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Portale dell'Associazione Rete L'ABUSO | Home » world » news » Così la Chiesa fabbrica pedofili già nei seminari

Così la Chiesa fabbrica pedofili già nei seminari

Redazione WebNews by Redazione WebNews
22 Luglio 2017
in Cronaca e News
Reading Time: 3 mins read
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di Marco Marzano

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Il senso comune vuole che le responsabilità principali della Chiesa sulla pedofilia siano nel coprire i pedofili, nel non denunciarli all’autorità giudiziaria. Questo è avvenuto ed è spiegabile: l’istituzione ha temuto le conseguenze che sarebbero derivate dalla divulgazione della notizia che un suo funzionario aveva molestato bambini innocenti. Chi manderebbe più i propri figli al catechismo dopo aver scoperto tanti casi del genere? Questo ha paventato l’istituzione quando ha coperto o insabbiato. Forse essa ha avuto anche a cuore la sorte del funzionario perverso, il quale, poverino, finito in una situazione difficile, si aspettava legittimamente da quella organizzazione che aveva servito fedelmente di essere aiutato e non denunciato. Quella ecclesiastica, come tutte le grandi istituzioni autoritarie non democratiche e illiberali, ama e tutela prima di tutto il suo buon nome, pensandosi costruita a immagine e somiglianza di Dio e perciò dotata di diritti superiori rispetto a quelli di ogni altra creatura.

Questa è la prima parte della verità, che però va considerata insieme alla seconda: la Chiesa Cattolica non solo ha protetto i pedofili, ma, involontariamente, li ha costruiti. Quando si legge il rapporto dell’avvocato Weber su quel che avveniva nel collegio di Ratisbona il pensiero non può che andare ai racconti dei sopravvissuti dei lager: bambini indifesi, frustati, presi a pugni con anelli pesanti o picchiati con il coperchio del pianoforte sbattuto sulle dita. E poi stupri a ripetizione, violenze che da fisiche divenivano sessuali. Tutto questo a opera di un piccolo esercito di torturatori, di sadici kapò, almeno cinquanta.

È chiaro che qui non si è trattato di un crimine individuale, della perversione di un singolo. Quello di Ratisbona, come i tanti altri emersi in questi anni, era una struttura criminale compatta e efficiente. Tutti i carnefici, sia i violentatori che coloro che assistevano senza reagire e senza denunciare, erano preti, accomunati dalla passione, sadica o solo sessuale, per i ragazzini, ma anche dall’aver probabilmente frequentato, sin dal seminario, luoghi dove i giovani venivano sottoposti a quel genere di iniziazione. E soprattutto dall’aver acquisito la convinzione profonda di essere, in virtù della tonaca che indossavano, superiori alla media degli esseri umani e quindi di poter usare e abusare del prossimo a piacimento.

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Quei preti erano da un canto immaturi affettivamente e quindi incapaci di stabilire relazioni amorose paritarie e responsabili, dall’altro assetati di occasioni per manifestare la propria volontà di dominio e di potere appresa con tutta probabilità proprio nei seminari, dopo essere stati a propria volta oggetto di abusi e di violenze ma anche dopo aver imparato, nelle classi e nei corridoi, che Dio ha diviso gli esseri umani in due blocchi: quelli normali e i preti. E che appartenere al secondo blocco significa quasi assomigliare al Creatore. Non sono il sesso e la perversione dei singoli a spiegare Ratisbona e i tanti altri casi simili. Ma la Chiesa e il modo, sempre identico, da secoli, nel quale essa forma i suoi funzionari.

Si dice: cose del genere non possono più succedere. Forse è vero, almeno in Occidente, ma questo avviene perché è cambiata la società, sono cambiate le famiglie, si è affermata una cultura che rende impensabili quegli atti e che, a differenza di quanto avveniva in passato, ascolta e prende sul serio i bambini. È cambiato il mondo, è cambiata molto meno la Chiesa, che continua a formare negli stessi luoghi di sempre, i seminari tutti maschili, il suo clero celibe. E non può cambiare la storia, anzi le storie, di migliaia di abusati che troveranno prima o poi il coraggio di denunciare, la forza di rompere quel muro del silenzio e della vergogna che alcune istituzioni orribili li hanno costretti a costruire. E per la Chiesa saranno guai.

http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/cosi-la-chiesa-fabbrica-pedofili-gia-nei-seminari/

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.