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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » Benedetto XVI » Papabili, un fratello pedofilo per il cardinale Marc Ouellet

Papabili, un fratello pedofilo per il cardinale Marc Ouellet

Redazione WebNews by Redazione WebNews
21 Febbraio 2013
in Cronaca e News
Reading Time: 4 mins read
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21 febbraio 2013

Il Globe and Mail di sabato 17 febbraio ha dedicato un ritratto all’arsenico al cardinale quebecchese e primate del Canada, Marc Ouellet, considerato da molti uno dei più probabili papabili dopo le clamorose dimissioni di Benedetto XVI.

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In un articolo che apre la prima pagina del più prestigioso quotidiano canadese e rimanda a tre pagine interne della sezione “Focus”, l’articolo mette anzitutto in luce il fatto che la parrocchia dove Ouellet ha iniziato il suo percorso di fede e poi la sua carriera ecclesiastica è oggi una chiesa sconsacrata, trasformata in un centro civico dove “nello spazio del confessionale oggi si serve birra per 4.25$ e porto per 5$“, mentre dal pulpito centrale oggi “si svolgono spettacoli dal vivo” e “la religione è stata relegata dietro a una pesante tenda di taffeta lunga 22 piedi, che viene aperta una domenica sì e l’altra no per permettere a un prete itinerante d’ottant’anni di servire messa dinanzi a un pubblico di non più di 15-20 fedeli“.

Il Globe and Mail ritiene questa come la notizia principale su Marc Ouellet, al punto da dedicargli l’apertura del giornale con una grande foto in prima della parrocchia del villaggio quebecchese di La Motte e un titolo malizioso che recita: “Il cardinale non potè salvare questa chiesa. Potrà forse salvare il Vaticano?” Titolo malizioso perché Ouellet ha lasciato il Quebec dal 1970 per trasferirsi prima in Sud America e poi a Roma, quindi chiaramente non ha una responsabilità diretta sul destino della sua parrocchia natale.

Tuttavia, la notizia che appare come più dirompente, in particolare per le chance del cardinale canadese di divenire Papa, è che nel 2009 suo fratello minore Paul Ouellet, all’epoca 63enne, fu condannato a 15 mesi di libertà vigiliata per pedofilia, in quanto reo confesso di aver assalito sessualmente due ragazzine di 13 e 15 anni. Il fratello cardinale sull’intera vicenda ha mantenuto un silenzio criticato da molti. Due settimane dopo la sentenza, il fratello del cardinale ha perfino comprato un annuncio a pagamentosul quotidiano quebecchese La Frontiere per spiegare pubblicamente il suo punto di vista sulla sua reo-confessione, per rivendicare che tra lui e le due ragazzine esisteva – a suo dire – un amore consenziente e per respingere altre accuse di pedofilia che gli erano piovute addosso, come spesso accade in questi casi.

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Per il resto, l’articolo del Globe and Mail sottolinea a più riprese l’inesorabile processo di secolarizzazione che ha reso da decenni la provincia canadese (e francofona) del Quebec da una delle più ferventemente cattoliche a una delle più laiche e moderne. In questo senso stride la battaglia di retroguardia combattuta da Marc Ouellet contro il progredire dei tempi del suo una volta tradizionale luogo natio. Ouellet si è guadagnato l’attenzione dei media canadesi soprattutto negli ultimi anni, quando ha reso pubbliche le sue idee reazionarie in tema di aborto, diritti civili e posizione della donna nella società.

Nel novembre 2007 Marc Ouellet firmò e rese pubblica su vari quotidiani francofoni una lettera in cui chiedeva scusa alla societàper gli “errori” di “alcuni cattolici” in Quebec, in particolare ammettendo atteggiamenti anti-semiti, anti-nativi canadesi, omofobici e anti-femminili, ma limitando il tutto all’epoca “precedente il 1960”. La limitazione temporale destò, nel Canada del 2007, fiere critiche, in particolare da parte delle associazioni che difendono direttamente le categorie citate dal cardinale, che hanno ricordato quanto forte sia stato l’impegno dello stesso Ouellet contro il riconoscimento del matrimonio per tutti.

Nel 2010, ricorda sempre il Globe and Mail, Marco Ouellet definì l’aborto “un crimine morale sempre e in ogni caso, anche dopo uno stupro” e la cosa gli portò un diluvio di critiche, sia istituzionali che private, all’interno di uno dei Paesi più occidentali del mondo. In quella circostanza, ricorda il giornale canadese, il cardinale fu equiparato all’imam dell’Iran Kazem Sedighi, che aveva da poco accusato le donne di essere responsabili di una serie di calamità naturali accadute.

Il Globe and Mail intervista poi Pierre Labrèche, “un capellone che dirige il nuovo centro civico sorto al posto della vecchia chiesa cattolica di La Motte” il quale difende la sconsacrazione della parrocchia del cardinale dicendo: “Abbiamo salvato la chiesa adattandola ai tempi. Viviamo in una società che è sempre più secolarizzata e la chiesa [cattolica] deve adattarsi ai tempi per sopravvivere; se non l’avessimo presa in gestione noi, forse la nostra chiesa sarebbe stata demolita e al suo posto oggi ci sarebbe un condominio“. Il messaggio del “capellone” Labrèche sembra essere giustapposto nell’articolo sul cardinale, dal momento che il Vaticano, in pura teoria, dovrebbe cercare fra le sue fila un nuovo papa in grado di capire e adattare la Chiesa cattolica alla realtà dei tempi, mentre il profilo del primate del Canada racconta, al contrario, di un uomo addirittura molto critico del Concilio Vaticano II, in riferimento al quale ha sostenuto che “troppi dentro alla Chiesa hanno interpretato in modo esageratamente progressista, disconnettendosi dal nucleo della fede cattolica e aprendosi a uno sbagliato processo di relativizzazione“.

L’articolo termina dando la parola a un altro dei molti fratelli Ouellet, Roch, un preside di scuola in pensione, che ha abbandonato la religione cattolica da alcuni anni. Roch dipinge del fratello cardinale il seguente ritratto: “Penso sia un nostalgico dei tempi in cui il Quebec era animato da un fervore cattolico di tutto rispetto. Ma che piaccia o no, i tempi sono cambiati, e quella realtà oggi non esiste più. Non vale solo per me, ma per molti altri quebecchesi“.

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Considerati i tempi difficili per la Chiesa Cattolica, e le motivazioni che hanno spinto Ratzinger ad abdicare, l’articolo del Globe and Mail sembra porre un serio freno alle possibilità del primate del Canada di succedere a Benedetto XVI.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/21/papabili-fratello-pedofilo-per-cardinale-marc-ouellet/506771/

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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