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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » asilo » Dall’Irlanda alla Ciociaria, storie di suore che distruggono l’infanzia

Dall’Irlanda alla Ciociaria, storie di suore che distruggono l’infanzia

Redazione WebNews by Redazione WebNews
6 Marzo 2017
in Cronaca e News
Reading Time: 6 mins read
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La macabra scoperta, avvenuta in Irlanda, di una fossa comune, con  più di settecento cadaveri di bambini che erano stati affidati a una casa per ragazze madri gestita da suore, ha colpito tutti. Erano bambini di età diverse probabilmente morti per malnutrizione e per malattie non curate, durante tutto il periodo in cui quella struttura religiosa è stata in funzione, dagli anni Venti in poi. Non è la prima volta che in Irlanda emergono storie di violenze e abusi in conventi e altre strutture. Come ha raccontato nel 2002 il film Magdalene di Peter Mullan. Abbiamo chiesto allo scrittore Francesco Formaggi di commentare il risultato dell’inchiesta irlandese, mentre arriva nelle librerie il suo nuovo romanzo, Il cortile di pietra  (Neri Pozza) , storia del piccolo Pietro, figlio di contadini poveri, affidato a un collegio trasformato dalle suore in un inferno di violenze sui minori. Il libro sarà presentato il 19 marzo a Libri Come, a Roma.

«In Irlanda l’inchiesta su questa terribile realtà va avanti da qualche anno, a colpi di indignazione, accuse e risposte false. Loro hanno avuto il coraggio di scavare alla ricerca della verità su queste case di accudimento», sottolinea lo scrittore.  Sono certo che anche in Italia, se avessimo lo stesso coraggio di scavare, sia fisicamente, sotto i conventi e le chiese, sia culturalmente, sotto lo strato di sabbia della negazione, troveremmo la stessa verità. Che non dovrebbe creare scalpore per il fatto che i corpi di bambini ormai senza vita siano stati gettati nella terra come carcasse di animali, senza sepoltura, ma per il fatto che questi bambini erano trattati come bestie anche in vita.
Lo scandalo non riguarda dunque la mancata sepoltura per la quale i vescovi irlandesi ora si battono il petto?
Non riguarda affatto la sepoltura, né l’al di là, ma ciò che questi bambini hanno passato – e in alcuni luoghi ancora oggi passano – da vivi, quindi la negazione della loro infanzia, per non dire il totale annullamento, da parte delle istituzioni cattoliche, della realtà dell’infanzia.
Qui tocchiamo il cuore, il centro, del suo romanzo?
Nel mio romanzo un tema centrale è l’infanzia annullata. È accaduto mentre lo scrivevo, un paio di anni fa, che per la prima volta ho letto di questa storia irlandese. Mi ha fatto accapponare la pelle, perché anche nel mio romanzo c’è una fossa, e narravo una storia simile, che avevo però ricavato da alcuni racconti del mio territorio, il basso Lazio, la Ciociaria. Quelle narrazioni aleggiavano sulla palude delle fantasticherie o delle leggende popolari. Quando ho letto che in Irlanda avevano scoperto davvero una fossa comune, quasi non ci credevo.

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Come ha letto queste similitudini fra le due vicende, quella irlandese e quella ciociara?
Mi ha fatto pensare che il problema è molto più ampio, e abbraccia la sfera che potremmo chiamare dell’educazione, che in uno Stato laico dovrebbe essere laica. Invece in Italia accade ancora oggi che le istituzioni cattoliche abbiano il monopolio culturale dell’educazione e della cura dei bambini. Penso che le famiglie dovrebbero smetterla di mandare i propri figli negli asili delle suore, e poi al catechismo, e poi in chiesa. Perché i preti e le suore fondano la loro identità su una astrazione, annullano l’umano, e questo li rende pieni di rabbia e, nei casi peggiori, totalmente anaffettivi. Non puoi voler bene a un bambino se pensi che sia una bestiolina, un essere umano non ancora compiuto, o peggio ancora, un mostro. Ma troppo spesso in Italia, soprattutto nei piccoli paesi, nelle zone più povere e isolate, per le famiglie non c’è alternativa. E alla luce di quanto ancora accade, alla fine di questo lungo filo rosso di nefandezze, il ritrovamento di una fossa comune di bambini dovrebbe essere la notizia che suscita meno indignazione.

Anche madre Teresa di Calcutta, come hanno documentato molte inchieste, non dava farmaci ai bambini malati perché pensava che il dolore li purificasse in vista del paradiso. Il culto della sofferenza come espiazione è intrinseco al credo cristiano…

E quando si parla di bambini, di accudimento dei minori, (e in generale delle così dette categorie deboli) l’indignazione straripa nell’incazzatura. Perché un bambino, sebbene possa resistere interiormente forse meglio di un adulto alle violenze invisibili degli altri esseri umani – grazie a una fantasia che conserva più intatta – non ha modo di scappare, di rendersi libero, di vivere una vita autonoma come meglio crede, di procurarsi da sé il proprio nutrimento e la propria crescita sana.
E poi ci sono i diritti, e le leggi. Bisogna smetterla di negare i diritti e violare le leggi; parlo del diritto al gioco, per fare un esempio, e della legge sull’aborto. Come ha scritto Saramago a proposito di un suo romanzo: “Se il Saggio sulla lucidità non causerà polemiche nella società, è perché la società dorme”. Ecco, mi viene da pensare che noi oggi dormiamo, ma non come si dorme la notte. Il nostro sonno purtroppo assomiglia più a chiudere gli occhi davanti a realtà che non vogliamo vedere».

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La violenza che lei racconta ne il Cortile di pietra è fisica ma anche psichica.

Quella che fa più male è la violenza psichica, la violenza che non si vede, perché ti confonde, vuole farti impazzire, vuole farti scomparire, e spesso non sai da dove viene, soprattutto se sei un bambino, la senti soltanto, sulla pelle, come ventate di ghiaccio, ma non ti puoi difendere.

Come è nato il romanzo?
Il cortile di pietra ha avuto origine da una miscela di esperienze personali, leggende o dicerie popolari e racconti di amici. Sono stato in un asilo di suore da bambino, ma credo di non aver resistito più di una o due settimane, avrò avuto quattro o cinque anni. Proprio non ci riuscivo a stare lì dentro, mi facevano impazzire, già a quell’età non potevo sopportarle quelle suore, ed era così tanta la voglia di scappare che ancora me la sento addosso. Ho chiara in mente un’immagine: io bambino davanti alla porta aperta dell’asilo, i piedi sull’uscio, sotto di me le scale che scendono in strada, verso la salvezza, verso casa, via da quel postaccio. Ma un attimo prima di scappare realizzo che i miei due fratelli più piccoli sono ancora lì dentro, e non posso lasciarli, li devo salvare. Così torno indietro, li trascino via con me, ma un attimo prima di uscire una suora ci scopre e ci riporta dentro per le orecchie.  Poi come tutti  ho dovuto subire il catechismo fino alla cresima. Per fortuna quando mi costringevano ad andare a messa io dormivo. Le storie popolari che invece hanno stimolato il nucleo più prettamente narrativo del romanzo sono legate al mio territorio, dove sono nato e cresciuto ad Anagni, e riguardano il ritrovamento, durante alcuni lavori di restauro in un convento di monache di clausura, di scheletri di bambini sepolti sotto il cortile. Le chiamo storie popolari perché, per quando abbia cercato documenti e fonti, non ho mai trovato niente di fattivo. Però ho conservato i racconti di amici paesani, uno in particolare, di una ventina di anni più grande di me, Mario, che ha vissuto l’infanzia in un collegio di suore. Nei pomeriggi di pioggia, al bar, davanti a una birra, mi ha raccontato tutto: i soprusi, le botte, la fame che pativano; tutto quello che succedeva in quel collegio, tutte le nefandezze delle suore, un pomeriggio dopo l’altro.

Quanto è diffuso il problema in Italia, che diversamente dall’Irlanda non ha mai affrontato pubblicamente questioni come gli abusi sui minori da parte dei preti nonostante inchieste stringenti come i due libri inchiesta di Federico Tulli, Chiesa e pedofilia?

Il mio lavoro è quello del romanziere, e quando mi sono messo a scrivere questo romanzo, ormai cinque anni fa, ero mosso principalmente da una esigenza interiore di raccontare l’infanzia, per come la conoscevo io, con tutte le paure e i vuoti che avevo vissuto ma anche con tutta la gioia e vitalità e la capacità di resistere del bambino che ero stato. E poi, dopo i racconti del mio amico sul collegio e la leggenda dei cadaveri dei bambini sotto il cortile del convento delle suore ecc., avevo già molto materiale su cui lavorare. Non mi serviva altro. Ma quando avevo quasi terminato la prima stesura – durante la quale non avevo smesso di cercare informazioni ed esperienze soprattutto sulla vita quotidiana in un collegio negli anni Cinquanta – ho sentito il bisogno di documentarmi, e l’ho fatto, inizialmente nel modo indolente e furtivo dei romanzieri, che non cercano tanto la verità dei fatti e l’attendibilità delle fonti, quanto la verosimiglianza della suggestione e la realtà delle esperienze umane. Poi però ho cominciato a notare che più volevo elementi di realtà, più chiedevo fatti documentati, più le persone diventavano vaghe e indolenti. Mi è successo all’Archivio di Stato. Mi sono presentato con una domanda specifica, alla ricerca di documenti che potessero provare l’effettiva scoperta o rinvenimento, a partire dagli anni Cinquanta-Sessanta, di cadaveri di bambini sepolti nei conventi di suore sul territorio italiano. L’unica cosa che ho trovato è stata una reazione indignata: “Ma lei chi è? A che le servono queste informazioni?”, e poi: “Queste storie non sono vere, sono solo dicerie, ma dove l’hai sentite, anche se fossero vere non le direbbero mai” ecc. Poiché avevo un romanzo da scrivere, e non una inchiesta da fare, ho rinunciato ad approfondire la questione, ma  dal punto di vista giornalistico potrebbe essere interessante continuare, perché- ne sono convinto – la violenza è intrinseca al sistema educativo della Chiesa.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.

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