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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusatori » Abusi, in Polonia puniti due vescovi negligenti. In Germania “time out” al vescovo di Amburgo

Abusi, in Polonia puniti due vescovi negligenti. In Germania “time out” al vescovo di Amburgo

Głódzie e Janiak dovranno vivere lontano dalle diocesi, non celebrare messa in pubblico e risarcire una fondazione di vittime. Il Papa concede una «pausa» a Stefan Heße che si era dimesso dopo la pubblicazione del report di Colonia

Redazione WebNews by Redazione WebNews
30 Marzo 2021
in Città del Vaticano, World
Reading Time: 4 mins read
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SALVATORE CERNUZIO

CITTA’ DEL VATICANO. Da Colonia alla Polonia, l’eco degli scandali per gli abusi del clero si rinfocola nel cuore dell’Europa. Mentre in Germania, il Papa concede un «time out» al vescovo di Amburgo, Stefan Heße, dimessosi dopo la pubblicazione del report sugli abusi nell’Arcidiocesi di Colonia dal Dopoguerra in poi, nella vicina Polonia cala su due vescovi la punizione del Vaticano per aver occultato casi di pedofilia nelle loro diocesi. Un provvedimento, questo, che arriva dopo mesi di polemiche e indagini. I due vescovi in questione sono l’arcivescovo di Danzica, Leszek Sławoj Głódzie, e l’ex vescovo di Kalisz, Edward Janiak, nomi accompagnati da anni da un vespaio di critiche in Polonia per i comportamenti inappropriati non solo sui casi di abusi, ma anche per questioni legate all’amministrazione del ministero.

Un comunicato presentato oggi dal nunzio in Polonia alla stampa – visionato da Vatican Insider -, informa che la Santa Sede, dopo aver ricevuto rapporti formali, ha condotto un procedimento per negligenza sulla base delle «disposizioni del Codice di Diritto canonico» e delle indicazioni del Motu proprio del 2019 «Vos estis Lux mundi» con il quale Papa Francesco ha stabilito nuove e universali norme procedurali circa l’«accountability» (la responsabilità) di vescovi.

All’arcivescovo Głódzie è stato imposto l’ordine di risiedere fuori dall’arcidiocesi di Danzica, il divieto di partecipare a cerimonie o riunioni religiose pubbliche, l’obbligo di pagare con fondi personali un importo appropriato alla fondazione «Fundaja tow» che aiuta vittime di abusi. Il 13 agosto 2020 Francesco aveva accettato la rinuncia presentata a 75 anni da Głódź e nominato a Danzica un amministratore apostolico «ad nutum Sanctae Sedis» (fino a diverso provvedimento) nella persona di monsignor Jacek Jezierski. Quest’ultimo, coadiuvato da sacerdoti esterni alla diocesi, ha condotto le indagini sull’arcivescovo, circondato da critiche e contestazioni sin dagli Anni 80.

L’accusa di aver coperto un prete abusatore – emersa anche nel documentario del maggio 2019 «Tylko nie mów nikomu» («Non dirlo a nessuno») dei fratelli Sekielski, lo «Spotlight» polacco – è infatti solo uno dei tanti addebiti contro Głódź, accusato da media della Polonia di essere un ex collaboratore dall’intelligence militare della Repubblica Popolare polacca, o di aver umiliato e intimidito i suoi collaboratori. Anzi, in un’inchiesta trasmessa sulla nota emittente TVN24, una dozzina di preti – sotto anonimato – affermava che Glódź maltrattasse regolarmente i propri sottoposti e offrisse incarichi ecclesiastici a pagamento, coi quali finanziava uno stile di vita lussuoso.

Le stesse pene di Glódź sono state imposte a monsignor Janiak: quindi il divieto di vivere nella diocesi di Kalisz e di partecipare a cerimonie religiose pubbliche e l’obbligo di pagare di tasca propria una somma adeguata alla fondazione per le vittime. Janiak è accusato di aver coperto un prete della sua diocesi, padre Arkadiusz Hajdasz, spostato in varie parrocchie dove per oltre un quarto di secolo ha abusato di diversi minorenni, senza però mai essere punito. La vicenda era stata portata alla luce sempre dal docufilm dei Sekielski, che intervistavano due vittime di Hajdasz e affermavano che Janiak gli avesse garantito protezione. Sul caso era stata condotta un’indagine preliminare dall’arcivescovo di Poznan, Stanislaw Gadecki, ma il primate di Polonia, l’arcivescovo di Gniezno Wojciech Polak, delegato dell’Episcopato per la protezione dei minori, nell’estate 2020 aveva poi rimesso tutto nelle mani della Santa Sede inviando un appello formale per chiedere di «avviare procedure». Papa Francesco, il 25 giugno di quell’anno, aveva nominato a Kalisz un amministratore apostolico «sede plena», il metropolita di Lodz Grzegorz Rys, ordinando a Janiak (rimasto nominalmente ordinario) di rimanere fuori dalla diocesi per il tempo delle indagini sulla negligenza.

Sempre in Polonia, neanche due settimane fa, era circolata la notizia che fosse in vista un provvedimento contro il cardinale Stanislaw Dziwisz, figura eminente della Chiesa polacca, per 39 anni segretario particolare di Giovanni Paolo II. Una commissione statale sembra accusare il famoso porporato di aver ignorato denunce di violenze sessuali di sacerdoti su minori dopo essere diventato arcivescovo di Cracovia nel 2005. Dziwisz ha sempre respinto tali addebiti, affermando di aver trascorso gli ultimi cinquant’anni della sua vita «al servizio della Chiesa, del Papa e della Polonia» e di avere fiducia in «un’indagine trasparente».

Spostandosi al confine, gli scandali per la pedofilia del clero continuano a tormentare anche la Germania, dove il 18 marzo sono stati presentati i risultati di un’indagine indipendente sulla gestione degli abusi nell’Arcidiocesi di Colonia. Il report, realizzato dallo studio legale Gercke & Wollschläger su commissione del cardinale Rainer Maria Woelki, ha mostrato numeri drammatici: oltre 200 abusatori, 314 vittime, violenze avvenute dal 1975 al 2018 e il 63% per colpa del clero. Alcuni vescovi, dopo la pubblicazione, hanno presentato al Papa le dimissioni; tra questi il pastore di Amburgo, Stefan Heße, ex direttore del personale per l’arcidiocesi di Colonia e vicario generale dell’allora cardinale Joachim Meisner, scomparso nel 2017. A Heße, secondo il report, sono da ascrivere undici violazioni di obblighi d’ufficio (a Meisner, invece, ventiquattro, circa un terzo di tutti i casi esaminati). Heße si è dimesso il giorno stesso, pur affermando di non aver «mai partecipato a insabbiamenti»: «Sono pronto ad assumermi la mia parte di responsabilità per il guasto del sistema». Oggi il Papa ha offerto «una prima risposta» alla rinuncia del vescovo concedendogli «una pausa», senza specificarne la durata. Durante la sua assenza, il vicario generale Ansgar Thim si occuperà della «corretta amministrazione» della chiesa di Amburgo.

https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2021/03/29/news/abusi-in-polonia-puniti-due-vescovi-negligenti-in-germania-time-out-al-vescovo-di-amburgo-1.40087973
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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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