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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Papi incartati e Papi a processo. In Cile un pericoloso vaso di Pandora

Papi incartati e Papi a processo. In Cile un pericoloso vaso di Pandora

Redazione WebNews by Redazione WebNews
26 Maggio 2018
in Cronaca e News
Reading Time: 5 mins read
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Nello sprofondo della chiesa cilena si chiede di fare luce sull’operato di Giovanni Paolo II. Il prossimo obiettivo è Francesco?

Roma. Le prime molotov contro le chiese, in Cile, erano state scagliate a gennaio, alla vigilia del viaggio papale. Era l’avvertimento per Francesco, che aveva difeso a lungo – e l’avrebbe fatto anche durante la permanenza in loco, pentendosene in seguito – i vescovi del club di padre Fernando Karadima, pedofilo seriale che la congregazione per la Dottrina della fede già da anni ha costretto al silenzio e alla solitudine come forma di espiazione dei tanti peccati accertati. Tra giovedì e venerdì, tre bombe sono state lanciate contro la chiesa di Nostra Signora delle Americhe a Conchalí. “Porci stupratori, non vogliamo i vostri sermoni” si leggeva sullo striscione issato in coda all’attacco intimidatorio.

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Un episodio che chiarisce come meglio non si potrebbe il clima che si respira nel Cile rimasto senza vescovi dopo le dimissioni corali presentate al Papa e da questi pretese. Niente vescovi, cattolici sempre meno – le statistiche, per quel che valgono, testimoniano un crollo continuo –, parroci col fiato sospeso mentre dalle diocesi arrivano i decreti di sospensione precauzionali per sospetto di far parte di qualche congrega dedita all’abuso di minori. Il vescovo di Rancagua, tornato in patria dopo la tre giorni di udienza papale, ha dato il benservito a quindici dei suoi sessantotto parroci: il 22 per cento dei sacerdoti in attività. Tutti sospettati a vario titolo di condotte improprie legate a diverse situazioni di abuso sessuale di minorenni.

Di ieri, poi, la notizia delle dimissioni del cancelliere della curia di Santiago del Cile, autodenunciatosi per abusi sessuali. Piccolo particolare: era lui che raccoglieva e protocollava le testimonianze delle vittime (vere o presunte) di abusi da parte di membri del clero. La grana cilena è grossa e rappresenta un problema drammatico per il Vaticano, che ora si trova nell’imbarazzante situazione di dover decidere quali dimissioni episcopali accettare e quali respingere. I vescovi, non troppo ingenuamente dicono gli osservatori cileni, hanno messo Francesco all’angolo: le colpe sono individuali, non collettive. Decida lui chi rimuovere. Ed è il Papa a essere finito, suo malgrado, in mezzo alla slavina che ha travolto la chiesa cilena, un tempo non troppo lontano perla del cattolicesimo latinoamericano.

Il New York Times, capofila insieme al Boston Globe della pattuglia liberal che tenta di sferrare il ko alla chiesa di Roma cavalcando l’orrore per gli abusi su minori (metodo Spotlight), non a caso qualche giorno fa ha pubblicato un solenne editoriale del Board in cui si esprimeva soddisfazione perché finalmente “il Papa ha aperto gli occhi”. Il giorno dopo, sulle stesse pagine, un altro editoriale (firmato da Patricio Fernández) metteva in luce proprio il ruolo di Jorge Mario Bergoglio, la cui visita in Cile “è stata un disastro” e le cui contraddizioni sul tema sono destinate a lasciare traccia per chissà quanto tempo – “Secondo il Papa non c’era una sola prova che incolpava Barros. Più tardi fu chiaro che le aveva, e ne aveva molte”.

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Improvvide erano state le dichiarazioni di Francesco ai giornalisti in Cile, la difesa a oltranza di mons. Barros, vittima a suo dire di “calunnie”, “son todas calumnias!”. Perfino un cardinale, il cappuccino Sean O’Malley, aveva preso formalmente le distanze dal Papa, con tanto di comunicato stampa. Da allora però, la situazione anziché migliorare è peggiorata e a dominare è il caos. Mentre i vescovi vengono convocati a Roma, con il Pontefice che alterna gli interrogatori ai vescovi con i colloqui privati con le vittime, in Cile vanno in scena le ribellioni dei sacerdoti contro quei vescovi. In un incontro con il clero, mons. Horacio Valenzuela – uno dei discepoli di Karadima – è stato invitato “ad andarsene” da parte di un suo parroco. Lo stesso che ha definito il nunzio, mons. Ivo Scapolo, “un bandito”. La chiesa cilena è una barca che fa acqua e nessuno sa come rimetterla a galla. Non basteranno le sostituzioni dei vescovi, i mea culpa davanti al Papa. La falla, anziché richiudersi, s’allarga sempre di più. Soprattutto se è vero, come ha scritto l’informato sito il Sismografo, diretto dal cileno Luis Badilla e molto vicino al Vaticano, che più di un vescovo apparso contrito davanti a Francesco, una volta tornato in patria ha accusato il Pontefice di usare la vicenda cilena “per occultare altre crisi del suo pontificato”.

E’ una crisi che rischia di creare un precedente, un modello d’esportazione, con il rischio altissimo di effetti à la Me Too, con vittime (vere o presunte) che davanti a qualche schermo televisivo accusano un parroco, un vescovo, un cardinale di aver commesso abusi sessuali. Qualcosa s’è già visto in Australia, con i racconti – sovente al limite del romanzo, come i presunti stupri in sagrestia dopo la messa. Bernadette Sauvaget l’ha scritto su Témoignage Chrétien: la “spettacolare resa dell’episcopato cileno è un segnale forte inviato ai vescovi di tutto il mondo”. Come a dire che dopo il Cile il focus si potrà spostare su qualche altra realtà.

Sul banco degli imputati è finito pure Giovanni Paolo II e a firmare il j’accuse contro Karol Wojtyla è stato sempre il New York Times, che ha fatto derivare tutti i problemi della chiesa cilena dal cambiamento imposto negli anni Novanta dalla curia guidata dal Papa polacco. Giovanni Paolo II, ha scritto ancora Patricio Fernández, ha voluto sostituire una gerarchia vicina alla Teologia della liberazione con presuli conservatori – “elitisti e distanti dal loro gregge” – che non sarebbero stati in grado di accompagnare l’ingresso del paese nella contemporaneità e nella democrazia dopo la dittatura di Augusto Pinochet. Concetto non troppo dissimile da quello firmato dal teologo gesuita Jorge Costadoat: “Nel corso degli anni 60 e 70, Paolo VI aveva nominato in Cile una generazione di vescovi eccezionali. Giovanni Paolo II, a partire dagli anni Ottanta, in Cile e nel resto dell’America latina nominò vescovi con poca libertà di interpretare la dottrina della chiesa, dottrina che, in casi come la Veritatis splendor, significò un regresso; sono stati uomini senza i lumi della generazione precedente, timorosi, strettamente fedeli al governo del Papa”. Il problema si fa quindi ancora più delicato per il Vaticano: non si tratta solo di valutare i singoli casi di abuso sessuale da parte di membri del clero né di processare un’intera conferenza episcopale. La richiesta finora implicita di media, ecclesiastici e opinione pubblica cilena è di passare al setaccio anche l’operato di un Papa, per di più santo.

https://www.ilfoglio.it/chiesa/2018/05/26/news/chiesa-pedofilia-cile-papa-francesco-giovanni-paolo-ii-196970/

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.

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