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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Vittima di prete pedofilo: «Chiedo giustizia dopo oltre 30 anni»

Vittima di prete pedofilo: «Chiedo giustizia dopo oltre 30 anni»

"Non deve succedere mai più che un bambino sia costretto ad affrontare ciò che ho vissuto io"

Redazione WebNews by Redazione WebNews
22 Giugno 2021
in Campania
Reading Time: 3 mins read
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«Sono contento del rinvio a giudizio. Nessuno merita di vivere il mio calvario. Sarò felice quando saprò che non potrà più accadere. Non deve succedere mai più che un bambino sia costretto ad affrontare ciò che ho vissuto io».

Arturo Borrelli oggi ha 46 anni, ma la sua vita sin dall’adolescenza è stata segnata da un evento che ha fortemente condizionato le sue relazioni con gli altri, ma soprattutto la sua serenità interiore. Prima di parlare della sua storia ci sembra però opportuno fare una dovuta premessa.

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Morti che camminano

In Italia e nel mondo ci sono reati che, commessi all’interno di certi ambienti, ancora appaiono come un tabù. Sia per gli ambienti stessi in cui vengono consumati, sia perché evidentemente chi li subisce non fa notizia quanto i morti ammazzati per mafia o per mano della criminalità comune. Sono le vittime di pedofilia, quel lungo elenco di martiri costretti a vivere come cosiddetti morti che camminano, per il dolore immenso che li accompagna per tutta la loro esistenza.

Arturo, nato e cresciuto a Ponticelli, quartiere della periferia orientale di Napoli, dove si è consumato il suo dramma, lotta ancora oggi che ha una famiglia, che ha perso un figlio di 18 anni e prima ancora un lavoro, per ottenere giustizia e verità. Diritti sacrosanti per i quali combatte non solo per se stesso, ma per quell’esercito di bambini, oggi diventati adulti, a cui orchi senza scrupoli hanno rubato per sempre l’infanzia.

Arturo Borrelli, vittima di prete pedofilo, la storia

Una prima vittoria sembra esserci stata. Il prossimo 28 ottobre infatti presso il Tribunale di Pavia iniziare il processo contro il sacerdote di Ponticelli accusato di aver utilizzato un nome fasullo per trovare ospitalità presso una congregazione nel pavese.

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Ma qual è il legame di questa storia con quella di Arturo Borrelli? Quella che tutti ricordano in un servizio delle Iene con Pablo Trincia che aveva raccolto la testimonianza di Arturo diventato ormai un uomo, sposato e padre di tre figli (di cui uno, Luigi, scomparso tragicamente a 18 anni in un incidente stradale).

Era il 2010 quando Arturo denunciò il suo ex insegnante di religione delle scuole medie per abusi sessuali perpetuati nei suoi confronti in maniera continuativa dal 1988 al 1991, quando cioè aveva 13 anni e fino ai 16. Dopo quella denuncia il religioso si era dileguato nel nulla, per poi essere ritrovato come docente in un istituto alberghiero di Cicciano (in provincia di Napoli) e far perdere nuovamente le tracce di sé. Solo in seguito si scoprì che era stato ospitato dalla Congregazione dei missionari della Divina Redenzione sulle colline dell’Oltrepò pavese sotto un nome fasullo.

Ma il male che il parroco avrebbe (ovviamente usiamo il condizionale, dato che vi sono indagini in corso) fatto ad Arturo quando era solo un ragazzino resta un segno indelebile. Come la prima volta che lo incontrai per intervistarlo tra le strade di Ponticelli nel 2015, proprio di fronte casa di colui che era stato stato il suo insegnante, dove oggi non vive più nessuno della famiglia del sacerdote.

«La mia gioventù e la mia età adulta sono state caratterizzate da ansia, panico e depressione, tutto a causa di quegli abusi. Dopo essermi rivolto a medici e alla Rete L’abuso, composta da legali e psicologi, ho capito l’origine del mio malessere».

Il processo

Il racconto di Borrelli è sempre più lucido, nonostante gli anni trascorsi: «Ho denunciato il parroco che aveva abusato di me e lo stesso ha fatto un altro suo ex studente nel 2019».

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La Rete L’abuso, grazie alla quale il sacerdote era stato individuato prima a Cicciano e poi nel Pavese, si costituirà parte civile nel processo. «Chiediamo giustizia e vogliamo sapere come sia stato possibile che gli si stato concesso di cambiare nome e avere ancora a che fare con i giovani. Lui si è giustificato dicendo che è stato obbligato a cambiare nome perché perseguitato dalla stampa. Vogliamo sapere chi lo ha aiutato. E chi non gli sia più consentito di celebrare messa, di insegnare ai ragazzi e chi gli siano tolti gli abiti da sacerdote. Incredibile che la chiesa continui ancora a difenderlo», rimarca con forza Arturo.

Ora dopo decenni in cui il trauma di quegli abusi non lo ha mai abbandonato, Arturo appare fiducioso alla notizia del rinvio a giudizio notificato a carico del prete: «Finalmente si apre uno spiraglio di giustizia». Sperando che stavolta sia fatta sul serio, dopo che 2 anni fa la vittima insieme ad altri sfilò in corteo in forma di protesta contro l’assoluzione decisa due mesi prima dal Tribunale ecclesiastico di Milano nei confronti del sacerdote di Ponticelli.

Vittima di prete pedofilo: «Chiedo giustizia dopo oltre 30 anni»

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.

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