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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » “Così ho denunciato quel sacerdote”, parla la madre dei ragazzini abusati

“Così ho denunciato quel sacerdote”, parla la madre dei ragazzini abusati

Redazione WebNews by Redazione WebNews
6 Febbraio 2016
in Sicilia
Reading Time: 3 mins read
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Dopo l’arresto dell’ex parroco di via Perpignano. Le vittime della violenza: “Vogliamo solo dimenticare”. La mamma: “Ho fatto tutto da sola, nessuno mi ha aiutato”

di ROMINA MARCECA

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Nei loro occhi c’è ancora la sofferenza per quegli abusi impossibile da cancellare. “Non ci fidiamo più di nessuno, prima non era così. Ma dopo quello che è accaduto abbiamo cambiato atteggiamento”, dice il più grande dei due fratelli vittime di don Roberto Elice, l’ex parroco della chiesa di via Perpignano arrestato per abusi sessuali. Sono trascorsi due anni dalla denuncia della madre alla polizia ma la notizia dell’arresto sparata dai giornali con i particolari di quanto accaduto nel 2014 ha fatto ripiombare nell’incubo i due ragazzini. “È stato brutto leggere tutto quello che è stato scritto, quei particolari. Vogliamo solo dimenticare e cercare di vivere per quanto è possibile nella normalità. Certo, non è tutto come prima, sarebbe assurdo negarlo”. Sulla soglia di casa non appare la madre, che si trova fuori città. I due fratelli la chiamano al cellulare.

A denunciare il parroco della chiesa Maria Santissima Assunta di via Perpignano, infatti, è stata, “in solitudine”, la mamma dei due ragazzini. Un terzo caso è stato scoperto poi dagli investigatori della squadra mobile di Rodolfo Ruperti. “Ho fatto tutto da sola per il bene dei miei figli, dovevo salvaguardarli. Non mi ha aiutata nessuno. Ci eravamo fidati. Adesso tutto cambia ma questo non significa che i miei figli non frequenteranno più la chiesa “.
La madre dei due fratelli, che all’epoca dei fatti avevano 13 e 15 anni, aveva conosciuto don Elice durante un pellegrinaggio a Medjugorje nell’agosto del 2013. In quel viaggio la signora era sola. “Mi sento posseduta dal male, da Satana”, avrebbe confidato la donna al parroco di via Perpignano. Da quel momento inizia un rapporto speciale.

Don Elice accompagna la donna a una seduta da un esorcista. Carpisce la sua fiducia, viene visto come un salvatore e la frequentazione anche tra i figli della donna, divorziata, e il prete si fa sempre più assidua. “Era un punto di riferimento “, ha spiegato la donna alla polizia. E, infatti, don Elice spesso veniva invitato a pranzo o a cena a casa della famiglia, non si tirava indietro quando si accorgeva di alcuni periodi critici. E se c’era bisogno di un aiuto economico, don Elice non lo negava e spesso portava doni ai ragazzini diventati parte integrante della comunità di via Perpignano.

Dona adesso Dona adesso Dona adesso

Tutto cambia nell’aprile del 2014. Al ritorno da un altro pellegrinaggio a Medjugorje, stavolta con i figli. I fratelli cambiano atteggiamento. Iniziano ad avere lo sguardo triste, si estraniano, non vogliono più frequentare don Roberto. Le domande da parte della madre iniziano a farsi più pressanti. Arriva la confessione e poi la denuncia nell’ottobre del 2014. “Sono stata contattata dalla Curia – racconta la donna – qualche settimana dopo che il prete è andato a Roma. Non commento la scelta della Curia di non denunciare alla polizia. A me interessa che a svelare tutto sia stata io per tutelare i miei figli. Abbiamo già sofferto abbastanza, ora lasciateci in pace”.

La famiglia ha cambiato casa da un anno. In chiesa i fedeli hanno fatto di tutto per ritornare alla normalità dopo le rivelazioni su don Elice. Solo un parrocchiano ha ammesso al cronista che qualche “voce strana” sul parroco girava dal giorno in cui ha annunciato la sua partenza per Roma. Per il resto è stato

un coro di “è impossibile che abbia fatto questo”. È forse per questo che alla domanda se qualcuno in chiesa ha aiutato la donna, la mamma dei fratelli glissa e passa avanti. Di certo non vuole lanciare alcun appello alle madri della parrocchia per spingerle a denunciare eventuali altri episodi di violenza sui bambini. “No. Non ho nulla da dire alle mamme. Ognuno si occupi dei suoi figli come ho fatto io”.

http://palermo.repubblica.it/cronaca/2016/02/05/news/_cosi_ho_denunciato_quel_sacerdote_parla_la_madre_dei_ragazzini_abusati-132801766/

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.

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