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Portale dell'Associazione Rete L'ABUSO | Home » world » news » liguria » La pedofilia impregna insospettabili

La pedofilia impregna insospettabili

Redazione WebNews by Redazione WebNews
8 Febbraio 2011
in Liguria
Reading Time: 8 mins read
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Chissà se durante la funzione liturgica, quando la litania del Confiteor si alza fino alle volte vaticane, i cardinali mettono l’accento sull’ultima parola: «Confesso a Dio padre e voi fratelli che ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni» (Lettera 43)

E di omissioni, secondo il rapporto del Comitato Onu sui diritti dei bambini presentato il 5 febbraio a Ginevra, il Vaticano ne ha compiute molte: «Non ha riconosciuto la portata dei crimini commessi, non ha adottato le misure necessarie per affrontare i casi di abusi sessuali su minori e per proteggere i bambini». Ha invece usato «politiche e pratiche» che hanno permesso la prosecuzione delle violenze e favorito l’impunità degli autori.
LA CHIESA, UN MURO DI GOMMA. «Chi denuncia i crimini dei sacerdoti si trova di fronte a un muro di gomma», si è sfogato conLettera43.it Francesco Zanardi, vittima di un prete pedofilo all’inizio degli Anni 80, oggi attivista gay e fondatore dell’associazione L’abuso.
La sua organizzazione raccoglie le denunce, assiste chi ha subito violenze e mantiene i contatti con le all’organizzazioni all’estero.
«Quando abbiamo iniziato a confrontarci a livello internazionale», racconta, «è emerso che il metodo utilizzato dalla Chiesa in molti casi era lo stesso: spostare i sacerdoti, e addirittura affidare loro comunità di ragazzi in difficoltà, magari orfani».
MOLESTATO IN PARROCCHIA. La sua storia è esemplare. Nel 1982 fu molestato da un prete, Nello Giraudo, quando aveva 12 anni, ma trovò la forza di denunciarlo solo nel 2008.
Si rivolse ai responsabili della diocesi, scoprendo che la pericolosità del suo carnefice era già nota dal 1980. Il sacerdote si era persino autodenunciato nel 2002, ma la sua riduzione allo Stato laicale è stata chiesta solo nel 2010, dopo che contro di lui era intervenuta la magistratura.
Zanardi si dovuto scontrare con l’omertà di tre vescovi che si sono succeduti alla guida dell’episcopato di Savona: da Dante Lanfranconi, oggi a Cremona e vicepresidente della conferenza episcopale lombarda, a quello attuale, Vittorio Lupi, passando per il potentissimo Domenico Calcagno, oggi cardinale, che papa Francesco ha appena licenziato dalla commissione di vigilanza sullo Ior dopo appena un anno di servizio.
Proprio Calcagno segnalò il caso di Giraudo alla Congregazione per la dottrina della fede nel 2003. A ricevere il dossier c’era Joseph Ratzinger, pronto di lì a due anni a diventare papa Benedetto XVI.

LA RESPONSABILITÀ DEI VESCOVI. Anche Zanardi gli scrisse, nella sua continua lotta contro l’ignavia del clero. E si è persino  presentato in Vaticano indossando una t-shirt con la faccia del prete che lo ha violentato.
Sulle intenzioni del pontefice argentino si illude poco: «Ha coperto criminali con lo stesso atteggiamento dei suoi precursori». Ma crede comunque nella giustizia. È grazie alla sua denuncia che è scattata la prima indagine in Italia contro un vescovo, Lanfranconi, accusato di aver coperto gli abusi sessuali del molestatore di Zanardi. Ora vorrebbe esportare il modello in tutta Italia: «Stiamo provando a far passare il principio per cui i vescovi devono rispondere di ciò che avviene nella loro diocesi».

DOMANDA. La sua è una battaglia difficilissima.
RISPOSTA.
La nostra associazione si appoggia su 15 avvocati. Stiamo usando la sentenza su Lafranconi come riferimento nelle altre cause che assistiamo in giro per l’Italia.
D. Papa Francesco par aver portato una rivoluzione in Vaticano. Pensa che vi possa aiutare nella vostra lotta?
R. Jorge Bergoglio è simpatico, ma per ora non ha cambiato niente. Anzi, anche lui sta proteggendo i colpevoli.
D. Come fa a dirlo?
R. Le faccio un esempio. Ha rimosso il nunzio apostolico in Repubblica Domenicana, Josef Wesolowski, accusato di pedofilia e di abusi su minori. Però lo ha riportato a Roma. Perché non ha lasciato agire la giustizia? La stessa cosa si può dire per il prete ricercato dall’Interpol che si è rifugiato a Parma.
D. Insomma nessun passo avanti?
R. Finché il Vaticano vuole giudicare da sé questi casi sfuggendo al diritto nazionale non si risolverà nulla.
D. Ci può spiegare la sua storia?
R. Fui molestato da un prete, Nello Giraudo, quando avevo 11 anni. Le violenze sono continuate per altri cinque anni, fino a quando ho smesso di frequentare la parrocchia. Il bello è che aveva già abusato di un bambino in un altra parrocchia, a Valleggia (frazione di Quiliano, nel Savonese, ndr). Ed era stato anche denunciato. Ma l’allora vescovo di Savona, Dante Lafranconi, si limitò a trasferirlo a Spotorno, dove la vittima fui io.
D. Poi cosa è successo?
R. Ho avuto una lunga storia di tossicodipendenza.
D. Un modo per fuggire da quella brutta esperienza?
R. Ognuno reagisce a suo modo. Ho avuto aiuto da un altro prete, don Carlo Rebagliati. Era economo della curia: mi diede una mano col lavoro.
D. Di cosa si occupava?
R. Avevo una ditta di impianti elettrici e informatici. E gestivo anche i servizi per la diocesi. Così mi ritrovai a frequentare gli ambienti della Chiesa.
D. E così ha scoperto che quello che era accaduto a lei continuava a perpetuarsi.
R. Nell’estate del 2005 ero davanti al duomo di Savona. Passò di lì don Giraudo e un ragazzo, vedendolo, commentò: «Quel porco di merda».
D. Capì subito il perché di quella reazione?
R. Sì, infatti andai immediatamente a chiedere al ragazzo la ragione di quell’insulto.
D. E cosa scoprì?
R. Che la curia aveva permesso a don Giraudo di andare in un campo scout della parrocchia.
D. Incredibile.
R. Abusò di quel ragazzo in cucina, mentre lavava i piatti. Lo prese da dietro, toccandolo. Il ragazzo riuscì a scappare e si nascose per ore. Alla fine si confidò con un capo scout.
D. E furono presi provvedimenti?
R. Non accadde nulla. In seguito ho scoperto che due dei responsabili scout erano il fratello e la cognata di Giraudo.
D. Perché il ragazzino non ha urlato mentre subiva la violenza?
R. Non urlavo nemmeno io. Alcune molestie avvenivano quando c’erano altre persone. Un motivo in più per non gridare, perché poi chi la gestisce la vergogna?
D. Cosa ha fatto una volta scoperta l’ennesima violenza di Giraudo?
R. Decisi di parlarne con la curia. E l’allora vescovo di Savona, Domenico Calcagno, mi disse: «Guarda che lo puoi avere sulla coscienza».
D. Un modo per dirle di tacere.
R. E io invece continuai a parlare e a fare rumore. Per tutta risposta non mi pagarono per 15 mesi.
D. Da quanto era nota la condizione di Giraudo?
R. C’è una lettera inviata nel marzo del 2010 dal segretario della Congregazione, Luis Ladari, al successore di Calcagno, il vescovo Vittorio Lupi, che dice tutto (leggi la lettera)
D. Tutto cosa?
R. Ladari scrisse: «Mi riferisco al caso del reverendo Giraudo, che fu denunciato nel 1980 per abuso di minori e che nel 2002 manifestava al vicario generale la propria tendenza pedofila». E specificò anche che Calcagno aveva segnalato il caso alla congregazione nel 2003.
D. Quindi la Congregazione sapeva dal 2003 e il vescovo da molto prima. Almeno vent’anni?
R. C’è tutto scritto negli atti del processo contro Giraudo e Lafranconi. Il vicario della diocesi ha dichiarato con parole terribili che il primo «serio incoveniente» si era avuto nei primi Anni 80, quando una mamma aveva denunciato il prete per aver palpato il suo bambino (leggi gli atti della sentenza).
D. E cosa successe allora?
R. Il vescovo Dante Lafranconi gli permise di gestire una casa famiglia a Orco Feglino. Di quei ragazzi nessuno avrebbe preso le difese. Succede spesso che ai preti pedofili vengano affidate tali strutture: a Verona è successo con l’istituto dei sordomuti Provolo.
D. Ma come è stato possibile?
R. Il vicario della diocesi di allora disse che don Nello decise di aprire la comunità «per vincere la sua dolorosa solitudine». E che Lafranconi non sapeva se «ammirare la generosità di questo sacerdote o se riprovare un’iniziativa gravida di incognite».
D. E quanto è rimasto in quella comunità?
R. Fino a quando Calcagno gli chiese di lasciare lasciarla nel 2003. «Ti sono vicino con la preghiera», gli scriveva. Però gli diede la responsabilità di una parrocchia, togliendogli solo la catechesi ai bambini.
D. Che ruolo ebbe Calcagno in questa storia?
R. Quando Giraudo parlò apertamente della sua pedofilia, Calcagno scrisse a Ratzinger per sapere cosa fare e poi più volte a monisgnore Charles Scicluna, il promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede. Lo incontrò anche a Roma nell’aprile del 2006.
D. Per dirgli cosa?
R. La Congregazione voleva che Giraudo chiedesse la dispensa da sacerdote. Calcagno, invece, chiese a nome del prete che la congregazione rivedesse il giudizio «troppo severo»(leggi la lettera).
D. Dopo Calcagno arrivò un altro vescovo Lupi: sapeva anche lui?
R. Lo ha ammesso in un’altra lettera: ha scritto che Calcagno lo aveva informato nel 2009. E poi anche io l’ho avvertito chiedendogli di assumersi le sue responsabilità (leggi).
D. Ma non cambiò nulla.
R. Ancora nel 2010 la Congregazione scrisse a Lupi chiedendo di Calcagno nel 2006: «Essendo ormai trascorsi quattro anni le invito cortesemente a informare questo dicastero sull’evoluzione del caso» (leggi il documento).
D. Insomma, alla fine è dovuta intervenire la magistratura.
R. Sì, tanto che Lupi avvertì la Congregazione delle indagini e chiese come avviare la procedura per far tornare Giraudo allo stato laicale.
D. E tutti questi documenti sono agli atti del processo?
R. Sì, perché sono riuscito a far perquisire la sede della diocesi. Non è semplice che una procura entri in una parrocchia. Convinsi il magistrato perché sapevo perfettamente dove il vescovo teneva i documenti. Mi avevano anche dato un appartamento in parrocchia.
D. Addirittura?
R. Era un modo per tenermi vicino a loro.
D. E come è finita?
R. Giraudo ha patteggiato ed è stato condannato a un anno di reclusione. Però per la prima volta il magistrato ha deciso di accertare la responsabilità di omissione di un vescovo, Lafranconi, con riferimento all’ex articolo 40 del codice penale. Anche se poi tutto è caduto in prescrizione.
D. Quindi ha ammesso la responsabilità del superiore?
R. Il magistrato ha scritto che Lafranconi «risponde penalmente dei fatti commessi dai soggetti nei confronti dei quali è garante». Significa che il vescovo ha il dovere di sorvegliare sulle azioni dei preti della sua diocesi, come se fosse un datore di lavoro.
D. Questo potrebbe cambiare le cause per pedofilia?
R. Ora i vescovi potrebbero essere finalmente obbligati a denunciare. Una rivoluzione. In questo senso nel 2012 c’è stato un altro documento giudiziario importante.
D. Quale?
R. La sentenza contro don Luigi Gatti, un altro prete che ha patteggiato, indicava le responsabilità dei superiori che hanno invitato le vittime a non presentare denuncia.
D. Il muro di gomma, quindi, potrebbe cadere?
R.
Ci proviamo, stiamo citando le due sentenze nelle cause che stiamo seguendo in tutta Italia. Ma non è facile andare contro il Vaticano.
D. Lei pensa che il problema sia solo nella Chiesa?
R.
A volte sembra essere più preoccupata per la salute psico-fisica del pedofilo e il suo buon nome che verso le vittime degli abusi.
D. Addirittura.
R.
Nel 2010 in Liguria hanno organizzato una fiaccolata in favore di un parocco Luciano Massaferro, condannato per pedofilia. E sono passati di fronte alla casa della vittima.
R. Quale è la responsabilità della Santa Sede?
D.
Il Vaticano impone il segreto e invita al silenzio. Questi casi – delitti contro la morale li chiamano – sono regolati dalla direttiva Crimen sollecitationis del ’62. Benedetto XVI l’ha aggiornata nel 2001 con De delictis gravioribus ma ha mantenuto l’impegno alla segretezza.
D. Il sistema continuerà a proteggere i colpevoli?
R. Lo fa ancora con gli stessi metodi. Qualche mese fa uno dei nostri avvocati ha portato per una visita suo figlio all’ospedale pediatrico Cardarelli di Napoli. E sa cosa ha scoperto?
D. Cosa?
R. Che il capellano dell’ospedale è Giovanni Palmieri, prete accusato di pedofilia e prosciolto perché ritenuto dal tribunale incapace di intendere e di volere. L’hanno mandato tra i bambini malati. Noi abbiamo denunciato questo scandalo, ma a nessuno sembra interessare.

Sabato, 08 Febbraio 2011

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.