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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Famiglia di Maria: emessa la sentenza di condanna di p. Gebhard Sigl. E ora?

Famiglia di Maria: emessa la sentenza di condanna di p. Gebhard Sigl. E ora?

ludovica.eugenio by ludovica.eugenio
9 Novembre 2024
in Città del Vaticano
Reading Time: 6 mins read
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CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. Abusi del ministero sacerdotale e/o abusi dell’ufficio, nonché omissioni nell’adempimento del proprio ufficio: sono questi i capi d’accusa imputati al co-fondatore, ex superiore e direttore spirituale per trent’anni della Famiglia di Maria (FM) p. Gebhard Paul Maria Sigl, per i quali il tribunale ecclesiastico composto da tre canonisti – il salesiano mons. Markus Graulich, sotto-segretario del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, Grzegorz Erlebach (docente di Diritto canonico alla Gregoriana) e Ulrich Rhode (gesuita, decano della Facoltà di Diritto canonico nella stessa università) – ha emesso, il 18 settembre scorso, una sentenza di colpevolezza. E il 5 novembre, il Dicastero competente, quello per il Clero, ha notificato il decreto attuativo, che fornisce le indicazioni per l’applicazione delle pene prescritte nella sentenza. Si chiude così, dopo oltre due anni, il processo ecclesiastico riguardante una figura nel tempo accusata di presunti abusi psicologici e spirituali e di manipolazione mentale da numerosi testimoni e vittime, soprattutto tra gli ex membri della comunità. Come le violenze psicologiche ricostruite grazie alle testimonianze di ex membri nella nostra lunga inchiesta (tra i vari articoli, v. qui, qui, qui, qui, qui, qui e qui) e testimoniati anche nel libro uscito di recente in Germania Wieder ich selbst di Birgit Abele, che racconta la propria devastante esperienza nei 23 anni vissuti all’interno della comunità.

La sentenza, nella sua parte dispositiva, che non è stata pubblicata e di cui Adista è venuta in possesso da fonti di area germanofona, oltre alla firma dei tre giudici riporta anche l’approvazione della sentenza da parte di papa Francesco, l’11 ottobre; un dettaglio che comporterebbe per p. Sigl l’impossibilità di ricorrere in appello.

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Del decreto attuativo del Dicastero è stato invece sintetizzato il contenuto in un comunicato pubblicato sul sito della Famiglia di Maria il 6 novembre. Vi si cita l’emanazione della sentenza, notificata a mons. Daniele Libanori, commissario pontificio della Pro Deo et Fratribus – Famiglia di Maria (PDF-FM) e del braccio sacerdotale Opera di Gesù Sommo Sacerdote (OJSS) «disponendo che tutti i membri venissero messi al corrente»; si afferma poi che il Decreto è stato notificato al commissario il 31 ottobre, per poi essere trasmesso il 5 novembre «a tutti i vescovi delle Diocesi nelle quali operano le Associazioni OJSS e PDF-FM.

Ma veniamo intanto al contenuto della parte dispositiva della sentenza.

Le maglie strette delle interdizioni

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La pena comminata prevede alcune interdizioni per la durata di dieci anni: un periodo di tempo che, per un uomo di 75 anni, può essere molto lungo.

Queste interdizioni appaiono espresse in modo tale da non prestare il fianco a possibili tentativi di aggiramento: si parla di divieto di risiedere o di permanere giorno e notte in una casa ove vi siano membri della Famiglia di Maria e dell’Opera di Gesù Sommo Sacerdote: non solo quindi nelle comunità, ma anche all’esterno, in un luogo qualsiasi; di divieto di amministrare il sacramento della confessione, ma anche di farne richiesta a un qualsiasi Ordinario; di accettare uffici o incarichi nell’OJSS e nella FM, forse per evitare strategie di rientro; di esercitare la direzione spirituale; di predicare, di guidare ritiri ed esercizi spirituali. Tutto questo, si diceva, per dieci anni.

La sentenza prescrive anche – in questo caso senza determinazioni temporali – il divieto di intervenire nella gestione dei beni delle associazioni civili, ossia quelle associazioni, create parallelamente alle singole comunità, che in modo indipendente dalla Chiesa (in quanto soggette al diritto civile) gestiscono i beni della Famiglia di Maria. O forse anche associazioni che possano nascere, magari per iniziativa dello stesso Sigl, da questo momento in poi.

Quanto al Decreto attuativo, esso sembra andare anche oltre rispetto alla sentenza. Dispone infatti che – si legge nel comunicato diffuso sul sito della Famiglia di Maria –  «il Rev. P. Gebhard Paul Maria Sigl per la durata di dieci anni non possa avere relazioni con i membri delle Associazioni OJSS e PDF-FM e non possa esercitare gli uffici del ministero sacerdotale per i fedeli né rivestire ruoli negli organismi amministrativi delle Associazioni; egli inoltre dovrà risiedere in un luogo definito dal Commissario pontificio».

Dunque si parla qui anche di divieto di officiare pubblicamente la messa (che non era citato nella sentenza), e soprattutto di un luogo di residenza obbligato, per consentire, evidentemente, anche il monitoraggio dell’osservanza delle restrizioni da parte di p. Sigl.

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Le motivazioni

Se nulla viene riportato, nella sentenza limitata alla parte dispositiva, rispetto alle motivazioni che l’hanno prodotta (ed è grottesco che soprattutto i membri della comunità non ne vengano messi al corrente), qualche elemento può essere tuttavia dedotto indirettamente. Si ha l’impressione che da un lato si sia voluto “sganciare” Sigl dalla comunità, impedendogli di continuare ad avere potere e influenza al suo interno; dall’altro si sia cercato di ridurre drasticamente il suo raggio d’azione a livello pubblico.

Molto rilevante nella sentenza è la citazione specifica del divieto di portare avanti quella parte del ministero (che comunque appare vietato nel suo complesso nel Decreto) che comporta un rapporto stretto, uno a uno, con altre persone, ossia la confessione e la direzione spirituale. Secondo le testimonianze degli ex membri che abbiamo pubblicato, in effetti, era soprattutto nel rapporto personale che p. Sigl esercitava forme di ricatto psicologico e affettivo e di mistificazione teologica, finalizzate a produrre rapporti di dipendenza, a creare sensi di colpa, a impedire un pensiero autonomo e a legare le persone alla comunità.

Ci sarebbe poi il capitolo del rapporto di Sigl con le rivelazioni private e in particolare con le cosiddette “apparizioni di Amsterdam” dell’olandese Ida Peerdeman, sua intima amica, riguardanti “Nostra Signora di tutti i popoli”, già condannate come non sovrannaturali dal Vaticano nel 1974 e poi oggetto di un tira e molla fino al 2020, quando il divieto è stato ribadito . La scorsa estate il DDF, con un comunicato diffuso l’11 luglio, ha reso noto e quanto stabilito nel 1974 dall’ex Sant’Uffizio, mettendo la parola fine a un culto problematico. Ma p. Sigl ha sempre diffuso, in questi decenni, nonostante il divieto vaticano, le visioni e le apparizioni della pseudoveggente, scrivendone addirittura un libro. E ci sarebbe anche l’abuso liturgico perpetrato attraverso la concelebrazione della messa negli anni ‘70-’80, insieme al suo mentore p. Joseph Seidnitzer, prete austriaco pluricondannato per abusi sessuali su minori, sui cui crimini Sigl ha sempre taciuto, facendolo passare, in comunità, come un santo, una icona da venerare. In quegli anni, Sigl non era prete; sarebbe stato ordinato sacerdote solo nel 1992, a Fatima, peraltro di nascosto e senza aver compiuto gli studi in seminario. Un’ordinazione valida (fatta da un vescovo, il controverso co-fondatore mons. Pavol Hnilica) ma illecita.

La sentenza

In definitiva, come valutare questa sentenza? L’elemento forse più significativo è che le testimonianze e le denunce pervenute contro p. Sigl sono state evidentemente ritenute credibili e verosimili. È importante, considerato che si tratta di uno dei primi processi che non implichino espressamente abusi sessuali, ma abusi spirituali e psicologici e il «sistema di potere messo in atto dal fondatore», come affermava il decreto del Dicastero che, nel 2022, commissariava la comunità della Famiglia di Maria e destituiva Sigl, dopo più di trent’anni di guida della comunità. Una guida ereditata, prima ancora che da Hnilica, dal mentore p. Seidnitzer.

Questa sentenza, insomma, è già un segnale rilevante, in una Chiesa istituzionale i cui vertici, afferma parlando con Adista l’ex giudice ecclesiastico francese p. Pierre Vignon, «non hanno ancora capito come liberarsi dei manipolatori». Anche la lentezza nell’emissione di questa sentenza è un sintomo del fatto che la Chiesa «è molto indietro, non è ancora attrezzata a fare fronte a questo genere di abusi».

E per il futuro, solo domande

Molte domande, però, si pongono e si impongono. Che sarà ora della comunità, che cerca di offrire all’esterno un viso aperto al cambiamento per timore della dissoluzione, ma che, a quanto ci è dato sapere, in gran parte fa ancora quadrato intorno all’ex superiore? Per quanto proseguirà il governo ad interim dei due commissari, mons. Daniele Libanori e suor Katharina Kristofova, nominati dal Dicastero per il Clero in questo ruolo (anche se, stranamente, nel comunicato pubblicato sul sito della FM si parla solo del “Commissario pontificio” e suor Kristofova non viene mai citata)? Chi saranno i nuovi superiori che dovrebbero permettere alla comunità di voltare davvero pagina? In che misura lo stile di governo e il pensiero unico di Sigl avranno contaminato le generazioni più giovani producendo, come la storia di tante nuove comunità ha dimostrato nonostante plurimi tentativi di rifondazione, il perpetuarsi delle stesse dinamiche? Quanto si terrà in conto, nel decreto del Dicastero ancora in embrione, del dolore e del segno indelebile della violenza psicologica, nel corpo e nella psiche, di tanti membri ed ex membri della comunità? E chi si prenderà cura, e come, di chi in coscienza ha scelto di andarsene, e che rischia una ulteriore vittimizzazione?

https://www.adista.it/articolo/72773

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Ludovica Eugenio, laureata in Storia delle origini cristiane, giornalista e traduttrice, nata nel 1966 a Torino, dal 1990 è direttore del settimanale di informazione religiosa Adista, presso la quale si occupa soprattutto della Chiesa di area anglofona e germanofona.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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