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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » assolto » Don Walter prega prima del carcere Genovesi attacca il procuratore

Don Walter prega prima del carcere Genovesi attacca il procuratore

Redazione WebNews by Redazione WebNews
2 Marzo 2014
in Lombardia
Reading Time: 5 mins read
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La condanna al terzo grado di giudizio del sacerdote  non placa le polemiche. L’avvocato ed ex sindaco critica Condorelli: <Da lui parole censurabili>. Il procuratore  aveva replicato  al vescovo Busti facendo riferimento alle vittime del prete: «Pensiamo a loro».

MANTOVA. Ancora due fronti. Chi difende a spada tratta il parroco di San Leonardo, il sacerdote dell’attivismo e del volontariato, l’uomo brillante e carismatico che tanto ha dato alla comunità parrocchiale e diocesana. E chi invece, in base alla sentenza che lo condanna a sei anni di carcere per violenza sessuale nei confronti di due ex prostitute alloggiate nella comunità di recupero “La Casa di Ruth”, gli spara addosso accuse e risentimento. Ancora pro e contro.

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Tutto sfumato all’orizzonte del dramma umano di un condannato. Un dramma che non cancella quello delle vittime, di due ragazze che oggi si sono rifatte una vita e hanno preferito non commentare la sentenza. Ma che segue una sorta di percorso parallelo. Per don Walter Mariani sono forse i giorni più difficili, quelli dell’attesa del carcere, di una cella che ingoierà la sua vita per sei lunghi anni. A sostenerlo, in queste ore in cui dalla Procura di Brescia, sede della corte di appello che l’ha condannato in via definitiva, si attende l’ordine di carcerazione, non c’è solo la preghiera, che vede spesso in raccoglimento il sacerdote.

Vicino all’ex parroco di San Leonardo, che ha trovato rifugio in una casa di riposo del Bergamasco, ci sono le parole di affetto e di conforto delle due sorelle che gli sono sempre state vicine, dei parrocchiani e amici più fedeli che gli telefonano spesso e del suo difensore, l’avvocato Sandro Somenzi. «È imprevedibile quando arriverà l’ordine di carcerazione – dice l’avvocato – ce l’aspettavamo giovedì ma siamo ancora qui ad attendere».
Sullo sfondo del dramma dell’attesa continuano le polemiche, nate dalla dichiarazione del vescovo Roberto Busti: «Pur nel rispetto della sentenza – ha osservato il capo della diocesi – rimangono, non solo in me, perplessità irrisolte». Perplessità che l’avvocato Somenzi spiega con una sentenza così dibattuta e tribolata: «Credo che le perplessità citate dal vescovo si riferiscano al fatto che con gli stessi elementi di prova una volta don Walter è stato assolto, e un’altra condannato».
Quella stessa parola, “perplessità” ha scatenato il procuratore Antonino Condorelli che il giorno dopo ha attaccato l’alto prelato parlando di «attenzione prioritaria da riservare alle vittime» e «disattenzioni e sottovalutazioni dello scadimento morale delle istituzioni religiose».
Polemica ancora nel camino del vulcano, a quanto pare. Ieri, al silenzio del vescovo che non ha inteso rispondere al fuoco delle parole di Condorelli, è intervenuto l’avvocato Sergio Genovesi con un’articolato commento (lo pubblichiamo in versione integrale nella nostra rubrica delle lettere al direttore, ndr).

Genovesi, nella sua veste di presidente dell’Unione camere penali della Lombardia attacca il procuratore Condorelli sostenendo che il suo «soppesato comunicato stampa sia sorprendentemente forzato e discutibile».
«…Trovo assai censurabile che un magistrato, tanto più di parte perché rappresenta la sola voce dell’accusa – va giù senza mezzi termini Genovesi – se ne esca con considerazioni dedicate allo “scadimento morale delle istituzioni religiose”. Detta al bar, questa battuta potrebbe anche giustificarsi. Scritta in un comunicato stampa lascia senza fiato. Dunque non basta la sentenza, non basta riconoscere il diritto di critica, non basta essere rispettosi dei diritti di tutti. Dobbiamo pure subire, considerata l’autorevolezza della fonte, linee guida moralizzatrici e di facile presa populistica, per farle divenire le verità ufficiali».
«Non scrivo – insiste il presidente della Camere penali della Lombardia – per difendere il vescovo, né sostengo che il mio sfortunato amico don Walter sia vittima di mala giustizia. Scrivo, invece, per rimarcare senza mezze parole il mio profondo dissenso dall’iniziativa del procuratore della Repubblica e lo scrivo senza il timore di incorrere nel rischio di lesa maestà».

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VESCOVO E PROCURATORE. Il commento del vescovo è stato chiaro: rispetto della sentenza ma anche «perplessità irrisolte». Un dubbio, anche se velato, sul giudizio dei tribunali che hanno condannato a sei anni di carcere l’ex parroco di San Leonardo don Walter Mariani per violenza sessuale nei confronti di due ex prostitute alloggiate nella comunità di recupero da lui fondata, la Casa di Ruth. Le parole di Roberto Busti, capo della Chiesa mantovana, interpretano la pancia della comunità parrocchiale e diocesana. Ma per qualcuno il suo pronunciamento suona come uno schiaffo alle vittime del sacerdote e alla giustizia. Il primo a reagire all’esternazione del vescovo Busti è il procuratore Antonino Condorelli. Non lo fa con una dichiarazione ma con un messaggio consegnato alla stampa. Eccolo in versione integrale.

«Le sentenze vanno rispettate e possono certamente essere criticate; quindi anche le perplessità sono legittime. Una sentenza di condanna per reati così soggettivamente e oggettivamente gravi non può che rattristare, sul piano umano e su quello civile, per i torti che sono stati fatti e accertati e per l’afflittività della pena. Come è stato autorevolmente osservato in questa vicenda hanno sofferto molte persone e tutte meritano rispetto e considerazione. Ma fra queste, credo, un’attenzione prioritaria deve essere riservata alle vittime. Nello stesso tempo il legittimo esercizio del diritto di critica non può far dimenticare lo sconcerto che certe disattenzioni e sottovalutazioni dello scadimento morale delle istituzioni religiose può causare nelle coscienze civili di laici e credenti».

Parole come macigni. Un dito puntato, soprattutto quando Condorelli parla di «attenzione prioritaria da riservare alle vittime» e «disattenzioni e sottovalutazioni dello scadimento morale delle istituzioni religiose». Sulla stessa linea d’onda Laura Orlando, la psicologa testimone chiave del processo che per anni collaborò alla vita della Casa di Ruth e per prima raccolse le confidenze delle due ragazze violentate. «Giustizia è fatta – dice la psicologa – questa sentenza dice che le due ragazze sono state finalmente ascoltate ed è stato assegnato loro il valore di persone». E aggiunge: «Sono sconcertata dalle parole del vescovo: anziché essere solidali con le vittime, si esprimono con un dubbio a favore di una persona che per la giustizia è delinquente. Io avevo fiducia in don Walter, credo che abbia fatto cose buone, era un sacerdote carismatico, pieno di qualità. Anche per questo ho fatto fatica ad aprire gli occhi e a ricredermi su di lui. Faccio un appello a chi ancora lo difende: chiedete scusa alle ragazze».

IL SINDACO.  «Solidarietà e vicinanza a don Walter!!!!» Sei parole postate nella notte a commento dell’articolo della Gazzetta sul sito web. La firma: Nicola Sodano. Il sindaco di Mantova è stato tra i primi a manifestare la propria opinione sulla sentenza della Cassazione che manderà dietro le sbarre l’ex parroco di San Leonardo. E la rete si è subito divisa tra innocentisti e colpevolisti, con sfumature intermedie. Contattato dalla Gazzetta, il sindaco ha spiegato il suo intervento: «Quando sono arrivato a Mantova dalla Calabria, studente di prima media, abitavo in via Fancelli e don Walter era in Ognissanti – racconta -. Gli scout non c’erano ancora, quindi mi iscrissi a Cerese, ma l’anno successivo don Walter mi venne a cercare. In quel momento è cominciata veramente la mia vita a Mantova». Sodano non entra nel merito dei fatti contestati, salvo sottolineare «una sproporzione di una sentenza che manda in carcere per più di 6 anni un religioso 73enne che ha fatto tanto per il prossimo».

E conclude: «Mi sento di esprimere a don Walter una grande vicinanza: penso che gli faccia piacere sapere che la città gli è vicina».

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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