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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Pell rimane in carcere, l’appello a giugno. Intanto si dimette l’avvocato: “Sentenza malvagia”

Pell rimane in carcere, l’appello a giugno. Intanto si dimette l’avvocato: “Sentenza malvagia”

Redazione WebNews by Redazione WebNews
6 Marzo 2019
in World
Reading Time: 4 mins read
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Fissate tra tre mesi le prossime udienze. Il 4 marzo un cinquantenne ha citato in giudizio il cardinale per aver subito da lui molestie negli anni Settanta in una piscina a Ballarat

Rimarrà almeno altri tre mesi in carcere, il cardinale australiano George Pell, in attesa che un tribunale di appello affronti il ricorso dell’alto prelato, ex “ministro dell’Economia” della Santa Sede, contro la sentenza di primo grado per abusi sessuali su minorenni.

Le prossime udienze sono state fissate per il 5 e 6 giugno, come ha reso noto un portavoce della stessa Corte di appello. Intanto il prossimo 13 marzo il giudice Peter Kidd del tribunale di Victoria emetterà la sentenza di condanna di dicembre, ma resa pubblica lo scorso 26 febbraio, che riconosce il porporato colpevole di cinque reati per i quali rischia fino a cinquant’anni di galera. Si tratta di atti osceni compiuti con o davanti a minorenni e abusi sessuali su due ragazzi di 12 e 13 anni (uno dei quali morto per overdose). I fatti sarebbero avvenuti nel 1996 nella sagrestia della chiesa di St. Patrick a Melbourne, dove Pell si era allora da poco insediato come arcivescovo, dopo una messa domenicale.

Circostanze ritenute poco credibili dal team di avvocati di Pell, del quale non fa più parte Robert Ritcher – travolto nei giorni scorsi dalle polemiche per la frase sul «vanilla sex» – che dice di lasciare dopo anni l’incarico prima dell’avvio dell’appello perché «in questa fase non ho sufficiente obiettività» per seguire il caso. «Sono molto arrabbiato per questa sentenza, che è malvagia. Penso che Pell sia innocente e invece è stato condannato. Non è un’esperienza comune», ha detto alla stampa australiana..

Dello stesso parere sono numerose persone in Australia che, contrastando la massiccia campagna mediatica contro il porporato, parlano di «processo viziato» reputando impossibile che l’allora arcivescovo, solitamente accompagnato dal suo cerimoniere, potesse violentare due ragazzi in una stanza con la porta aperta, durante il passaggio di altri coristi mentre la cattedrale era ricolma di fedeli.

Gli avvocati sostengono infatti che la giuria non ha potuto stabilire la colpevolezza dell’ex prefetto della Segreteria per l’Economia «al di sopra di ogni ragionevole dubbio», in quanto i magistrati si sono basati sulle parole di un solo accusatore e oltre venti testimoni hanno dato «indiscusse prove a discolpa».

Una delle due vittime, come detto, è morto di overdose nel 2014. Secondo i genitori, in particolare il padre che ha annunciato di voler intentare una causa di risarcimento sia contro il cardinale sia contro la Chiesa cattolica, il ragazzo era caduto nel tunnel delle dipendenze in seguito proprio al trauma adolescenziale.

Il cardinale Pell condannato per pedofilia all’uscita dal tribunale di Melbourne

 

Gli avvocati fanno notare inoltre quella che, a loro dire, è una «irregolarità fondamentale», cioè il fatto che a Pell non è stato concesso di dichiararsi «non colpevole» di fronte alla giuria e quindi di dimostrare la sua innocenza.

Ora la palla passa alla Corte alla quale spetta di decidere se il ricorso sarà ammissibile e se sarà necessario giudicare ancora il porporato 77enne, figura di riferimento del fronte conservatore della Curia romana, rappresentante di quella opposizione “moderata” ad alcune novità del pontificato di Francesco, al quale ha sempre assicurato tuttavia il suo rispetto.

Da più di una settimana si trova dietro le sbarre dell’Assessment Prison di Melbourne. «Vive questo momento con fede, raccolto in preghiera», raccontano a Vatican Insider persone a lui vicine. Pell era stato incarcerato dopo che la County Court di Melbourne, a conclusione di una «plea hearing», una udienza pre-sentenza di patteggiamento dove i legali delle due parti hanno presentato le argomentazioni conclusive, gli aveva revocato la libertà su cauzione di cui godeva da dicembre per motivi soprattutto di salute.

Sul caso Pell, a otto giorni dalla pubblicazione della sentenza, si è levata ora la voce della Conferenza episcopale australiana che, tramite il presidente Anthony Fisher, arcivescovo di Sydney, afferma di essere impegnata «per la verità e la giustizia». Nessun commento specifico, invece, sul contenuto delle accuse e della sentenza fino all’appello.

In un comunicato Fisher, ribadendo il male provocato dagli abusi nella Chiesa e la vicinanza alle vittime, domanda ai cattolici fortemente scossi dalla vicenda giudiziaria di non essere «troppo veloci nel giudicare la situazione» perché «potremmo finire per unirci a demonizzatori o apologeti, a coloro che cercano il sangue o a coloro che lo negano».

«Il processo legale riguardante il cardinale non è ancora completo, quindi non commenterò», afferma il vescovo nella nota. «Esorto le persone a non trarre conclusioni definitive finché i giudici d’appello non avranno avuto l’opportunità di riesaminare la questione. Tra le accese emozioni del presente, prego anche per la calma e la civiltà del pubblico».

Sul cardinale Pell cade però un’altra tegola. Lunedì un uomo di cinquant’anni (che vuole rimanere anonimo) lo ha citato in giudizio sostenendo di essere stato molestato dal prelato, allora sacerdote, in una piscina a Ballarat, la sua città natale, negli anni Settanta.

L’accusa non è nuova: secondo la presunta vittima, sembra che Pell avesse approfittato di tuffi e altri giochi in acqua per toccarlo nelle parti intime. Il cardinale ha sempre rigettato tale accusa. E la scorsa settimana, i pubblici ministeri avevano ritirato le accuse penali contro di lui relative a quel decennio facendo decadere il secondo processo che avrebbe dovuto prendere il via a metà marzo. L’uomo avrebbe dovuto testimoniare: il fatto che il processo sia saltato lo ha «devastato», afferma il suo avvocato Lee Flanagan, «dice che si era verificata una grave ingiustizia».

Da qui la causa che prospetta, quindi, l’apertura di nuovo processo civile.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.