Emanuela Orlandi, il mistero sta per essere rilanciato con altre “rivelazioni” al cardiopalma di un altro grande “supertestimone” che, come al solito, si riveleranno fasulle? E’ probabile. Ed è possibile che si tenti la saldatura col caso Moro, [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui, Ladyblitz – Apps on Google Play] addossando entrambe le colpe alla mitica Banda della Magliana. Questa volta il “supertestimone” potrebbe essere niente di meno che il grande bossPippo Calò, riciclatore dei soldi della mafia e a suo tempo ciccia e pappa anche con il capo dei capi Totò Riina.
Arrestato a Roma il 30 marzo 1985 e condannato a due ergastoli per una sfilza di delitti, Calò sta subendo una discreta corte “perché parli” da parte dell’avvocatessa Laura Sgrò, da qualche tempo il nuovo legale di Pietro Orlandi. L’avvocatessa in una puntata di Atlantide, condotta dal giornalistaAndrea Purgatori, ha sparato alla grande la notizia, in realtà la sua speranza, che Calò “parli” del mistero Orlandi come ghiotta anticipazione di quella che viene presentata come una bomba che sta per esplodere con effetti devastanti e risolutivi. La miccia è accesa.
Nel frattempo il membro della commissione d’inchiesta sul caso Moro, il deputato Gerolamo “Gero” Grassi, sta cercando di riscrivere clamorosamente la vicenda di Aldo Moro legandola alla Banda della Magliana con una “rivelazione” che va ripetendo da vari giorni e che nelle ultime ore ha detto anche al TG1:
“Non è vero che il bar Olivetti, davanti al quale la mattina del 16 marzo 1978 ci fu l’agguato brigatista a Moro, quel giorno era chiuso come si è sempre sostenuto. Era invece aperto. E si tratta di un bar frequentato da elementi della Banda della Magliana, compreso Enrico De Pedis”.
Grassi inoltre sostiene che sull’auto di Moro e della scorta spararono non solo dal lato della strada del bar Olivetti, ma anche dal lato opposto: altri brigatisti e gli immancabili uomini di quale servizio segreto rimasti tutti sconosciuti.
Fa niente che De Pedis era chiuso in carcere e quindi non poteva frequentare nessun bar. Fa niente che non si sa chi fossero i supposti clienti membri della banda (Nomi? Finora nessuno).
Fa niente che sparare allo stesso bersaglio in due gruppi contrapposti, cioè da entrambi i lati, per giunta aumentando il numero degli sparatori, significa anche spararsi tra brigatisti, visto che avrebbero dovuto essere in due gruppi, uno di fronte all’altro.
Fa niente: la trama che da qualche tempo Grassi sta mettendo assieme è troppo affascinate per chi, come lui, è anche giornalista e romanziere che su brigatisti e Moro scrive da anni. Ha scritto infatti anche il romanzo d’amore “Il ministro e la brigatista”, ambientato proprio negli anni delle Brigate Rosse e del rapimento Moro.
Ma andiamo per ordine. Vediamo come si è formata questa nuova possibilità di grande “botto”. Non si può infatti escludere che Calò, decida di “rivelare” chissà cosa. Lo ha fatto a suo tempo l’allora galeotto Antonio Mancini,smanioso di uscire di galera.
Tempo fa Pietro Orlandi ha ricevuto su Facebook un messaggio, tanto per cambiare da parte di un anonimo, che bontà sua si firma Amico Augusta: “Devi cercare di sentire il boss Calò”.
Non stanco di correre e far correre da anni giornalisti e magistrati dietro piste e segnalazioni una più infondata dell’altra, scartandone però chissà perché alcune, Orlandi ha passato questa ennesima “informazione” alla Procura della Repubblica. La quale però, stufa di essere tirata per la giacchetta da ormai 35 anni su una vicenda che dopo un decennio di nuove indagini ha archiviato nell’ottobre 2015, col successivo beneplacito della Cassazione – non può certo dar retta anche al fantomatico signor “Amico Augusta”.
Anche perché sembra la riedizione delle molte piste rivelate sia allo stesso Pietro Orlandi riguardo Emanuela sia al legale di sua madre, Ferdinando Imposimato, riguardo anche il caso Moro da “testimoni” ciarlatani e con nomi falsi pescati con le mani nel sacco dalla magistratura.
Le ultime rivelazioni vengono presentate ai telespettatori, in una puntata del programma di Purgatori, Atlantide, su La7, in questo modo:
1) – l’anonimo Amico Augusta viene definito “informatore”, anzi “informatori” al plurale, che hanno “passato delle informazioni”, anche se il fantomatico Amico Augusta NON è affatto un informatore e NON ha passato nessuna informazione a nessuno. Si è infatti solo limitato a suggerire di “sentire il boss Calò”, senza neppure curarsi di spiegare il perché. Alla luce delle esperienze giudiziarie e giornalistiche di questi 35 anni, NON si può affatto escludere che si tratti dell’ultimo – per ora – della lunga sfilza di mitomani, bugiardi e malati di protagonismo che di fatto hanno distrutto ogni possibilità di riuscire a capire che fine abbia fatto la povera Emanuela e per mano di chi.
2) – La lettera di Calò di curiosa e cortese disponibilità a incontrare la avv. Sgrò viene interpretata come disponibilità a “parlare”. Ovviamente per chiarire il mistero Orlandi.
3) – Purgatori rincara la dose prima affermando che Calò
“in qualche modo è stato citato nella storia della scomparsa di Emanuela Orlandi”,
senza però specificare che a citarlo non sono stati i magistrati, e neppure testimoni più o meno super, ma solo un paio di articoli tanto sensazionalisti quanto smentiti da indagini e sentenze. Poi la dose la rincara chiedendo all’avvocatessa se non le sembri
“clamoroso il fatto che Calò, che non è certamente una persona cha ha, così, distribuito informazioni e risposto agli interrogatori improvvisamente decida che su questa questione specifica di Emanuela Orlandi ha voglia di parlare, di dire qualcosa”.
A conclusione delle sue “rivelazioni” Sgrò si lamenta di non avere ancora ricevuto né la delega né il permesso di incontrare comunque Calò e quindi lancia un appello perché le aprano le porte del carcere “il ministro della Giustizia e il ministro degli Interni”.
Tutto questo può servire comunque per facilitare la realizzazione di un’altra commissione d’inchiesta, quella sul mistero Orlandi, promessa con un’apposita conferenza stampa dal senatore grillino Vincenzo Santangeloprima delle ultime elezioni.
Pietro Orlandi in una puntata sempre di Atlantide ha sostenuto di avere scoperto lui, insieme col giornalista ex di “Chi l’ha visto?” Fiore De Rienzo, la famosa telefonata partita il 12 ottobre 1993 dal Vaticano per “suggerire” al suo vicecapo della Vigilanza, l’ingegnere Raul Bonarelli, convocato per il giorno dopo come testimone dal giudice istruttore Adele Rando, di non dire che della scomparsa di Emanuela si era interessante la Segreteria di Stato. Peccato che il testo di quella telefonata sia stato pubblicato già da Roberto Chiodi su L’Espresso nel 1998 (e da me in due miei libri del 2002 e 2014, con l’aggiunta del nome dell’autore della telefonata). Pur avendolo in seguito appreso, Purgatori ha fatto finta di nulla.
Mesi fa la stessa avvocatessa Sgrò per conto di Pietro Orlandi ha denunciatoin Vaticano – a quasi 35 anni di distanza! – la scomparsa di Emanuela. Poi ha rincarato la dose con la richiesta di indagini sulla base di asserite “convergenze” – in realtà solo voci riferite al suo cliente – con un documento pubblicato in un libro dal giornalista Emiliano Fittipaldi, che parla di oltre 483 milioni di lire spesi dal Vaticano per mantenere in gran segreto Emanuela all’estero. Nell’enfasi Purgatori la cifra l’ha moltiplicata per 2.000, cioè perfino più del famoso miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, facendo diventare le lire di quell’epoca euro di oggi.
Ora potrebbe entrare in gioco il pezzo da 90 Calò. Il copione “mafioso” però non è del tutto nuovo, anche se ora si vuole spingere in scena un mammasantissima anziché un altra mezza figura come già tentato nel 2014.
Quell’anno Pietro Orlandi aveva infatti preso sul serio le “rivelazioni” di un altro ex mafioso, il pentito Vincenzo Calcara, tanto da avere voluto essere lui a presentare in occasione della Fiera del Libro di Torino il volume intitolato “Dai memoriali di Vincenzo Calcara: le cinque entità rivelate a Paolo Borsellino”. Il mafioso pentito pretendeva di essere ricevuto dal Papa, ovviamente per rivelargli anche lui la verità sulla fine di Emanuela. Perché al Papa e non alla magistratura è un altro mistero… Che nessuno, neppure l’instancabile Pietro Orlandi, ha cercato di chiarire.
Dal carcere di Opera filtrano intanto voci di un improvviso desiderio di Calò di documentarsi sulla vicenda Orlandi. Riguardo la quale avrebbe confidato a qualche compagno di carcere:
“Ma io non ne so nulla! Solo un po’ di quello che hanno scritto i giornali e detto le televisioni”.
Staremo a vedere.
Nel frattempo vale la pena di notare inoltre che uno dei primi a indicare per il mistero Orlandi la pista del ricatto al Vaticano per rientrare in possesso di somme ingenti prestate e mai restituite, pista che alla lunga è sfociata nella banda della Magliana, è stato proprio Purgatori. Lo ricorda Gaia Cenciarelli nel suo libro “Extra Omnes. L’infinita scomparsa di Emanuela Orlandi”:
“C’è anche chi è convinto che i motivi della scomparsa di Emanuela siano da ricercare all’interno del Vaticano, tra i nemici del Papa e della sua politica di rinnovamento. L’oscura vicenda dello IOR e della morte di Calvi sono da tenere in ogni caso presenti se si vuole credere alle lotte di potere che si svolgevano all’interno delle mura leonine e ai soldi persi nel crac del Banco Ambrosiano da chi intendeva ricattare il Vaticano per tornare in possesso del denaro investito e perduto. L’8 febbraio 1994 fu Andrea Purgatori, dalle pagine del Corriere della Sera a rivelare notizie che potrebbero avvalorare in parte questa teoria: “Poco prima che, attraverso i canali diplomatici il Vaticano riuscisse a ottenere uno stop alle indagini [le rogatorie respinte di cui si parlerà più avanti, n.d.r.], la polizia era arrivata a scoprire qualcosa di importante e inquietante. Che il misterioso interlocutore (mediatore) in contatto telefonico con gli Orlandi chiamava da una cabina della stazione Termini”.
A fronte di questa scoperta, gli inquirenti monitorarono tutte le cabine presenti nella stazione ma non riuscirono a venire a capo del mistero perché, malgrado le telefonate risultassero partire da lì, in quella cabina non c’era nessuno. E ciò era possibile solo nel caso in cui i rapitori di Emanuela disponessero di un sofisticatissimo congegno in grado di far “rimbalzare” le telefonate da un apparecchio all’altro. Quindi, prosegue Purgatori, l’organizzazione che aveva rapito Emanuela non era una banda di malavitosi qualsiasi, ma un gruppo formato da individui scaltri e con risorse eccezionali”.
Cenciarelli riporta anche che secondo l’allora esistente giornale
“L’Indipendente, una volta gli investigatori erano riusciti a isolare le prime quattro cifre delle telefonate, che risultarono essere partite dall’Ambasciata Americana di via Veneto. Il quotidiano dedusse, di conseguenza, che il telefonista si serviva di un apparecchio interno all’ambasciata oppure riusciva a far “rimbalzare” le chiamate sul suo centralino”.
Nascerà così anche la pista dell’utilizzo da parte del “portavoce dei rapitori” di un “sofisticato meccanismo da 007” che permetteva di far risultare le sue telefonate agli Orlandi come effettuate da numeri telefonici diversi da quelli veri. Pista presa sul serio da Pietro Orlandi, che in un’intervista ha appunto affermato che almeno una telefonata risultò come partita dall’ambasciata americana.
Lo spettacolo continua. Se il regista Roberto Faenza con un apposito film ha sostenuto fin dal titolo che riguardo la sorte di Emanuela “La verità sta in cielo”, ora la verità è precipitata nelle mitiche profondità marine: quelle del continente sommerso Atlantide. Dalle stelle del cielo ai cavallucci marini).
Nelle interviste a sopravvissuti, religiosi, giornalisti e altri esperti si affrontano le accuse di abusi sessuali all'interno delle istituzioni cattoliche...
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Informazione sui contenuti
La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.
Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.
Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.
Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.
Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.
E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non - seppur condannate nei primi gradi di giudizio.
Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.