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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Viaggio nel seminario dove i vicerettori commettono abusi sessuali

Viaggio nel seminario dove i vicerettori commettono abusi sessuali

Redazione WebNews by Redazione WebNews
1 Luglio 2010
in Lombardia
Reading Time: 4 mins read
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La vicenda riguarda il Maria Immacolata di Brescia dove, nonostante divesri preti siano coinvolti in episodi di pedofilia, la Chiesa non ha mai preso provvedimenti

Fare un attimo mente locale ci si dovrebbe interrogare su cosa stia accadendo, da anni, al seminario diocesano di Brescia, il “Maria Immacolata”. Perché di immacolato sembra esserci solo il nome, visto il numero di condanne che si susseguono a carico di personaggi che col seminario hanno avuto parecchio a che fare, e decisamente da vicino.

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La storia parte da lontano, ma esplode un primo scandalo nel 2002, quando il vicerettore del seminario, don Luigi Facchi, scompare improvvisamente da Ome, la cittadina in cui svolgeva il proprio ministero. Si viene a sapere in seguito che una mattina molto presto i carabinieri si sono presentati in canonica, e da quel momento il sacerdote non si è più visto. Indagato per pedofilia, dopo un primo interrogatorio gli è stato notificato l’ obbligo di dimora in un altro comune. La denuncia, partita dai genitori di un ragazzino di Gottolengo, suscita una levata di scudi da parte dell’intero paesino in favore del sacerdote. Ma poco dopo don Luigi Facchi patteggia 6 anni per crimini di pedofilia, e da quel momento di lui si perdono le tracce. Come di consueto, non si hanno notizie di eventuali procedimenti canonici aperti dalla deputata Congregazione per la Dottrina della Fede sul suo conto.

A sostituire don Luigi come vicerettore al seminario “Maria Immacolata” viene chiamato un giovane, l’appena trentenne don Marco Baresi. Un incarico delicato, quello conferito a don Marco, non solo per le tristi vicende giudiziarie del suo predecessore, ma anche per le responsabilità, insite nel suo compito, di educare e proteggere i giovanissimi seminaristi a lui affidati. Ma il nuovo vicerettore è destinato a mettere nuovamente in imbarazzo la curia bresciana. Il 27 novembre 2007, i carabinieri sono di nuovo alla porta di una canonica, e don Marco Baresi viene arrestato con l’accusa di violenza sessuale nei confronti di un minore di 14 anni, suo seminarista. Sul computer di don Marco vengono rinvenute tracce di filmati pedopornografici, ma il sacerdote lascia intendere di non essere il solo ad utilizzare quel pc.

Su istanza della difesa ottiene gli arresti domiciliari. Le attestazioni di solidarietà e di stima si sprecano, dall’amministratore del seminario ai vari prelati. Certo, esiste la presunzione di innocenza, ma per la vittima neppure una parola. Forse proprio in virtù della certezza dell’innocenza del sacerdote la Curia, informata delle indagini in corso sul conto di don Marco da ben 5 mesi prima dell’arresto, non aveva ritenuto necessario sospendere dall’incarico il vicerettore, in modo da evitare che avesse un contatto quotidiano con adolescenti, né il vescovo aveva stimato opportuno nominare un promotore di giustizia, per svolgere un’inchiesta nell’ambito di un regolare processo penale canonico.

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In primo grado, don Marco Baresi è condannato a 7 anni e 6 mesi. Ricorso in appello, rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale, aula brulicante di parrocchiani con magliette colorate su cui è stampato “freeDON” pronti a sostenere che don Marco è un sacerdote di moralità specchiata e irreprensibile. La Corte d’appello, però, conferma la sentenza di primo grado, e i difensori del sacerdote attendono la pubblicazione della sentenza per presentare ricorso in Cassazione.

Quello che però risulta veramente incredibile non sono le attestazioni di stima cui si assiste ogni volta che un sacerdote è incriminato e finisce a giudizio, quanto le affermazioni contenute nella lettera al clero bresciano del vescovo Luciano Monari dopo la sentenza di condanna in appello a don Marco Baresi: “Per quanto mi riguarda personalmente, avevo espresso fiducia in don Marco e avevo speranze grandi in una sua assoluzione. Mi affidavo anche al diritto biblico che dice: “Un solo testimone non avrà valore contro alcuno, per qualsiasi colpa e per qualsiasi peccato; qualunque peccato uno abbia commesso, il fatto dovrà essere stabilito sulla parola di due o tre testimoni.” Naturalmente il diritto moderno usa altri parametri; il testo del Deuteronomio non invalida la diversa valutazione dei giudici, ma mi spinge a custodire una cautela grande.”

E meno male che il diritto moderno usa altri parametri, perché l’abuso sessuale non è un reato che, in genere, si commetta su pubblica piazza, ed è difficile trovare testimoni che siano stati presenti al momento dei fatti. Se fosse per la legge biblica del Deuteronomio, tutti i pedofili se ne andrebbero in giro liberi e indisturbati. Ovviamente il vescovo preferisce ricorrere al Vecchio Testamento piuttosto che prendere atto del fatto che esiste una giustizia statuale, non amministrata da ecclesiastici, non fondata su versetti biblici, alla quale anche i religiosi sono sottoposti. Indipendentemente dalla “grande cautela” con cui il prelato accoglie la “diversa valutazione dei giudici” che hanno pronunciato una sentenza basata sul Codice Penale piuttosto che sulla Bibbia.

Peccato che il prelato nulla abbia detto della recentissima condanna, la terza, di un altro sacerdote, anche quest’ultimo transitato per il seminario di Brescia, di cui era stato vicerettore e padre spirituale dal 1991 al 1998, prima di don Luigi Facchi. Il sacerdote si chiama Claudio Ballerini, classe 1961, dal 1998 parroco di Lodrino, sempre in provincia di Brescia. Nel 2002 si era preso una multa per esibizionismo, nel 2006 il tribunale di Verona lo condannò a 6 mesi per lo stesso reato e la Curia, presso cui prestava servizio, lo sospese. Fu trasferito in Umbria, presso la Comunità Figli della Misericordia di Collevalenza “per un processo di rafforzamento dell’identità umana e vocazionale dei sacerdoti”. Che però non sembra essere stato di utilità, considerando che nel 2008 don Claudio è di nuovo rinviato a giudizio su denuncia di due sedicenni: in piazza Partigiani, proprio a Perugia e proprio durante il “processo di rafforzamento dell’identità”, il sacerdote si era abbandonato a plateali atti di autoerotismo. Il 30 marzo di quest’anno il giudice l’ha condannato ancora una volta a sei mesi di reclusione.

Difficile credere alle coincidenze quando gli ultimi tre vicerettori di un seminario risultano coinvolti in casi di abusi sessuali. Eppure nessuna indagine è stata aperta dal Vaticano sul “Maria Immacolata”, per accertare la sicurezza dei bambini e dei ragazzi, sebbene fosse doverosa dopo quanto accaduto. E intanto al seminario bresciano è partito il “campo vocazionale” estivo, riservato a ragazzi di età compresa tra i 10 e i 13 anni, un’esperienza di cinque giorni a Corteno Golgi, “per conoscere meglio Gesù e la sua chiamata”. Non c’è da biasimare i genitori se l’adesione non è stata eccezionale.

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Vania Lucia Gaito

http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/01/viaggio-nel-seminario-dove-i-vicerettori-commettono-abusi-sessuali/34976/

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.

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