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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusatori » Paradossi del caso Capella e il termometro del caso McCarrick

Paradossi del caso Capella e il termometro del caso McCarrick

Redazione WebNews by Redazione WebNews
2 Luglio 2018
in Città del Vaticano
Reading Time: 4 mins read
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Il diplomatico vaticano è stato condannato a 5 anni per pedopornografia, mentre preti abusatori seriali non hanno fatto un giorno di cella. La vicenda del cardinale americano solleva dubbi sui meccanismi di nomina

ANDREA TORNIELLI
CITTÀ DEL VATICANO

In questi giorni si saprà se monsignor Carlo Alberto Capella, l’ex consigliere della nunziatura di Washington condannato in Vaticano a cinque anni di reclusione per possesso e scambio di «ingente quantità» di materiale pedopornografico, presenterà appello contro la sentenza. Circostanza che varie fonti vaticane danno per molto probabile. Lo spaccio di pedopornografia è uno dei reati più turpi e le legislazioni di moltissimi Stati – compreso quello della Città del Vaticano – si sono dotati di norme molto severe per punirlo. Capella non ha negato l’evidenza, ha ammesso la sua colpa, e ha spiegato di aver iniziato a frequentare spacciatori di pedopornografia sul web a causa di una crisi seguita dal suo trasferimento a Washington. Sul suo smartphone e sul suo computer sono stati trovati filmati e disegni espliciti. Solitudine, frustrazione per non essersi sentito valorizzato e per essersi trovato da solo, senza amici… Ovviamente il prelato doveva avere una predisposizione per quel genere di immagini shock, che includono bambini filmati in atti sessuali ed abusi, perché fortunatamente la pedopornografia non rappresenta un approdo diffuso per le crisi di adattamento o per gli eccessi di solitudine.

Al di là della conclusione della vicenda giudiziaria vaticana, e del successivo processo canonico da celebrare contro l’ex consigliere di nunziatura, resta il paradosso: un prelato che ha sfogato le sue fantasie perverse compulsando immagini web dovrà scontare una condanna di cinque anni, mentre prelati che hanno effettivamente abusato di bambini e ragazzi adolescenti rovinando loro la vita, in diversi casi non fanno neanche un giorno di cella. Casi recenti e recentissimi di illustri fondatori o di prelati molto in vista (come insegna il caso cileno) lo dimostrano. È evidente che nel caso di Capella si è voluto, da parte delle autorità vaticane, dare il tono dell’esemplarità, per far vedere che contro il turpe fenomeno non si fanno sconti a nessuno. Ma il paradosso resta.

L’altro caso a far scalpore è stato certamente quello del cardinale Theodore McCarrick, arcivescovo emerito di Washington. Accusato di un abuso su un adolescente che sarebbe avvenuto 45 anni fa a New York, il prelato – già in pensione da anni – è stato sospeso dalle sue funzioni episcopali in attesa che la sua posizione si chiarisca. 

Con McCarrick sono diventati quattro i porporati nominati durante il lungo pontificato di Giovanni Paolo II coinvolti in abusi (in tutto 231, creati nel corso di 9 concistori). Il primo è stato l’arcivescovo di Vienna Hans Hermann Groer: nominato a sorpresa quale successore del cardinale Franz König nel 1986, elevato alla porpora nel 1988, costretto a lasciare la guida della diocesi nel 1995 in seguito ad accuse di aver abusato, molti anni prima, alcuni seminaristi minorenni. Il secondo è stato il cardinale Keith O’Brien, arcivescovo di Saint Andrews ed Edimburgo (Scozia), elevato alla porpora nel 2003, ritiratosi nel 2013 alla soglia del 75 anni senza partecipare al conclave perché accusato di aver abusato reiteratamente, negli Ottanta e Novanta, di due seminaristi e un prete (maggiorenni). Il terzo è il cardinale George Pell, Prefetto della Segreteria per l’Economia, che si sta difendendo in Australia dall’accusa di aver abusato di minori. E ora si aggiunge McCarrick.

Senza entrare nel merito delle singole vicende – nel caso di Pell, ad esempio, certe testimonianze lasciano aperti notevoli dubbi – non si può fare a meno di notare l’esistenza di un problema nel processo di nomina dei vescovi. A colpire del caso McCarrick, oltre all’accusa di aver abusato di un minore quando era un prete nella diocesi della Grande Mela, sono le notizie pubblicate nel comunicato del cardinale Joseph William Tobin, arcivescovo della diocesi di Newark, il quale ha rivelato che «in passato, ci sono state accuse secondo le quali egli (McCarrick) era coinvolto in relazioni sessuali con adulti. Questa arcidiocesi e la diocesi di Metuchen hanno ricevuto tre accuse di cattiva condotta sessuale con adulti decenni fa; due di queste accuse hanno portato a dei risarcimenti». Nei tre casi riguardanti il passato di McCarrick – già vescovo – nessuno coinvolge minori, ma si parla di molestie a seminaristi e sacerdoti.

Il cardinale Tobin ha specificato che mai a Newark si è avuta notizia di denunce per abusi su minori che coinvolgano l’emerito di Washington. E dunque, se non c’erano echi, è più che probabile che nulla si sapesse a Roma in merito alla denuncia che ora ha portato alla sospensione del porporato. Più difficile comprendere, invece, come si sia potuto nominare da Metuchen a Newark, e poi soprattutto da Newark a Washington (con promozione cardinalizia) un prelato che aveva risarcito dei maggiorenni vittime di molestie da lui commesse.

Problemi legati all’esercizio della sessualità, che rivelano personalità non mature affettivamente, dovrebbero essere presi in considerazione prima dell’eventuale ordinazione sacerdotale. Ovviamente prima dell’eventuale ordinazione episcopale e creazione cardinalizia. C’è un evidente problema nel meccanismo di nomina dei vescovi, legato anche al potere delle cordate – le cadute morali non vengono valutate allo stesso modo – e delle lobby. E mostra tutti i suoi limiti anche la prassi delle nomine dirette, che scavalcano i normali iter (come avvenne ad esempio per Groer). Si tratta di vicende che sarebbe sciocco legare agli schieramenti ideali: dei quattro porporati sopra citati due risultano ascrivibili all’area cosiddetta progressista (O’Brien e McCarrick) e due all’area cosiddetta più conservatrice (Groer e Pell). Il caso McCarrick, al di là della specifica vicenda, rappresenta dunque un significativo segnale d’allarme che non è semplicemente legato al problema pedofilia o abusi sugli adolescenti, ma ancora una volta interroga i responsabili dei processi e della scelta dei criteri attraverso i quali si selezionano i vescovi.

http://www.lastampa.it/2018/07/02/vaticaninsider/paradossi-del-caso-capella-e-il-termometro-del-caso-mccarrick-6VyTbiug2O2ieLz4Pm5DCK/pagina.html

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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