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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Abusi, la Chiesa australiana non abolirà il segreto della confessione

Abusi, la Chiesa australiana non abolirà il segreto della confessione

Redazione WebNews by Redazione WebNews
1 Settembre 2018
in Città del Vaticano, World
Reading Time: 5 mins read
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Vescovi e religiosi respingono la proposta della Royal Commission di violare il sigillo e imporre l’obbligo di denuncia ai preti: contrario alla fede cattolica e alla libertà religiosa

SALVATORE CERNUZIO
CITTÀ DEL VATICANO

Vescovi e religiosi australiani dicono “no” alla proposta di abolire il sigillo sacramentale della Confessione per denunciare eventuali casi di abusi appresi in confessionale. Il clero del nuovo continente approva quasi tutte le 122 raccomandazioni formulate dalla Royal Commission volte a riformare il sistema penale per tutelare meglio le vittime di abusi, specie quelle minori, tranne una. La 7.4, appunto, in cui si chiede di rimuovere il segreto durante il sacramento della Riconciliazione in modo che il sacerdote che venisse a conoscenza di crimini di pedofilia o abusi possa presentare denuncia alle autorità.

Non si tratta di continuare a tenere in piedi un sistema di copertura degli scandali, come insinuato in queste ore da alcuni organi di stampa locale, e come effettivamente è avvenuto in diverse diocesi australiane negli ultimi 30/40 anni, ma – spiegano i vescovi della Conferenza episcopale (Acbc) e i religiosi cattolici (Cra) – si tratterebbe di imporre una pratica totalmente «contraria» alla fede cattolica, come pure alla «libertà religiosa». Principio, questo, riconosciuto dalla legge del Paese.

La risposta, quindi, è no. Lo stesso no che già il presidente dei vescovi,l’arcivescovo di Brisbane Mark Coleridge, aveva espresso a dicembre («Un’intrusione dello Stato nel dominio del sacro», aveva detto) alla pubblicazione della proposta nel report di oltre 57 pagine della Commissione, frutto di una lunga e accurata indagine di quattro anni d’inchiesta a vasto raggio che hanno fatto emergere circa 4.440 casi di abusi su minori commessi tra il 1980 e il 2010, nei quali 1.880 sacerdoti risultano coinvolti . Scandali che hanno sfigurato il volto della Chiesa australiana.

Dopo il presidente dei vescovi, 600 preti australiani avevano manifestato a luglio il dissenso verso l’ipotesi di legge che vorrebbe sostituire all’obbligo del segreto l’obbligo di una denuncia.

A distanza di mesi, la posizione non è cambiata: «Sarebbe contrario alla nostra fede e ostile verso la libertà religiosa. Siamo impegnati alla salvaguardia dei bambini e delle persone vulnerabili, pur mantenendo il sigillo della confessione. Non vediamo le due cose come mutualmente esclusive», ha spiegato sempre Coleridge oggi, durante la presentazione in conferenza stampa del comunicato di risposta alle raccomandazioni della Commissione d’inchiesta. «Non vuol dire che ci poniamo al di sopra della legge – ha spiegato il prelato – siamo impegnati alla salvaguardia dei bambini e le persone vulnerabili, pur mantenendo il segreto. Non riteniamo che le due cose si escludano a vicenda, né che l’abolizione del segreto renderebbe i bambini più sicuri».

Ciò non toglie che la Chiesa è disposta ad offrire la più piena collaborazione per la prevenzione e la lotta alla piaga degli abusi. «Never again» (mai più), è il motto di vescovi e leader di ordini religiosi: «Non vi saranno più insabbiamenti, non vi saranno trasferimenti di persone accusate di abusi, non si proteggerà la reputazione della Chiesa a spese della sicurezza dei minori», ha assicurato monsignor Coleridge.

In ogni caso, la Chiesa cattolica australiana ha accolto con favore e preso in considerazione le varie raccomandazioni della Commissione Reale. Esattamente «il 98%», ha sottolineato il vescovo, affiancato durante la conferenza dalla presidente del Catholic Religious Australia suor Monica Cavanagh. Più nel dettaglio 47 indicazioni sono state accettate, 13 trasmesse alla Santa Sede, una è oggetto di ulteriori approfondimenti, cinque sono accettate in linea di principio, 12 sono sostenute e una appoggiata in linea di principio. Quest’ultima è relativa al fatto di condurre una revisione nazionale delle strutture di governance e di gestione di diocesi e parrocchie, particolarmente riguardo a questioni di trasparenza e responsabilità. «Troppi preti, religiosi e laici in Australia hanno mancato al dovere di proteggere e onorare la dignità dei bambini», ha commentato il pastore di Brisbane. «Molti vescovi hanno mancato di ascoltare, di credere, hanno mancato di agire. Queste mancanze hanno permesso ad alcuni molestatori di offendere ripetutamente, con conseguenze tragiche e a volte fatali».

Invece, tra le raccomandazioni sottoposte all’attenzione della Santa Sede figurala possibilità di introdurre il celibato volontario per i sacerdoti. La proposta della Royal Commission era una modifica delle leggi canoniche sull’obbligo del celibato, tra le principali cause – secondo l’organismo governativo – della repressione sessuale dei sacerdoti e, dunque, dei comportamenti inappropriati sfociati in molestie o violenze. A riguardo, il numero uno dei vescovi ha spiegato che «la formazione iniziale e continuata dei sacerdoti sulla vita di celibato può aver contribuito a un maggior rischio di abusi sessuali a minori – ha ammesso – tuttavia la Commissione d’inchiesta non ha accertato una connessione causale fra celibato e abusi». Tuttavia sarà chiesto il consiglio di esperti teologi e canonici, e anche se «un rapido cambiamento nella disciplina universale del celibato del clero è improbabile» non è escluso che in futuro potrebbe esserci una possibilità.

Tra le recommendations trasmesse dai presuli al Vaticano ci sono anche l’introduzione nel Codice di diritto canonico di norme specifiche per gli abusi sessuali sui minori; la modifica del “segreto pontificio” nei casi di violenze; la pubblicazione delle decisioni prese dalla Santa Sede e dai tribunali canonici; la modifica dei canoni relativi alla distruzione di documenti connessi con reati penali canonici.

In conclusione del documento, vescovi e religiosi – che comunque precisano di «non poter parlare a nome di tutta la Chiesa», in quanto essa è un’istituzione articolata e «molto decentralizzata» – ringraziano coloro che hanno contribuito alle indagini e alla stesura del report. Ma il ringraziamento più grande va ai «sopravvissuti» per il coraggio avuto nel denunciare quanto subito: «Ad essi e alle loro famiglie – si legge – presentiamo le nostre scuse sincere e senza riserve e rinnoviamo l’impegno a fare il possibile per sanare le ferite degli abusi e rendere la Chiesa un luogo veramente sicuro per tutti».

In questo senso, il rapporto finale della Royal Commission è «un significativo passo avanti in un cammino che continuerà nel futuro». Molte raccomandazioni sono infatti divenute già una prassi normativa nelle diocesi del paese, e le istituzioni ecclesiastiche – ha assicurato Coleridge – ottempereranno a qualsiasi legge futura in materia o che si stanno adeguando gli standard indicati dallo stesso organismo.

http://www.lastampa.it/2018/08/31/vaticaninsider/abusi-la-chiesa-australiana-non-abolir-il-segreto-della-confessione-Ale4tzrfBHLLibMa8ffXDK/pagina.html

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.

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