Come era prevedibile il processo di secondo grado nei confronti di don Federico De Bianchi (difeso dagli avvocati Stefano Trubian e Massimiliano Paniz), il 51enne ex parroco di Santa Giustina e Val Lapisina finito a giudizio con l’accusa di violenza sessuale, si è concluso con una assoluzione per avvenuta prescrizione del reato.
Oggi 1 dicembre la procura generale presso la Corte d’Appello di Venezia, accogliendo il ricorso degli avvocato difensori, ha messo il proprio sigillo sulla ghigliottina del procedimento che in primo grado a Treviso aveva visto don Federico condannato a tre anni per i fatti relativi a solo una delle querele, assolto per non aver commesso il fatto nei confronti di un’altra presunta vittima e prescritto in relazione ad altre due denunce.
Ora il sacerdote, che è tornato a lavorare per la curia di Vittorio Veneto, potrà mettersi alle spalle questa storia. Anche se proprio la prescrizione dichiarata nel processo di primo grado aveva creato un certo sconcerto in aula: la mannaia era scattata il 3 settembre del 2023, ovvero circa a due mesi dalla richiesta di condanna. Il fatto che il processo sia stato allora aggiornato soltanto al 17 ottobre dello stesso anno senza che venisse pronunciata la sentenza avrebbe di fatto tolto a due parti civili la possibilità di ricevere un risarcimento anche se minimo.
Secondo le indagini della Procura di Treviso tra il 2009 e il 2010 De Bianchi avrebbe molestato quattro giovani (due si erano costituiti come parte civile), al tempo dei fatti tra i 18 e i 26 anni e tutti affetti da patologie psichiatriche, ospiti della comunità di Villa delle Rose a Conegliano e del reparto di psichiatria dell’ospedale di Vittorio Veneto dove il prete svolgeva parte del proprio ministero. Una delle presunte vittime era stata sentita nel corso di un incidente probatorio (durante il quale non aveva però riconosciuto don De Bianchi) nella fase delle indagini preliminari che risalgono al periodo fra il 2017 e il 2018. Il sacerdote, secondo il racconto che ricalcava le altre dichiarazioni accusatorie, avrebbe allungato le mani nelle parti intime dei pazienti che andava a visitare come cappellano degli ospedali. Tutte fattispecie contestate dal pubblico ministero Barbara Sabattini, che nella sua requisitoria aveva parlato di palpeggiamenti e baci o tentativi di avere contatti proibiti con pazienti.
La condanna di don Federico, secondo i suoi legali, era avvenuta sulla base del fraintendimento su un singolo episodio e gli avvocati erano pronti a metterlo evidenza nel processo d’Appello. Ma la prescrizione ha messo la parola fine a tutta questa brutta vicenda.
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