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Portale dell'Associazione Rete L'ABUSO | world » news » Pedofilia, il caso italiano e i silenzi della Chiesa

Pedofilia, il caso italiano e i silenzi della Chiesa

Redazione WebNews by Redazione WebNews
18 Febbraio 2015
in Cronaca e News
Reading Time: 3 mins read
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Quanti sono, cosa fanno e dove si trovano in questo momento i pedofili spretati dal Vaticano? Se ne parla con Federico Tulli il 20 febbraio alla Libreria Lovat di Trieste.

I casi di Don Maks Suard a Trieste, Don Mauro Inzoli a Crema e del vescovo polacco Józef Wesolowski in Repubblica Dominicana sono solo gli ultimi di una lunga serie di scandali dalle radici antiche. E dimostrano come ancora oggi, nonostante i proclami di Papa Francesco, il Vaticano sia ben lontano dal comprendere cosa sia l’abuso su un bambino, come si affronta, come si previene e come ci si “occupa” di chi ne è riconosciuto responsabile.

Quattro anni dopo “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro”, Federico Tulli getta nuova luce sull’orrore della pedofilia all’interno del clero cattolico, concentrandosi questa volta sul caso italiano. Un’inchiesta che legandosi alle durissime accuse rivolte dall’Onu alla Santa Sede nel 2014, i cui atti nel libro sono per la prima volta tradotti integralmente, chiama ancora di più in causa le responsabilità dei Papi Bergoglio, Ratzinger e Wojtyla nella gestione di un crimine dalle conseguenze devastanti diffuso in maniera capillare anche nel nostro Paese.

Sebbene siano circa 150 i sacerdoti finiti sotto processo negli ultimi anni, l’Italia è l’unico tra i grandi Paesi di tradizione cattolica in cui Stato e Chiesa non hanno istituito una commissione nazionale con l’incarico di indagare sul fenomeno criminale esploso a livello mondiale e non e più occultabile. Come mai? “Perché non ce n’è bisogno”, si è sentito rispondere Tulli da mons. Federico Lombardi, direttore della sala stampa vaticana: secondo la Santa Sede si tratta di episodi sporadici, non esiste un caso Italia.

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È davvero così? Nel 2014 Trieste è stata scossa dal suicidio di Don Maks Suard che aveva ammesso un abuso compiuto 17 anni prima. Si tratta di una vicenda isolata? Si direbbe di no pensando a Don Andrea Agostini (Bologna), Don Turturro (Palermo), Don Cantini (Firenze), Don Ruggero Conti (Roma), agli stupri accertati all’istituto per sordomuti del Provolo (Verona), solo per citare le storie più note e più recenti. Dunque, cosa intende nascondere la Chiesa che con i suoi 35.000 sacerdoti è la più “popolosa” al mondo? A questo e ad altri quesiti di stretta attualità risponde il libro di Tulli. Fino a che punto pesano le ambiguità di decine di vescovi mai collaborativi con la autorità “civili”? Perché la Conferenza episcopale – il cui capo è l’unico al mondo nominato direttamente dal Papa – non vuole obbligare i vescovi a denunciare i presunti responsabili di abusi alla magistratura italiana? E ancora, quanto incide l’accondiscendenza dei media verso i gerarchi della Chiesa sulla possibilità di continuare a negare le reali dimensioni di questo fenomeno criminale? E cosa comporta l’assenza di spirito critico dei giornalisti italiani nei confronti di qualsiasi dichiarazione sul tema rilasciata da Papa Bergoglio? Siamo sicuri che la “tolleranza zero” invocata dal Pontefice corrisponda a fatti concreti? Perché la Santa Sede rifiuta di fornire all’Onu i nomi dei sacerdoti dimessi dallo stato clericale dopo essere stati giudicati colpevoli di abusi su minori dalla Congregazione per la dottrina della fede? Quanti sono, cosa fanno e dove si trovano in questo momento?

Riannodando i fili con la storia dell’Inquisizione per indagare sulla matrice culturale e “politica” dell’atteggiamento complice mostrato dai vertici della Chiesa, con l’aiuto di esperti e studiosi, documenti alla mano l’autore riporta fuori da un inquietante cono d’ombra gli efferati crimini di pedofilia clericale commessi in Italia dal 1860 fino ai nostri giorni senza soluzione di continuità. E con l’aiuto di alcuni psichiatri traccia l’identikit del pedofilo, molto simile a quello di un serial killer, evidenziando le particolarità che contraddistinguono la pedofilia di matrice clericale.

“I preti pedofili vivono su questa terra e devono rispettare le leggi della società in cui vivono, anche se sono convinti che le credenziali vantate rispetto alla sfera del trascendente consentano loro comportamenti caratteristici dei criminali e dei malati mentali”, afferma la neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, nella prefazione al volume intitolata “La pedofilia e il sacro”.

http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=69468&typeb=0

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.