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Francesco Zanardi, l’uomo che combatte la pedofilia clericale, è forse in pericolo?

Francesca Lagatta by Francesca Lagatta
3 Aprile 2016
in Il punto della Rete L'ABUSO
Reading Time: 3 mins read
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di Francesca Lagatta

La storia di Francesco Zanardi, caparbio presidente di Rete l’Abuso, ricorda un po’, mi si perdoni il paragone, quella di Falcone e Borsellino. E alla fine di questo articolo capirete il perché. E anche perché al centro di questa storia ci sono la sete di giustizia e i poteri forti, con i secondi che mandano al macello la prima, una storia fatta di solitudine, di silenzi che pesano come macigni, di assenze insopportabili e talvolta di opprimente dolore.

Francesco Zanardi conosce l’orrore degli abusi a 11 appena, perpetrati da un prete con in dosso i panni soldatino di Dio e che invece nell’arco di 20 anni ha distrutto almeno una trentina di vite. Don Nello Giraudo infierisce sul suo corpo per quasi cinque anni, e quando il piccolo Francesco diventa troppo grande per le perversioni di quel vecchio pedofilo, è la vita stessa che continua a mettere il dito nella piaga in quella ferita già troppo sanguinante.

Ma uno come Zanardi non lo butti giù, non ce la fa nemmeno il destino più avverso. Così quella piaga la trasforma in forza e a piccoli passi, e senza l’aiuto di nessuno, mette in piedi quella che diventerà la più temibile delle associazioni per la lotta contro la pedofilia clericale. Un vero e proprio incubo per Papa Bergoglio e compagni. Una sorta di Spotlight all’italiana.

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Solo che qui non è l’America; di “The Boston Globe” se ne contano sulla punta delle dita e la religione stordisce e inquina la mente dei popoli molto più della droga. Pertanto, il demonio è chi sbatte in faccia la realtà e manda in frantumi le fantasticherie di milioni di fedeli che credono che le offerte generose lavino le coscienze e scongiurino l’inferno, anche se un Bertone continua ad allargarsi gli attici su piazza San Pietro, magari sulla pelle dei bambini malati. Per dire.

E poi ci sono i soliti miliardi di mezzo. I giri di affari miliardari, il traffico d’armi, il riciclaggio di danaro, gli interessi dello Ior. Chi è stato dentro, dice che l’economia mondiale passa tutta per le viuzze,e gli uffici, di città del Vaticano. Altro che Dio e misericordia. E in questo, lo Stato italiano e quello vaticano, sarebbero assai complici. Vedi l’esonero dal pagamento dell’Imu di chiese e affini, vedi il silenzio mantenuto dal governo sul processo illegittimo ai giornalisti Nuzzi e Fittipaldi, vedi gli oltre 12 miliardi di euro che lo Stato italiano regala ogni anno al Vaticano.

Figurarsi, dunque, cosa può subire un semplice cittadino che si è messo in testa di sgretolare un sistema marcio fino. E allora giù con le minacce, i soprusi, i “ladri” che si arrampicano fino al sesto piano di una palazzina, due suicidi misteriosi attorno a lui di persone che conducevano la stessa battaglia, l’ira dei vescovi, le querele intimidatorie, una motocicletta senza alcun valore commerciale che sparisce nel nulla, gli attacchi, le aggressioni pubbliche e private, uno sfratto illegittimo, le violenze psicologiche, la persecuzione dei preti pedofili, le pagine di giornale avvelenate, il Papa rivoluzionario che promette e non mantiene, gli attacchi hacker, i messaggi inquietanti e gli episodi ancor più subdoli, i fan della Chiesa che gridano vendetta e i preti pedofili che giurano di fargliela pagare. Ma in questa storia c’è anche il capitolo dedicato alla scorta che gli viene negata, alla stampa asservita che ha paura di pubblicare e alla gente che si gira dall’altra parte perché sogna il Paradiso.

Francesco, l’attivista savonese e non il Pontefice, è un uomo lasciato solo dalla stupidità umana e dall’indifferenza dello Stato, lo stesso che tutela i delinquenti e lascia morire Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Lo ha denunciato più volte e i fatti non hanno lasciato troppo spazio all’immaginazione. Francesco Zanardi è un uomo in pericolo, talmente in pericolo che nessuno delle persone a lui vicino si meraviglierebbe di un atto estremo, come il “suicidio”. Perché la lobby vaticana è di gran lunga più potente della ‘ndrangheta, ma tutti fanno finta di non saperlo. Perché alla fine è la volontà di Dio quella che conta, si intende. Ma quando pure Dio si gira dall’altra parte e fa finta di non vedere, poi i Borsellino, i Falcone e gli Zanardi muoiono tra le lacrime di coccodrillo di chi li ha mandati al macero.

E questo non dovrebbe mai accadere.

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Francesca Lagatta

Francesca Lagatta

Giornalista addetta all'Ufficio stampa della Rete L'ABUSO

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.