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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abuso sessuale » Abusi, quel dolore delle vittime “uccise” due volte

Abusi, quel dolore delle vittime “uccise” due volte

Redazione WebNews by Redazione WebNews
4 Maggio 2018
in Cronaca e News
Reading Time: 3 mins read
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Le parole di Cruz, Hamilton e Murillo con la stampa internazionale dopo i giorni trascorsi con Papa Francesco: «Gli insabbiatori ci hanno fatto più male di Karadima»
Che cosa può esserci di peggio, di più corrotto e criminale di un prete che grazie alla sua posizione di potere e alla sua influenza abusa sessualmente di bambini e adolescenti? Che cosa può esserci di peggio di questo reato, di questo peccato, di questo crimine che «uccide l’anima» (copyright monsignor Charles Scicluna) delle vittime? Che cosa può esserci di peggio di chi scandalizza i piccoli, gli innocenti, i più deboli, e invece di farli crescere nella fede li annienta rovinando loro la vita? Chi ha seguito mercoledì 2 maggio 2018 la conferenza stampa di Juan Carlos Cruz, James Hamilton e José Andrés Murillo , le tre vittime del prete pedofilo cileno Fernando Karadima che sono state lungamente ricevute da Papa Francesco nei giorni scorsi, ha potuto ascoltare una risposta tremenda e illuminante.

Hamilton, rispondendo alla domanda su che cosa avrebbe voluto dire a Karadima se il suo abusatore fosse stato davanti alla diretta tv in quel momento, ha risposto: «A Karadima non voglio dire niente. Ma vorrei dire ai vescovi insabbiatori che il maggior danno non è stato quello che mi ha fatto Karadima ma quello che mi hanno fatto loro. Mi hanno ucciso di nuovo quando sono venuto a chiedere il loro aiuto, quando stavo morendo dentro e loro hanno fatto di tutto per uccidermi per la seconda volta. Sono dei criminali».

Ecco, anche se potrebbe sembrare strano – come si può concretamente paragonare l’abuso sessuale con l’insabbiamento? – ciò che questa vittima di abusi ha percepito è stato l’essere ucciso una seconda volta. E dunque è arrivato a dire chi può essere peggiore di un prete abusatore. Un superiore, un vescovo che invece di accogliere, ascoltare, confortare la vittima che denuncia l’abuso, rifiuta di riceverla. Rifiuta di incontrarla. La considera un “nemico” del buon nome della Chiesa, minimizza i suoi racconti considerandoli certamente calunniosi prima ancora di averli ascoltati. Non si cura del bambino, del ragazzo, dell’adolescente o dell’uomo devastato, che domanda innanzitutto di essere preso sul serio, accolto, sostenuto, aiutato. Lo respinge, e invece di proteggere la vittima, protegge il carnefice, cioè il prete che ha compiuto quegli abusi che Papa Francesco ha paragonati ai sacrifici satanici.

Non si può comprendere la vicenda cilena, come a quella di tanti altri Paesi dove questa piaga (o questa «epidemia» per usare l’espressione cara alle tre vittime di Karadima) è diffusa, senza partire dalla sofferenza degli abusati. Sofferenza che le coperture e gli insabbiamenti hanno reso ancor più terribile, al punto da far apparire queste ultime persino più dolorose della stessa esperienza degli abusi.

Ciò che emerge dai racconti di questi tre uomini, le cui vite sono state distrutte dalla rapacità di padre Karadima ma anche dal vergognoso atteggiamento di chi lo ha coperto, garantendogli l’immunità e l’impunità per anni, nonostante le denunce, è dunque emblematico. E ci dice quanto importanti siano i gesti di accoglienza, di ascolto, di vicinanza. Come pure ci dice quanto sia importante che la ferita non venga chiusa frettolosamente e che la Chiesa cilena assuma quella consapevolezza penitenziale contenuta nella lettera di Francesco all’episcopato . Senza fare lo scaricabarile, ma riconoscendo le gravi mancanze commesse innanzitutto nell’aver respinto queste vittime di abusi abusando nuovamente di loro.

«Durante quasi dieci anni noi siamo stati trattati come nemici perché lottavamo contro l’abuso sessuale e le coperture nella Chiesa. In questi giorni abbiamo conosciuto un volto amichevole della Chiesa, totalmente diverso da quello che abbiamo conosciuto prima», hanno affermato Cruz, Hamilton e Murillo. Colpisce che quell’attenzione e quella accoglienza che non hanno potuto sperimentare nel loro Paese, le tre vittime di Karadima l’abbiano incontrata in Vaticano, visitando il successore di Pietro. «Per me è stato un incontro molto gratificante e riparatore – ha detto Hamilton parlando del lungo tempo trascorso a tu per tu con il Pontefice – e la sua richiesta di perdono era molto sincera. Ci siamo trovati di fronte ad un uomo non superbo. Dicendoci che lui si era sbagliato, era il segno che non è infallibile. Perché se si sbaglia e lo riconosce, si trasforma in infallibile! È stato davvero umano».

E Juan Carlos Cruz ha raccontato: «Ho parlato con il Papa delle coperture, nel dettaglio, approfonditamente. Io non ho mai visto uno così contrito nel chiedere perdono. Una richiesta di perdono che veniva dal cuore. Per me, nel mio caso, il Papa era veramente dispiaciuto e per me è stato veramente importante. “Io sono stato parte del problema, chiedo perdono”, ha riconosciuto. Ora il perdono richiede azioni nel futuro, spero che non gli tremi la mano nelle decisioni che deve prendere».

http://www.lastampa.it/2018/05/03/vaticaninsider/abusi-quel-dolore-delle-vittime-uccise-due-volte-zAmYiI11wwoikHxjtf1muI/pagina.html

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.

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