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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » cardinale » Caso Barros, al via la delicata missione cilena di Scicluna

Caso Barros, al via la delicata missione cilena di Scicluna

Redazione WebNews by Redazione WebNews
13 Febbraio 2018
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Reading Time: 6 mins read
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Le Chiese latinoamericane seguono con preoccupazione la vicenda del vescovo di Osorno

Secondo Jaime Coiro, diacono portavoce dell’episcopato cileno, l’inviato del Papa per la questione che la stampa cilena chiama «affaire Karadima-Barros», monsignor Charles Scicluna, comincerà il suo lavoro nella capitale del Paese sudamericano martedì 20 febbraio nella sede della Nunziatura . L’arrivo dell’arcivescovo di La Valletta (Malta) è previsto per il giorno 19 da New York dove il presule incontrerà il prossimo sabato 17 Juan Carlos Cruz, una delle tre vittime degli abusi da parte del sacerdote Fernando Karadima. 

Gli altri due denuncianti, José Andrés Murillo e James Hamilton, saranno ricevuti e ascoltati in Cile. Scicluna dovrebbe chiudere il suo delicatissimo lavoro in un arco di tempo di quattro giorni e perciò si ritiene che già lunedì 26 febbraio sarà a Roma per consegnare a papa Francesco un primo rapporto.

L’inviato del Papa, secondo quanto annunciato in un comunicato del Vaticano nel momento della sua nomina, martedì 30 gennaio , si dovrà occupare specificamente del cosiddetto «caso Juan Barros», vescovo di Osorno, accusato da Cruz, Murillo e Hamilton, di essere stato presente in alcune occasioni in cui padre Karadima abusò di loro. Infatti, il comunicato della Santa Sede dice: «A seguito di alcune informazioni recentemente pervenute in merito al caso di S.E. Mons. Juan de la Cruz Barros Madrid, Vescovo di Osorno (Cile), il Santo Padre ha disposto che S.E. Mons. Charles J. Scicluna, Arcivescovo di Malta e Presidente del Collegio per l’esame di ricorsi (in materia di delicta graviora) alla Sessione Ordinaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, si rechi a Santiago del Cile per ascoltare coloro che hanno espresso la volontà di sottoporre elementi in loro possesso».

Come è ben noto la nomina di questo inviato speciale è una decisione del Papa successiva alle polemiche e contestazioni suscitate per alcune sue dichiarazioni mentre era ancora in Cile e che poi spiegò e commentò durante la conferenza stampa sull’aereo rientrando dal Sudamerica . Francesco in una lunga e articolata riposta alla domanda di un giornalista cileno a un certo punto sottolineò: «Nel caso di Barros si è studiato, si è ristudiato, e non ci sono evidenze, ed è quello che intendevo dire: non ho evidenze per condannare. E lì, se io condannassi senza evidenze o senza certezza morale, commetterei io un delitto come cattivo giudice. Ma c’è un’altra cosa che in più voglio dire». Poi, concludendo il Papa ha aggiunto: «Barros resterà lì se io non trovo il modo di condannarlo. Io non posso condannarlo se non ho – non dico prove – se non ho evidenze. E ci sono tanti modi per arrivare a un’evidenza. Chiaro? Benissimo».

Il delicato compito di Scicluna dunque deve essere visto in questo preciso contesto e null’altro. Non corrisponde al vero, come si legge in alcune testate latinoamericane, molto interessate a questa vicenda, che Scicluna riaprirà la «questione Karadima», già sancita con giudizio definitivo sia da parte della Santa Sede che da parte dei tribunali cileni. È chiaro ed evidente che il Papa considera necessario chiarire definitivamente la posizione di questo vescovo anche perché, in sostanza, da quando lui lo ha nominato ordinario diocesano di Osorno, una parte rilevante della comunità ecclesiale non lo accetta, lo rifiuta e lo combatte. Pochi giorni fa, il 2 febbraio, mentre monsignor Barros celebrava la Messa nella missione di Rahuè in occasione della festa della Candelora è stato interrotto diverse volte con delle urla che chiedevano la sua rinuncia. Molti fedeli e pellegrini non appena si sono accorti che il celebrante era Barros hanno lasciato il santuario.

Sono quindi due questioni diverse ma legate strettamente tra loro: una, la verità dei tre denuncianti contro la verità del vescovo che si dichiara innocente, vittima di persecuzione, e l’altra una comunità diocesana che almeno per la metà dei suoi membri rifiuta la nomina di Barros dal gennaio 2015. Nella diocesi dunque da tre anni si vive un clima insopportabile e ciò fa parte della «questione Barros». Nessuna diocesi può reggere a lungo un clima così polemico, scontroso e a volte violento poiché capita spesso che tra i fedeli, che contestano il Vescovo, e la polizia che lo deve proteggere, scoppiano tafferugli.

Echi di una visita difficile  

Prima della partenza si sapeva e diceva apertamente che la visita di Papa Francesco in Cile «era difficile». Da più parti si temevano fallimenti eclatanti. Alla fine il bilancio è chiaro se si analizza il viaggio con onestà e trasparenza. La visita del Papa è stata bella e dal punto di vista pastorale incoraggiante e partecipata. In Cile, il Papa offrì alcuni momenti del suo magistero molto alti, perché coraggiosi, completi e profondi. Fra lui e i cattolici cileni si è scoperta empatia e vicinanza reciproca e la sua parola ha penetrato seriamente il cuore di molti. I punti negativi sono pochi ma pesanti: il primo riguarda la vicenda del vescovo Barros, il secondo riguarda la paralisi che sembra bloccare la Chiesa cilena, incapace addirittura di trarre beneficio dalla presenza di Papa Francesco, ben voluto e accettato nonostante quanto anticipavano i contrari alla visita e, infine, la cordiale freddezza del governo uscente della signora Bachelet che, proprio in questi giorni, ha ritirato il suo ambasciatore presso la Santa Sede.

In teoria, il diplomatico doveva restare fino alla nomina del suo successore da parte del nuovo presidente, Sebastián Piñera, che s’insedia l’11 marzo. Dopo poco più di mese dalla visita del Papa il Cile è rimasto senza rappresentante presso la Sede Apostolica. A molti in Cile questa decisione è sembrata un «desaire» (sgarbo) nei confronti del Papa.

La missione di Scicluna va oltre la vicenda del vescovo Barros. Le sue azioni, elaborazioni, indagini e conclusioni necessariamente si proietteranno sull’intera e futura vita della Chiesa cilena, bisognosa di grandi aiuti, solidarietà e vicinanza, a patto di un suo risveglio. Ciò implica un’azione autocritica urgente e coraggiosa. Occorre riavvolgere il nastro della vita ecclesiale cilena almeno di 35 o 40 anni, decenni in cui ha preso posto nel suo corpo un tarlo micidiale, quello del potere, del conformismo, della debolezza di fronte agli abusi (occultamenti e sottovalutazioni) e soprattutto quello dell’arroganza clericale che riduce il popolo di Dio a cordate e claque dei gruppi di poteri ecclesiali ed ecclesiastici.

Il vescovo Juan Barros  

Juan Barros Madrid, nato il 15 luglio 1956 nella capitale cilena, attualmente è il vescovo della città di Osorno (820 km a sud di Santiago). Come allievo del collegio «San Ignacio el Bosque», nel 1972, a 16 anni entrò a far parte dei giovani della parrocchia del Sagrado Corazón de Jesús (quartiere benestante di Providencia), guidati da padre Fernando Karadima. Era il 1974 e il dittatore Augusto Pinochet governava da un anno. Dopo il liceo Barros entra nell’Università cattolica di Santiago per studiare Ingegneria commerciale – 12 aprile 1977 – ma dopo i primi tre anni entra anche nel Seminario Pontificio Mayor de Santiago. A 27 anni, il 3 dicembre 1983, Barros diventa diacono e nello stesso anno diventa segretario particolare dell’allora arcivescovo di Santiago, cardinale Juan Francisco Fresno (1914 – 2004). Il cardinale Fresno ordina sacerdote padre Barros il 29 giugno 1984.

Aveva 28 anni. In questo momento il presbitero Barros entra ancora una volta nella Pontificia Università Cattolica del Cile ma questa volta per studiare Teologia dogmatica. Il 22 aprile 1990, Barros, a 34 anni diventa parroco della chiesa di Nuestra Señora de la Paz (Santiago, Decanato de Ñuñoa). Poi, il 21 marzo 1993 viene nominato Parroco della chiesa San Gabriel (Santiago, Decanato Pudahuel-Sur). Nel mese di maggio dello stesso anno padre Barros diventa direttore dell’area ecclesiale dell’episcopato. Quando aveva 39 anni, Papa Giovanni Paolo II nomina padre Barros vescovo ausiliare di Valparaíso, la seconda città del Paese, porto sul Pacifico. Era il 12 aprile 1995. Poi il 21 novembre 2000 sempre Papa Wojtyla nomina Barros vescovo della città di Iquique. Il 9 ottobre 2004 Barros viene nominato vescovo castrense e il 26 novembre diventa ordinario generale dell’esercito cileno. Dopo aver lasciato l’ordinariato castrense il 15 gennaio 2015 Barros, per decisione di Papa Francesco, diventa il nuovo vescovo di Osorno.

 http://www.lastampa.it/2018/02/12/vaticaninsider/ita/nel-mondo/caso-barros-al-via-la-delicata-missione-cilena-di-scicluna-Tpdz6gDfvOTPZV1bkuwXYJ/pagina.html

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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