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Portale dell'Associazione Rete L'ABUSO | Home » world » news » citta-del-vaticano » Le parole di Prevost non mi sorprendono: sono l’eco di una guerra contro le donne mai interrotta

Le parole di Prevost non mi sorprendono: sono l’eco di una guerra contro le donne mai interrotta

Le parole del Papa: "Il più grande distruttore della pace è l’aborto. Nessun assetto politico può professare la pace se esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo"

Redazione WebNews by Redazione WebNews
3 Febbraio 2026
in Città del Vaticano
Reading Time: 4 mins read
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“Il più grande distruttore della pace è l’aborto. Nessun assetto politico può professare la pace se esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo”. Così Prevost si è rivolto direttamente ai politici durante il convegno One Humanity One Planet, tenutosi il 31 gennaio nel Palazzo Apostolico Vaticano. Non parlava alle cattoliche, ma allo Stato italiano: stava sollecitando un intervento politico del governo sulla legge 194. Lo aveva già fatto tre settimane prima, nel tradizionale discorso al corpo diplomatico, sindacando apertamente le scelte di uno Stato: “È deplorevole usare risorse pubbliche per l’aborto”.

A questo punto bisognerebbe chiedere a Prevost se, a suo avviso, sarebbe più equo che l’aborto se lo paghino le donne. Cosa che, com’è evidente, potrebbero permettersi solo le benestanti.

Il bersaglio è chiaro: la legge 194, che da quasi cinquant’anni garantisce alle donne assistenza sanitaria e tutela in caso di interruzione volontaria di gravidanza. Una legge duramente conquistata, che ha sottratto le donne all’aborto clandestino e alla morte. Nulla di inatteso: Prevost ha dato il via a una martellante campagna contro una legge che tutela la vita e la salute delle donne che abortiscono.

La misoginia della Chiesa cattolica non è un incidente di percorso: è un fatto storico e culturale. La sua dottrina viaggia su testi che descrivono il corpo femminile come veicolo del demonio, fonte di corruzione, origine del peccato. Parole che hanno contribuito a costruire e mantenere un ordine simbolico e giuridico capace di giustificare l’esclusione delle donne dai diritti, dalle scelte, dalla piena cittadinanza.

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Sulle dichiarazioni di Prevost è intervenuta anche Lea Melandri, intellettuale e femminista, che ne ha messo a fuoco la radice profonda:
“Dopo aver sottomesso, asservito e violato il corpo femminile, l’uomo ha chiamato la guerra non dichiarata all’altro sesso ‘ordine’, ‘pace’, ‘sicurezza’, ‘difesa’ del proprio privilegio e della propria civiltà. Garantirsi l’obbedienza della donna, la fedeltà al destino di custode della casa e della progenie maschile, non è forse ancora oggi l’imperativo di chi innalza a valori Dio, Patria e Famiglia? Non è forse il timore che con l’aborto la donna riappropri su di sé un potere di vita e di morte – antico retaggio maschile – a rendere la capacità procreativa del corpo femminile il primo obiettivo di una politica ostile all’autodeterminazione? La guerra non è neutra, e che sia la Madre Chiesa a svelarne la natura patriarcale non è un caso”.

Ossessionata dalla sessualità femminile, la Chiesa cattolica è stata per secoli uno strumento di repressione e un apparato di disciplinamento dell’obbedienza delle donne. Queste venivano celebrate come esempio di virtù solo a condizione di essere svuotate di volontà propria: silenziose, sottomesse, obbedienti.

Oggi preti e cardinali fiutano il tempo favorevole. Lo fiuta anche Prevost. È il momento giusto, pensano, per tentare di richiudere il cielo sopra la testa delle donne, in piena sinergia con le destre estreme che affilano gli artigli. Ogni autoritarismo passa da qui: dal controllo dei corpi femminili.

Donald Trump lo ha già fatto, attaccando il diritto all’assistenza sanitaria per l’aborto nel suo primo mandato; oggi lo fa perseguitando i migranti e preparando la repressione degli oppositori politici. La matrice è la stessa.

C’è il prete che suona la campana per “ricordare i bambini non nati”, c’è quello che predica che “si è libere obbedendo”, e poi c’è Prevost che, dal pulpito, facendo sue le parole di Anjezë Gonxhe Bojaxhiu – ovvero Madre Teresa di Calcutta – tuona che il vero crimine è l’aborto. Non le guerre, le deportazioni, i bombardamenti o il commercio di quelle armi che i preti di regime benedicono.

Ma dov’è, allora, la guerra? Nell’assistenza sanitaria alle donne che non vogliono diventare madri? Nelle leggi che prescrivono l’educazione alla contraccezione? Oppure nelle guerre che oggi devastano il mondo, scatenate e alimentate da uomini come Donald Trump, Vladimir Putin, Benjamin Netanyahu e Ali Khamenei, che incitano alla repressione e uccidono? Sulla deriva autoritaria degli Stati Uniti, sugli arresti di bambini di cinque anni, sugli omicidi a sangue freddo di uomini e donne che si oppongono a regimi che usano milizie sanguinarie per smantellare la democrazia, dalla Chiesa arriva solo silenzio. Al massimo, qualche prudente e blando monito.

Le parole di Prevost non sorprendono: sono l’eco di una guerra dichiarata contro le donne secoli fa e mai interrotta.

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Pochi giorni fa, in Italia, la senatrice Giulia Bongiorno ha stravolto il disegno di legge che modificava l’articolo 609-bis sulla violenza sessuale, arretrando sulla tutela delle vittime con la cancellazione della parola “consenso”. Il nesso tra consenso in materia di violenza sessuale e autodeterminazione nella scelta di diventare madri è evidente.

Il consenso, come cardine di una legge che sanziona la violenza sessuale, e la legge sull’accesso all’aborto medicalmente assistito sottraggono al potere maschile la disponibilità dei corpi delle donne. Per questo cultura dello stupro e attacco alle leggi che garantiscono l’assistenza medica in caso di aborto camminano insieme: sono due fronti della stessa offensiva contro i corpi delle donne.

La prima legge l’hanno già affossata prima di nascere; torneranno all’attacco della 194, con la benedizione del papa statunitense gradito a Trump? E mentre la Chiesa continua a inseguire il controllo delle donne – atavica ossessione – non si accorge di averle già perse. Oggi le chiese sono vuote, le vocazioni scarse, i preti corrono da una parrocchia all’altra per coprire i turni delle messe.

Le minacce di dannazione non fanno più paura a nessuna, perché le donne hanno più paura degli inferni sulla Terra e non hanno alcuna intenzione di abitarli nuovamente. Ma la Chiesa fiuta l’aria e alla politica chiede di riaprire quegli inferni terreni smantellando una legge che ha consentito alle donne di esercitare alla luce del sole e non clandestinamente, l’autodeterminazione e il diritto di decidere se essere madri o non esserlo.

Preferirebbero officiare un’omelia al funerale di una donna morta per un aborto clandestino, piuttosto che fare i conti con la libertà delle donne, quelle vive.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/02/02/prevost-legge194-aborto-chiesa-notizie/8276167

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.