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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » belgio » Pedofilia, Vaticano contro Cei maglia nera nella lotta agli abusi, il tema in Italia è tabù e non si parla di risarcire le vittime

Pedofilia, Vaticano contro Cei maglia nera nella lotta agli abusi, il tema in Italia è tabù e non si parla di risarcire le vittime

Pedofilia, Vaticano contro Cei maglia nera nella lotta agli abusi, il tema in Italia è...

Redazione WebNews by Redazione WebNews
17 Ottobre 2025
in Città del Vaticano
Reading Time: 4 mins read
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Alla Chiesa italiana va la maglia nera per la lotta contro gli abusi. Qualche passo in avanti per punire i preti pedofili e tutelare le vittime i vescovi italiani lo hanno pure fatto, ma nel complesso il giudizio della Commissione vaticana sugli abusi resta negativo specie se comparato a quello che hanno fatto e stanno facendo altre conferenze episcopali. Il fatto è che in Italia il tema pedofilia resta un tabù perenne, pura nitroglicerina, una materia da affrontare con il solito metodo della polvere da nascondere sotto il tappeto.

La parte dedicata all’Italia occupa uno dei primi corposi capitoli dell’annuale report dell’organismo voluto dal Papa che si occupa di prevenzione a tempo pieno, girando il mondo per istruire e sensibilizzare sacerdoti, comunità e vescovi. A fare le pulci all’Italia sono stati giuristi, sociologi, sacerdoti, psicologi di dicerse nazionalità che hanno esaminato la documentazione a disposizione, inviato sondaggi e questionari articolati (ai quali hanno risposto solo 81 diocesi su 226, e già questo dice tutto).

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Tanto per cominciare la Cei ancora non dispone di un ufficio centralizzato di ricezione delle segnalazioni, denunce e analisi, in modo tempestivo e comparativo, della corretta gestione dei casi nelle diverse regioni, al fine di promuovere lo sviluppo uniforme ed efficace di servizi inerenti alle denunce. Inoltre la Commissione vaticano ha rilevato «una notevole resistenza culturale in Italia nell’affrontare gli abusi. I tabù culturali possono rendere difficile per le vittime parlare delle proprie esperienze e denunciarle alle autorità». Non solo.

Pur riconoscendo sforzi tesi a sviluppare strumenti e politiche, sono affiorate nelle diocesi italiane defaillance varie, tra cui il mancato accesso agli archivi diocesani vecchi, antecedenti agli anni duemila, ancora sotto chiave e non oggetto di alcuno studio («La Commissione riconosce l’importanza di proseguire in Italia lo studio di casi specifici, passati e presenti, a mezzo di un approccio consistente») e di sviluppare il dialogo con le vittime anche sugli aspetti riparativi, ovvero i risarcimenti, altra tematica sulla quale i vescovi italiani hanno innalzato un muro.

Ancora oggi ci sono diocesi (non vengono però menzionate nominalmente) che non solo non hanno risposto a nessun questionario ma non hanno nemmeno richiesto incontri con la Commissione che gira il mondo invitata dalle varie conferenze episcopali per fare formazione e per sensibilizzare.

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Senza una totale trasparenza sul tema degli abusi la reputazione e l’immagine della Chiesa ne risentiranno fortemente in futuro. Una ulteriore raccomandazione ha a che fare con la collaborazione con polizia e magistrati: «I protocolli locali dovrebbero garantire che le vittime/sopravvissuti-e siano informati del fatto di poter presentare denuncia alle autorità civili e che la Chiesa locale è disposta a facilitare tale denuncia. È buona norma includere una nota di conferma di tale comunicazione nella documentazione relativa alla denuncia».

Tra le regioni più problematiche, in base alle raccomandazioni raccolte, la maglia nera va alla Sicilia. All’elenco delle ombre, vengono tuttavia sottolineate anche le luci, ovvero i passi in avanti finora fatti. «La Commissione riconosce il lavoro dedicato dalla Cei alla creazione di un sistema multilivello (nazionale, regionale, diocesano e interdiocesano) di coordinamento, formazione e supervisione che supporta le Chiese locali fornendo loro personale professionale e ben formato, con l’esistenza di 16 Servizi per la Tutela regionali, 226 Servizi per la Tutela diocesani e interdiocesani e 108 centri di ascolto» si legge nel report.

Attualmente il numero di persone formate in materia di tutela nella Chiesa in Italia va aumentando, passando da 7.706 nel 2020 a 22.755 nel 2024. Inoltre dal 2021 è stata istituita la Giornata nazionale di Preghiera della Chiesa italiana per le vittime e i sopravvissuti agli abusi. Infine una nota di demerito alle suore italiane. Se gli ordini maschili hanno sottoscritto le linee guida nazionali,  l’Unione Superiore Maggiori d’Italia non l’ha ancora fatto. «Ciononostante, la Commissione prende atto della buona volontà espressa dall’Unione Superiore Maggiori d’Italia nel perseguireuna futura collaborazione».

CONTESTAZIONE

Poche ore dopo la Cei è scesa in campo furente per contestare il rapporto della Pontificia Commissione Vaticana sostenendo, in buona sostanza, di essere un faro esemplare nella lotta agli abusi, quando invece i vescovi italiani anche in passato sono stati oggetto già di altre rampogne vaticane. In una nota la Cei definisce i dati esibiti dall’organismo vaticano «parziali» poichè frutto di «incontri facoltativi» e di conseguenza non affatto esaustivi. Il cardinale Zuppi, a nome di tutti i vescovi, ribatte che 184 diocesi (il 94,2% del totale) si sono dotate di un Servizio per la tutela, così da svolgere un servizio di presidio e di formazione capillarmente distribuito. «Di tutto questo lavoro il Rapporto non rende conto».

Tra le collaborazioni avviate a livello nazionale viene citata poi la partecipazione all’Osservatorio contro la pedofilia e pedopornografia così come la partecipazione a tavoli presso le istituzioni civili (non ben precisati). Il tema della denuncia alle autorità civili – polizia e procure – resta naturalmente un tabù e nemmeno viene menzionata da Zuppi, così come viene eluso il grande tema della giustizia riparativa, ovvero i risarcimenti economici che la Chiesa dovrebbe alle vittime. Papa Francesco, l’anno scorso, tornando dal Belgio aveva quantificato almeno 50 mila euro per ogni vittima. Infine resta terreno totalmente minato degli archivi diocesani (totalmente top secret) per gli anni anteriori al duemila. Il loro studio  permettererebbe una analisi articolata e completa sulla pedofilia tra il clero, proprio come hanno già fatto quasi tutte le conferenze episcopali europee, mentre la Cei si è trincerata dietro un muro di gomma e si ostina a volersi concentrare solo sugli ultimi 20 anni benchè gli stessi esperti (anche all’interno della Pontificia Commissione sugli Abusi) ripetono che per fare una ricerca completa occorre un periodo non inferiore ai 50 anni.

Sondaggio anonimo Sondaggio anonimo Sondaggio anonimo

https://www.ilmessaggero.it/vaticano/abusi_italia_chiesa_pedofilia_minori_risarcimenti_cei_vescovi_preti_cei_leone_xiv-9130649.html

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.

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