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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » cardinale » Le parole del cardinale Pell sulla pedofilia non bastano

Le parole del cardinale Pell sulla pedofilia non bastano

Redazione WebNews by Redazione WebNews
5 Marzo 2016
in Cronaca e News
Reading Time: 5 mins read
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Francesco Peloso, giornalista

Con i quattro giorni di testimonianza del cardinale George Pell di fronte a una commissione d’inchiesta governativa australiana, si può dire che lo scandalo degli abusi sui minori nella chiesa sia arrivato a toccare il cuore del sistema. È il ruolo ricoperto dal porporato australiano nella curia romana, e nella nuova governance vaticana voluta da papa Francesco, a dimostrarlo.

Pell, infatti, dal 2014 è il prefetto della segreteria per l’economia della Santa Sede, il dicastero che coordina buona parte delle finanze vaticane. L’ex arcivescovo di Sydney ha assunto l’incarico con l’obiettivo di rendere trasparenti ed efficienti i bilanci dei dicasteri, di superare le opacità, di applicare princìpi moderni e internazionalmente riconosciuti nella gestione dell’economia. La sua presenza nel C9, il ristretto gruppo di nove cardinali che aiuta Bergoglio nel governo della chiesa universale e nella riforma della curia, non è episodica né casuale.

D’altro canto, le accuse rivolte a Pell dalle vittime degli abusi e poi da diverse commissioni statali che hanno indagato sullo scandalo pedofilia, sono precedenti alla sua chiamata a Roma. Il cardinale aveva già testimoniato in Australia in merito a diversi episodi del passato, e lo ha fatto di nuovo nei giorni scorsi per quattro giorni da un albergo della capitale italiana.

Un aspetto che va compreso subito è quello relativo alle responsabilità. Se gli autori degli abusi sono ormai noti, il nodo irrisolto è quello delle coperture, degli insabbiamenti orchestrati dalle gerarchie con la complicità non di rado del clero locale. Il senso di quanto successo a Roma, dunque, è – in primo luogo – quello di ricostruire la catena di comando che ha permesso di nascondere i colpevoli e poi di accertare la verità, anche se non più penalmente rilevante.

I casi contestati al cardinale durante la deposizione riguardano in particolare il periodo che va dagli anni settanta agli anni ottanta, quando Pell era viceparroco nella cittadina di Ballarat e poi collaboratore del vescovo Ronald Mulkerns. Altri episodi toccano la stagione in cui Pell fu alla guida della diocesi di Melbourne.

Il cardinale ha ammesso la sottovalutazione del problema da parte di vescovi e sacerdoti

La strategia difensiva seguita da Pell in questa occasione non è stata molto diversa da quella già adottata di fronte alla commissione d’indagine dello stato di Victoria, in Australia, nel 2013. Il cardinale ha ammesso varie cose: la sottovalutazione del problema da parte di vescovi e sacerdoti, il fatto che all’epoca si pensasse prima alla reputazione dell’istituzione che alle vittime, in generale gli enormi errori commessi nell’affrontare il problema. Ha riconosciuto come la gestione del caso del sacerdote predatore seriale Gerald Ridsdale (protetto e spostato da una parrocchia all’altra), sia stata catastrofica e ha detto fin dall’inizio: “Non sono qui per difendere l’indifendibile”. D’altro canto ha però escluso ogni sua responsabilità diretta, anche se alla fine ha detto che almeno in un caso di cui era venuto a conoscenza non agì denunciando il prete coinvolto.

È stato contraddittorio – in un primo tempo ha affermato che queste storie o voci che circolavano non erano per lui così interessanti, suscitando la rabbia delle vittime – poi ha chiesto scusa, ha riconosciuto di aver fatto poco, di essersi fidato delle persone sbagliate. Quindi ha chiamato in causa altri preti e vescovi come il suo predecessore a Melbourne, scaricando su questi una parte considerevole di responsabilità.

La consulente legale della commissione, Gail Furness, ha incalzato il cardinale, lo ha messo alle strette con riferimenti puntuali e ha giudicato “non plausibili” le spiegazioni date. È difficile credere, era il senso dell’obiezione, che tutti sapessero tranne lui, considerato tra l’altro che conosceva personalmente almeno alcuni dei colpevoli e che prese parte a riunioni in cui vennero prese decisioni in merito allo scandalo.

Tradimento e verità

E tuttavia il fatto forse più significativo è avvenuto alla fine dei quattro giorni, quando alcune delle vittime hanno incontrato il cardinale non tanto per parlare del passato, come ha spiegato uno di loro, ma del futuro, di cosa farà la chiesa per proteggere i bambini. Pell ne è uscito provato, leggendo poche righe di fronte ai giornalisti di tutto il mondo in cui si impegnava a collaborare con quanti erano stati colpiti dagli abusi e facendo riferimento ai troppi suicidi causati dalle violenze.

È stato un passaggio importante che spiega un elemento: almeno una parte delle vittime non puntava alla vendetta – altra storia sono i risarcimenti materiali che potranno essere stabiliti anche in base alle conclusioni della commissione – ma a una sorta di operazione verità, all’ammissione, fatta da uno dei più alti funzionari della chiesa cattolica, del danno immenso provocato da comportamenti atroci.

Una scelta che non si comprende se non si tiene presente quanta fiducia queste persone riponessero nella chiesa, quanto fossero profondamente cattoliche; solo partendo da questo si può misurare il senso di smarrimento, di tradimento vissuto, e la ricerca di una redenzione dell’istituzione, oltre che di giustizia.

In questo senso la testimonianza di Pell va valutata con un minimo di distacco per comprenderne le implicazioni. Se il cardinale ha cercato di salvare se stesso, o quantomeno le apparenze, ha allo stesso tempo tracciato un quadro senza precedenti di responsabilità da parte di vescovi e clero di fronte alle centinaia di casi avvenuti a Ballart.

Di fatto si tratta di un insieme di dichiarazioni con le quali uno dei principali cardinali alla guida della chiesa ha ammesso che c’era un sistema di coperture dello scandalo e di protezione dei colpevoli per salvaguardare il buon nome dell’istituzione, a scapito delle vittime. Un sistema che però, alla lunga, ha prodotto tragedie personali e portato la credibilità della chiesa a livelli minimi.

È possibile dire che in futuro, su tutta questa vicenda, ci sarà un prima e un dopo i quattro giorni di interrogatorio-testimonianza a cui è stato sottoposto il cardinale all’hotel Quirinale di Roma. Altro aspetto rilevante è che il tutto sia avvenuto alla presenza di quindici vittime o genitori di vittime, in videoconferenza con l’Australia e con molti dei maggiori mezzi d’informazione di lingua inglese che trasmettevano l’evento in streaming su internet o in diretta tv.

La frattura tra le due chiese – una inclusiva e aperta, l’altra bigotta e controriformista – si accentua

La situazione del cardinale australiano resta in bilico: a giungo compie 75 anni, l’età del pensionamento secondo la legge canonica; la sua immagine è macchiata; lo stesso pontefice non esce indenne da questo passaggio. Il rischio evidente è che l’ondata emotiva sulla quale si è retto il pontificato bergogliano rientri, che la spinta si spenga e torni a prevalere l’immagine di un potere che si vuole intoccabile.

Il papa ha inasprito il codice penale vaticano in merito ai reati di pedopornografia, ha istituito un dicastero per la tutela dei minori e un tribunale ad hoc per affrontare i casi di abuso. Ma di certo le opposizioni interne sono molte, in curia ma anche nelle conferenze episcopali locali dove moltissimi vescovi – si guardi in primis proprio all’Italia – si rifiutano di collaborare con la giustizia civile.

La frattura tra due chiese – una inclusiva e aperta, l’altra bigotta e controriformista – è emersa sempre di più in questi tre anni, via via che il papa provava a dare corpo a una riforma basata in primo luogo sulla rinuncia ai privilegi, ai simboli del potere, al segreto e sulla scelta in favore di una sobrietà di costumi e comportamenti. Questa frattura ora si accentua.

Lo scandalo dei preti pedofili, del resto, lungi dal concludersi nella sfera giudiziaria, chiede risposte su temi fondamentali come la sessualità, il celibato obbligatorio, la formazione dei preti, l’emarginazione delle donne e dei laici, il clericalismo di tanti vescovi, l’incapacità di misurarsi con le sensibilità nuove dei fedeli. In fondo questo secondo “caso Spotlight” tra Roma e l’Australia, oltre la cronaca, ci dice soprattutto quanto sia profonda la crisi di una chiesa incapace, finora, di riprendere il cammino cominciato con il concilio Vaticano II.

http://www.internazionale.it/opinione/francesco-peloso/2016/03/04/george-pell-pedofilia-chiesa

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

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