Pescara: prete accusato di violenza su minore, rinviato il processo

Pescara: prete accusato di violenza su minore, rinviato il processo.  Non ha avuto inizio il processo a carico di don Vito Canto’, l’ex parroco di Spoltore rinviato a giudizio con l’accusa di abusi sessuali a seguito dei rapporti che avrebbe avuto negli ultimi anni con un ragazzino di 15 anni.

Oggi era prevista la prima udienza davanti al Tribunale collegiale di Pescara, presieduto dal giudice Maria Michela Di Fine, ma il processo e’ stato rinviato al prossimo 8 giugno, in attesa del pronunciamento della Cassazione, previsto per il 10 aprile, sulla questione del “ne bis in idem” sollevata dal difensore del prete, l’avvocato Giuliano Milia. Secondo la difesa, poiche’ don Vito Canto’ e’ gia’ stato condannato dal tribunale ecclesiastico per la stessa vicenda e, sta gia’ scontando la pena, non puo’ essere giudicato una seconda volta da un tribunale penale. Vincenzo Di Girolamo, avvocato della famiglia del ragazzo, ha presentato una memoria, chiedendo invece che il processo penale vada avanti. Il processo canonico, iniziato nel 2013, si e’ concluso con una sentenza di condanna che prevede l’interdizione perpetua dallo svolgimento di attivita’ parrocchiali a contatto con i minorenni, la sospensione per tre anni dal ministero sacerdotale, l’obbligo di dimora per cinque anni, all’interno di un monastero di Roma, al fine di condurre “una vita di preghiera e di penitenza”, e la prescrizione di “un percorso psicoterapeutico”. Il sacerdote ha comunque evitato la pena massima prevista dal tribunale ecclesiastico, ovvero la perdita dello stato clericale. A denunciare i fatti, prima alla Curia e poi alla squadra Mobile di Pescara, diretta da Pierfrancesco Muriana, che si e’ occupata delle indagini, sono stati i genitori del ragazzo, che frequentava la chiesa di San Camillo de Lellis a Villa Raspa di Spoltore e che si sarebbe confidato con i genitori solo a distanza di tempo, mentre i rapporti ci sarebbero stati tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012. Stando agli atti dell’indagine, i rapporti sarebbero avvenuti senza costrizione fisica ma, a distanza di mesi, avrebbero provocato una crisi di identità sessuale al ragazzino.

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