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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Abusi nella chiesa, numeri che non convincono

Abusi nella chiesa, numeri che non convincono

Ha fatto discutere il rapporto presentato dalla CEI la scorsa settimana - Corto il periodo analizzato e dubbi sui metodi usati. L'approfondimento

Redazione WebNews by Redazione WebNews
27 Novembre 2022
in Cronaca e News
Reading Time: 5 mins read
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È stato presentato giovedì scorso a Roma il rapporto “Proteggere, prevenire, formare” della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), in sostanza la prima parte di una indagine che è stata dichiarata “indipendente” e “finora mai realizzata”, commissionata dalla Chiesa italiana sugli abusi sessuali commessi dal clero e da esponenti di movimenti ecclesiali e di parrocchie su minori. Non tutto, tuttavia, è andato per il meglio. Diversi quotidiani italiani ed anche di altri Paesi hanno infatti rimarcato “le luci” ma anche “le ombre” presenti nel rapporto stesso. Vediamo perché.

Solo due anni

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Anzitutto il rapporto considera solo alcuni casi avvenuti fra il 2020 e il 2021, un lasso di tempo, perciò assai limitato e parziale. Il presidente della CEI, Matteo Zuppi, aveva annunciato che il rapporto avrebbe coperto gli ultimi venti anni ma non è stato così, e sul perché non lo sia stato non sono state date spiegazioni.

Nel 2020-2021 sono state 86 le persone che si sono rivolte ai Centri di ascolto messi in piedi nelle diocesi italiane (sul lavoro di questi Centri si basa il rapporto) per segnalare casi di abuso. Ma secondo molti osservatori questo biennio non può fare testo, perché si era in piena emergenza da Covid e verosimilmente molte persone non sono potute uscire da casa per andare a denunciare.Il rapporto, inoltre, esclude i casi che singole persone hanno denunciato direttamente in Vaticano alla Congregazione per la Dottrina della Fede, e non si capisce perché non si parla di questi casi.

“Mai una Commissione esterna”

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Il rapporto è stato redatto da esperti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. In sostanza è stato redatto da un gruppo di esperti “interno” all’apparato ecclesiastico e non, come avvenuto altrove, da Commissioni indipendenti esterne. In merito monsignor Lorenzo Ghizzoni, referente CEI della Pontificia Commissione per la tutela dei minori, ha confermato a un convengo della diocesi di Roma di pochi giorni fa la sfiducia della stessa Chiesa italiana per le Commissioni esterne: “Non faremo mai una Commissione con enti che non capiscono niente della Chiesa, definiti indipendenti solo perché esterni”, ha detto.

Le sue parole confermano come la CEI ritenga le Commissioni esterne inadatte ad indagare. Mentre in molti altri Paesi, ad esempio in Francia, si è visto come solo il lavoro di Commissioni esterne ha potuto garantire la trasparenza e soprattutto ha potuto permettere di scardinare quanto ancora non andava: in Francia, in seguito al lavoro di una Commissione esterna, si è arrivati all’ammissione da parte del cardinale Jean-Pierre Ricard, ex arcivescovo di Bordeaux ed ex presidente della Conferenza episcopale francese, di avere abusato di una ragazzina14enne trentacinque anni fa. Ricard si è messo così a disposizione dell’autorità giudiziaria. Tutto questo in Italia purtroppo non sta avvenendo.

La risposta ai casi accertati

In ogni caso, a seguito della trasmissione della segnalazione da parte dei Centri di ascolto, la CEI ha reagito con una indagine sugli stessi casi che ha portato prevalentemente a dei “provvedimenti disciplinari” e dunque ad una trasmissione degli stessi provvedimenti al Vaticano. Quali siano esattamente i provvedimenti non è stato specificato, anche se si presume che tutti i sacerdoti coinvolti, a prescindere dalla gravità dell’accusa, siano stati sospesi dai rispettivi incarichi. Su di essi si aprirà un processo canonico in Vaticano che potrà portare come massima pena, soprattutto nei casi di abusi sessuali, alla dimissione dallo stato clericale. Già in passato alcuni sacerdoti italiani hanno subìto questa pena.

Fra tutti si ricorda il caso del sacerdote don Mauro Inzoli. Nel maggio del 2017 fu la Dottrina della Fede a comunicare la decisione presa direttamente da Papa Francesco. Inzoli era stato condannato dal tribunale di Cremona a 4 anni e 9 mesi per abusi sessuali ai danni di cinque ragazzi, il più piccolo di 12 anni e il più grande di 16 al momento dei fatti.

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In Italia non c’è l’obbligo di denuncia alle autorità civili dei casi. La CEI chiede ai vescovi delle diocesi di spingere le vittime a denunciare, ma non può obbligarle. Le denunce non le fa la CEI in automatico perché alcune vittime non vogliono denunciare. Per questo spesso i processi canonici si aprono senza che una denuncia alle autorità civili sia stata fatta. Infatti, può capitare che un prete dimesso dallo stato clericale per abusi non abbia una sentenza civile a suo carico. E, ovviamente, può anche accadere il contrario, e cioè che prima della pena canonica vi sia una sentenza del tribunale civile già in atto.

La CEI, in generale, ai sacerdoti accusati propone percorsi di riparazione, responsabilizzazione e conversione, compresi l’inserimento in “comunità di accoglienza specializzata” (un terzo dei casi rilevati dal rapporto) e percorsi di “accompagnamento psicoterapeutico” (circa un quarto dei casi).

La distribuzione geografica

La CEI non ha fornito indicazioni sulla distribuzione geografica dei casi. Nel rapporto, tuttavia si parla di una omogeneità dei casi in tutte le diocesi italiane. E si spiega come i centri di ascolto siano collocati in tutte le diocesi, anche se al Centro Italia corrisponde una percentuale di poco inferiore a quella di Sud e Nord. Dal punto di vista dimensionale, le diocesi con più centri sono soprattutto di medie dimensioni (tra 100 e 250’000 abitanti), seguite dalle diocesi di grandi (oltre 250’000) e piccole dimensioni (fino a 100’000).

Le resistenze

Fin dall’inizio dei tentativi, prima di Benedetto XVI poi di Francesco, di mettere in campo un’azione di tolleranza zero sulla pedofilia, la Chiesa italiana si è mostrata molto restia al cambiamento. Ancora oggi ci sono casi di preti accusati di abusi lasciati nel pieno delle loro funzioni. Ancora oggi ci sono vescovi che tendono a coprire. Negli ultimi anni, insieme, alcuni preti italiani sono stati condannati dall’autorità vaticana, ma la macchina della CEI è ancora ben al di là dall’essere oliata.

Pochi giorni fa, ad esempio, è stata la procura di Siracusa ad aprire un’inchiesta su un prete cappellano militare denunciato di abusi. Ed anche se il vescovo ha dichiarato che al termine di un procedimento canonico, il 31 ottobre, il sacerdote, che dipende dall’Eparchia di Piana degli Albanesi, è stato interdetto dall’esercizio pubblico del ministero, sembra invece che ancora celebri Messa. La vittima che lo ha denunciato ha dichiarato: “Nella Chiesa qualcuno lo protegge ancora”. E casi simili ce ne sono stati altri. Recentemente è stata Repubblica a riportare la testimonianza di una vittima di un prete italiana che ha raccontato di abusi subìti per anni: “Il sacerdote è ancora vivo – ha detto – e non è mai stato sanzionato”.

I numeri

In ogni caso anche i numeri presentati giovedì, per quanto parziali, dicono di una situazione non sanata. I casi segnalati, infatti, “anche per fatti riferiti al passato, riguardano 61 persone nella fascia di età 10-18 anni, 16 over 18 anni (adulto vulnerabile) e 12 under 10 anni”. “Il profilo dei 68 presunti autori di reato – recita il rapporto – evidenzia soggetti di età compresa tra i 40 e i 60 anni all’epoca dei fatti, in oltre la metà dei casi. Il ruolo ecclesiale ricoperto al momento dei fatti è quello di chierici (30), a seguire di laici (23), infine di religiosi (15). Tra i laici emergono i ruoli di insegnante di religione; sagrestano; animatore di oratorio o grest; catechista; responsabile di associazione”. “Circa la tipologia dei casi segnalati – si legge ancora -, è emersa la prevalenza di comportamenti e linguaggi inappropriati (24), seguiti da toccamenti (21); molestie sessuali (13); rapporti sessuali (9); esibizione di pornografia (4); adescamento online (3); atti di esibizionismo (2)”. Le segnalazioni “fanno riferimento a casi recenti e/o attuali (52,8%) e a casi del passato (47,2%)”. “Il contesto nel quale i presunti reati sono avvenuti è quasi esclusivamente un luogo fisico (94,4%), in prevalenza in ambito parrocchiale (33,3%) o nella sede di un movimento o di una associazione (21,4%) o in una casa di formazione o seminario (11,9%)”.

https://www.rsi.ch/news/mondo/Abusi-nella-chiesa-numeri-che-non-convincono-15812386.html

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.