chiesa una sorta di “casta” intoccabile. Spesso, quando la giustizia ordinaria riesce a intervenire, il reato è già prescritto. È inaccettabile che i crimini commessi dal clero non siano trattati con lo stesso rigore di quelli compiuti da qualsiasi altro cittadino. Dobbiamo avere il coraggio di rivedere questi rapporti: la giustizia per un minore non può essere fermata da un confine concordatario.»

La Conferenza Episcopale Sarda ha contestato la fondatezza dei dati richiamati nella sua lettera. Come valuta questa risposta e ritiene che vi siano le condizioni per avviare comunque un confronto istituzionale sul tema della tutela dei minori?

«La contestazione della CES si è appigliata a un refuso temporale (2000-2025) per tentare di screditare l’intero fenomeno, ma i numeri della sofferenza restano invariati e drammatici. Più che la precisione statistica, sembra che ai vescovi prema la “lesa maestà”. Tuttavia, credo che il confronto sia ancora possibile e urgente, purché la Chiesa dimostri nei fatti che la tutela dei piccoli le sta a cuore quanto sta a cuore a questa Autorità di Garanzia. La misericordia non può prescindere dalla verità.»

Conclusione

Il confronto in atto evidenzia due esigenze che non dovrebbero essere contrapposte: da un lato, il rispetto dell’autonomia dell’ordinamento ecclesiastico; dall’altro, la piena tutela dei diritti dei minori nell’ambito dell’ordinamento statale.

Quando il dibattito riguarda dati relativi ad abusi su minori, il punto centrale diventa la trasparenza delle fonti, la verificabilità delle informazioni e la chiarezza dei criteri di raccolta e pubblicazione.

In questo quadro, la collaborazione tra istituzioni civili ed ecclesiastiche e la disponibilità a un confronto documentato rappresentano condizioni essenziali per garantire credibilità, tutela effettiva delle vittime e rispetto dei principi di legalità.

La verificabilità dei dati dichiarati dalla chiesa cattolica italiana resta la condizione essenziale quando sono in gioco diritti fondamentali dei minori.

https://www.adista.it/articolo/75413

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.