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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusatori » Non è Lussuria

Non è Lussuria

Il libro-inchiesta sulla pedofilia clericale firmato da Emiliano Fittipaldi, sin dal titolo induce a confondere peccato e reato in un pericoloso equivoco.

Redazione WebNews by Redazione WebNews
15 Febbraio 2017
in Cronaca e News
Reading Time: 4 mins read
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Cecilia M. Calamani

«La pedofilia non è un vizio, la pedofilia non è un atto di lussuria, la pedofilia non è un peccato tanto meno un delitto contro la morale o un’offesa alla castità come dice il Catechismo e come se il bambino prepubere avesse la sessualità. La pedofilia è un crimine violentissimo contro persone inermi» (Federico Tulli, giornalista autore di “Chiesa e pedofilia, il caso italiano”, L’Asino d’oro 2014).

In effetti la Chiesa cattolica ancora annovera l’abuso di minore tra le violazioni del VI comandamento («Non commettere atti impuri») al pari di qualsiasi atto di piacere sessuale non finalizzato alla procreazione (inclusi masturbazione, prostituzione, rapporti tra adulti consenzienti). Atti ‘lussuriosi’ appunto, non orrendi crimini contro minori da denunciare alle autorità civili. È per questo che il titolo dell’ultimo libro-inchiesta di Emiliano Fittipaldi, “Lussuria” (Feltrinelli, gennaio 2017), lascia sgomenti ancor prima di iniziarne la lettura. La grancassa mediatica che accompagna il giornalista dell’Espresso processato in Vaticano lo scorso anno per “Avarizia”, infatti, ci ha informato ben prima dell’uscita del volume quale fosse, nonostante il titolo, il tema di indagine.

Ma violentare un bambino, per di più sfruttando l’autorevolezza spirituale che deriva dall’indossare una tonaca, non può essere etichettato, se pur da un titolo che deve dare continuità a una serie, un atto di ‘lussuria’. È come se un libro sulla violenza maschile contro le donne esercitata con finalità distruttive quando non omicide si intitolasse “Passione”, termine barbaramente utilizzato dai media nostrani per descrivere il ‘motivo’ che porta un uomo a uccidere una donna. La passione, come aspetto dell’amore, non può portare ad ammazzare una persona così come la ricerca smodata del piacere dei sensi non può portare all’abuso di un fanciullo. Non si tratta di disattenzioni lessicali: il linguaggio costruisce la realtà stessa che si vuole comunicare e veicola il messaggio finale inserendolo in uno schema culturale diffuso. Finché il paravento del peccato continuerà in qualche modo a salvare nell’immaginario collettivo i predatori di bambini e quel sistema omertoso di protezione che per decenni ne ha impedito la consegna alla giustizia civile, saremo ben lontani dal risolvere un fenomeno sistematico che affonda le sue radici profonde nella stessa cultura cattolica.
Il sottotitolo di “Lussuria” è in questo senso anche più grave del titolo: “Peccati, scandali e tradimenti di una Chiesa fatta di uomini”. Come a dire, i preti sono uomini, non santi, e quindi possono peccare come tutti. Il che rafforza quel concetto subdolo e inaccettabile, brandito sistematicamente dalle gerarchie cattoliche, secondo cui l’abuso di minore è soprattutto un’offesa a Dio e di conseguenza all’istituzione che lo rappresenta.

Quanto al contenuto, il volume propone una carrellata di casi e documenti per lo più noti riportati dalla stampa italiana ed estera, dai rari libri-inchiesta finora pubblicati in Italia e anche dai siti delle associazioni dei sopravvissuti (una per tutte Rete l’Abuso). Ha tuttavia il pregio innegabile di fornire al grande pubblico una visione di insieme di un fenomeno che, frammentato dalle cronache, non appare mai nella sua profonda gravità di vero e proprio sistema strutturale. A partire dai violentatori per finire ai vertici ecclesiastici, e senza risparmiare responsabilità all’attuale papa e al suo predecessore, Fittipaldi ricostruisce i fatti inserendoli in quel reticolo gerarchico di omissioni, insabbiamenti e coperture che a tutti i livelli svela una Chiesa più preoccupata di difendere la sua immagine che di tutelare le vittime. Con l’avallo, almeno in Italia, dello Stato, che al contrario di Paesi come l’Australia, l’Irlanda, gli Usa, il Belgio e l’Olanda non ha ancora istituito una commissione governativa per indagare sulla diffusione di un crimine che non può essere gestito nel segreto dei tribunali ecclesiastici – se e quando i casi arrivano a un processo canonico – o con lo spostamento di diocesi in diocesi degli abusatori. Una mancanza, per altro, già denunciata negli ultimi anni dalle associazioni di vittime, dal radicale Maurizio Turco, dal collega Federico Tulli e da poche altre, inascoltate, voci.

Se da una parte le accuse alla Chiesa del giornalista sono durissime e senza possibilità di replica (basti pensare ai curricula di insabbiatori di abusi dei tre più fidi uomini di Bergoglio, i cardinali Pell, Maradiaga ed Errázuriz, o alle accuse, sempre rivolte a Bergoglio, di tradire nei fatti la tolleranza zero che declama a parole), dall’altra quel filo ambiguo che si evince dal titolo permane in tutto il libro, a suggerire una confusione tra peccato e reato che può trarre in inganno, in alcuni tratti, il lettore meno accorto. Il problema, sembra banale rimarcarlo, non è morale ma penale. Eppure nel testo varie ambiguità inquinano il messaggio e ribaltano la prospettiva criminale nella quale si colloca dando l’idea che la pedofilia sia un problema interno alla Chiesa perché insito nel tradimento dei suoi valori. Torniamo, cioè, all’infrazione del VI comandamento, che pericolosamente accomuna pedofili, omosessuali e preti che nonostante il voto di castità non vogliono rinunciare ai piaceri della carne.
Passaggi come «condannato a più di quattro anni da un pm italiano che ha individuato più di un centinaio di peccati capitali» o «gli investigatori stanno indagando su una sessantina di possibili atti di lussuria» o ancora definire «preti lussuriosi» pedofili o frequentatori di saune gay o ricattatori a sfondo sessuale, sono licenze che confondono il lettore portandolo a inserire nella stessa categoria etica stupratori di bambini, libertini o comuni delinquenti. Ma soprattutto, rendono labile quel confine, ben netto invece, tra codice penale e regole religiose.

Questo quadro bivalente in cui la ferrea denuncia si alterna alla confusione tra il piano della moralità e quello del crimine, culmina con il quarto e ultimo capitolo del libro, “La lobby gay”, in cui Fittipaldi riporta le prove di un sistema di potere interno, basato sulla comunanza di gusti sessuali, per il controllo politico ed economico del Vaticano. Sistema la cui esistenza sarebbe stata ammessa persino da Ratzinger e Bergoglio. Cosa ha a che fare con la pedofilia clericale? Ovviamente nulla. Ma parlarne in questa sede suggerisce una pericolosa quanto antiscientifica conclusione, per altro quella che la Chiesa ha sempre insinuato per dare dignità alla sua dottrina omofoba e giustificare al tempo stesso gli abomini commessi dai chierici sui più piccoli: tra omosessualità e pedofilia c’è un legame palese. Tesi che lo stesso autore critica aspramente pur rinunciando, nei fatti, a dipanare ogni dubbio nei suoi lettori.

Cecilia M. Calamani

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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