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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Il papa emerito, il papa santo e l’amico pedofilo

Il papa emerito, il papa santo e l’amico pedofilo

Pochi in Italia conoscono la contorta e discutibile gestione del potente sacerdote messicano fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado, da parte della Santa Sede. Eppure c'è chi afferma che abbia inciso sulle dimissioni di Benedetto XVI e paradossalmente sulla canonizzazione di Giovanni Paolo II, avvenuta a tempo di record il primo maggio 2014. Il decennale della morte di Karol Wojtyla (2/4/2005) e della ascesa al soglio pontificio di Joseph Ratzinger (19/4/2005) è l'occasione per riportare in luce una vicenda scarsamente indagata dai media nostrani ma che ha segnato in profondità entrambi i loro pontificati e l'ultimo mezzo secolo di storia “politica” della Chiesa di Roma: il caso Maciel, pedofilo e violentatore seriale, protetto di Wojtyla e amico del primo segretario di Stato di papa Ratzinger, card. Angelo Sodano.

Federico Tulli by Federico Tulli
7 Aprile 2015
in Cronaca e News
Reading Time: 8 mins read
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di Federico Tulli – «Padre Maciel è molto caro al Santo Padre e ha fatto molto per la Chiesa. Quindi, mi dispiace, ma non è prudente riaprire un’inchiesta». Quando il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Joseph Ratzinger, spedisce queste poche righe al vescovo di Coatzacoalcos in Messico, monsignor Carlos Talavera Ramírez, sono passati 48 anni dalle prime accuse per abusi “sessuali” trasmesse in Vaticano nei confronti del padre fondatore (nel 1941) della congregazione dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado. Siamo nel 1996. Ratzinger guida l’ex Sant’Uffizio e Karol Wojtyla è Giovanni Paolo II. Ramirez aveva scritto a Ratzinger sollecitato dal sacerdote Alberto Athié, una delle vittime delle violenze di Maciel quando negli anni 50, minorenne, era un seminarista dei Legionari. La sua denuncia rimane lettera morta, come del resto tutte le altre giunte in Vaticano a partire dal 1944.

Ma Athié non si scoraggia. Insieme a Fernando M. González, sociologo e psicanalista, e José Barba, legionario di Cristo dagli 11 ai 24 anni e in seguito docente universitario, raccoglie in un libro 212 documenti vaticani riservati, segreti e inediti su Maciel, dai quali emerge la consapevole complicità delle gerarchie vaticane, a cominciare da Giovanni Paolo II e dal futuro Benedetto XVI, con il potente sacerdote messicano.

Il volume che difficilmente vedremo in Italia, i cui diritti appartengono alla Grijalbo-Random House Mondadori, è stato pubblicato nel marzo del 2012 in castigliano, con una tiratura di poche migliaia di esemplari, con il significativo titolo “La volontà di non sapere. Ciò che veramente si conosceva su Maciel negli archivi segreti del Vaticano dal 1944”. Gli autori
affrontano da tre punti di vista l’esame dei documenti desecretati (tutti consultabili online): González, autore di un altro volume su Maciel, ne svolge l’illustrazione e la ricostruzione cronologica, offrendo considerazioni sull’atteggiamento e la reazione istituzionale della Chiesa cattolica; Athié presenta la propria esperienza personale, spirituale ed ecclesiastica che lo ha condotto ad abbandonare il sacerdozio di fronte al muro di omertà e silenzi eretto intorno alle sue denunce nei confronti del caso Maciel e in generale degli abusi sui minori nella Chiesa; Barba riferisce l’iter di denuncia alla Santa Sede dei crimini di Maciel da lui personalmente seguito dal 1996 in poi.

L’uscita del libro a marzo 2012 non è casuale. Avviene in coincidenza con il viaggio pastorale di Benedetto XVI in Messico ed è lui il primo destinatario del messaggio di denuncia in esso contenuto. Da qualche anno all’interno delle Mura Leonine le spalle di Maciel non sembravano più tanto coperte ma la sua immagine pubblica continuava ad apparire praticamente immacolata. Per capire cosa sta accadendo bisogna tornare al 2006. «Dopo aver sottomesso le risultanze dell’investigazione ad attento studio, la Congregazione per la dottrina della fede, sotto la guida del nuovo prefetto, il cardinale William Levada, ha deciso – tenendo conto sia dell’età avanzata del reverendo Maciel che della sua salute cagionevole – di rinunciare ad un processo canonico e di invitare il padre a una vita riservata di preghiera e di penitenza, rinunciando ad ogni ministero pubblico». Con questa laconica nota la sala stampa vaticana annunciava il 19 maggio 2006 che Ratzinger, divenuto un anno prima Benedetto XVI, aveva deciso di togliere le prerogative pastorali a Marcial Maciel Degollado. Il potente deus ex machina dei Legionari ha 86 anni e la sospensione a divinis è la sola “condanna” che sconterà dopo una vita vissuta da pedofilo, concubino, violentatore e morfinomane. Comportamenti che però non vengono citati nella nota, la quale infatti non specifica in alcun modo le motivazioni della “sentenza”. Tutti sanno ma nessuno lo dice. L’obiettivo della Santa Sede è far cadere l’imbarazzante storia di Maciel e dei Legionari nel dimenticatoio preservando l’immagine di Joseph Ratzinger e del futuro santo Karol Wojtyla il cui iter di beatificazione era stato appena avviato, appunto, da Benedetto XVI.

Di cosa si è macchiato Degollado è presto detto. Ecco una rapida sintesi delle sue gesta pubblicata nel 2002 da Sandro Magister su L’Espresso, confermata anni dopo dall’inchiesta vaticana e dalla documentazione originale pubblicata in “La volontà di non sapere”. Scrive il vaticanista: «Le prime accuse sono del 1948. Sono trasmesse a Roma dai gesuiti di Comillas, in Spagna, dove Maciel aveva mandato i suoi discepoli a studiare. Ma il Vaticano le lascia cadere. Secondo round nel 1956. Questa volta il Vaticano indaga su nuove accuse ancor più pesanti. Maciel è sospeso per due anni dalle sue funzioni ed esiliato da Roma. Ma nel febbraio del 1959 è reintegrato a capo dei legionari. Terzo. Nel 1978 è l’ex presidente dei legionari negli Stati Uniti, Juan Vaca, con un esposto a papa Giovanni Paolo II, ad accusare Maciel di comportamenti peccaminosi con lui quand’era ragazzo. Nel 1989 Vaca ripresenta a Roma le sue accuse. Senza risposta. L’ultima tornata inizia nel febbraio del 1997 con la denuncia pubblica, da parte di otto importanti ex Legionari, di abusi sessuali commessi da Maciel a loro danno negli anni Cinquanta e Sessanta. Nel 1998, il 17 ottobre, due degli otto accusanti, Arturo Jurado Guzman e José Barba, accompagnati dall’avvocato Martha Wegan, incontrano in Vaticano il sottosegretario della Congregazione per la dottrina della fede, Gianfranco Girotti e chiedono la formale apertura di un processo canonico contro Maciel. Il 31 luglio del 2000 Barba, assieme all’avvocato Wegan, incontra di nuovo in Vaticano monsignor Girotti. Ma senza alcun risultato».

Le amicizie potenti, la ragion di Stato, la falsa morale di cui è intrisa la religione cattolica nei confronti dei crimini pedofili e “sessuali” e la conseguente predisposizione dei gerarchi vaticani a valutarli come dei peccati da condannare con qualche preghiera, a Maciel hanno garantito incolumità, e alle sue vittime una vita di sofferenze e solitudine. Degollado è morto nel 2008 a Miami, in Florida. Due anni dopo la “sua” congregazione dei Legionari verrà commissariata da Benedetto XVI. A metà 2010, diversamente da quanto accaduto nel 2006, la Chiesa ammette infatti pubblicamente che Maciel ha violentato decine di bambini e seminaristi e che ha avuto tre figli da due donne diverse. Ma fa cadere sulla Legione la colpa dell’impossibilità di intervenire prima e di compiere accertamenti sulle accuse, avendo creato «meccanismi di difesa» intorno al fondatore rendendolo di fatto «un intoccabile». Le cose per i Legionari si mettono decisamente male. A ottobre 2010 il delegato pontificio per la congregazione, cardinale Velasio De Paolis, costituisce due commissioni: una per la raccolta delle denunce di abusi nei confronti di Maciel e di altri confratelli Legionari, e l’altra per lo studio e la revisione della situazione economica della congregazione. Secondo la Santa Sede occorre fare piena luce sia sugli abusi che sulle insistenti voci di una gestione economica e finanziaria poco cristallina.

Nel 2004, anno in cui il promotore di Giustizia, Charles Scicluna, aveva iniziato a indagare su Maciel per conto della Cdf, i Legionari di Cristo avevano a bilancio 650 milioni di dollari di liquidità e un miliardo di dollari in beni per le attività delle scuole, dei seminari e delle opere in America Latina, Europa e Nord America. Grazie al sostegno economico costante di ricchi donatori appartenenti all’oligarchia borghese e della destra estrema latinoamericana, nell’arco di mezzo secolo i legionari erano infatti cresciuti fino a diventare la congregazione più ricca e forse più potente dell’intera Chiesa cattolica, forti di un esercito di 3mila seminaristi e 600 sacerdoti dislocati in 145 collegi, 21 scuole superiori e nove università direttamente controllate. Oggi tutto questo patrimonio è a serio rischio.

A confermare la tesi della Santa Sede riguardo la cortina protettiva innalzata intorno a Maciel dai suoi accoliti vi sono dei documenti resi noti durante un processo a Rhode Island negli Stati Uniti, proprio nei giorni a ridosso dell’abdicazione di Joseph Ratzinger da pontefice, avvenuta l’11 febbraio 2013. Secondo gli avvocati dell’accusa queste carte dimostrerebbero che i Legionari di Cristo hanno nascosto informazioni sulla vita “sessuale” del loro fondatore a una ricca vedova che negli ultimi 20 anni ha donato all’ordine circa 30 milioni di dollari. L’accusa è di frode e come racconta Jason Barry, il cronista del National Catholic Reporter (NCR), che per primo a fine anni Novanta indagò e riuscì a ricostruire le vicende criminali di Maciel dando voce a decine di vittime e rompendo il muro d’omertà clericale, «le migliaia di pagine di testimonianze, dati finanziari e religiosi, offrono una visione incredibile sulla cultura propria dei Legionari e del loro fondatore messicano, Marcial Maciel Degollado». Secondo Barry, Maciel ha costituito una centro di potere a Roma istituendo una delle più grandi raccolte fondi della Chiesa moderna: «Si è garantito il supporto incondizionato di papa Giovanni Paolo II che lo aveva definito “guida efficace per i giovani” e lo aveva pubblicamente lodato durante solenni cerimonie, anche dopo una denuncia del 1998 che vedeva Maciel indagato per abusi sessuali sui seminaristi della Legione». Il Vaticano non è coinvolto al processo di Rhode Island, ma le decisioni di Woytjla e Ratzinger permeano la lunga cronistoria che emerge dai documenti resi pubblici su ordine del giudice. La figura del papa emerito appare più che centrale in tutta la vicenda, almeno negli ultimi 25 anni.

Come osserva il filosofo della politica Tommaso Dell’Era, unico in Italia ad averrecensito La volontà di non sapere, «non ci si può non domandare cosa spinse il cardinale Ratzinger a passare dal disinteresse mostrato nel 1996 di fronte alle accuse di monsignor Ramirez, all’incarico assegnato nel 2004 a Scicluna di indagare su Maciel e i suoi». La risposta secondo cui a ottobre 2004 Giovanni Paolo II è ormai prossimo alla morte e non più in grado di impedire un’inchiesta sull’uomo che «ha fatto molto per la Chiesa» non è soddisfacente. Se l’atteggiamento di Wojtyla è stato sempre reticente, quello di Ratzinger, anche dopo aver preteso le dimissioni di Maciel nel 2006 è rimasto quanto meno ambiguo. Ad esempio, tornando al processo di Rhode Island, un capitolo chiave della documentazione riporta l’ammissione del cardinale sloveno Franc Rodé, che aveva dichiarato al NCR e al Global Post di aver visto nel 2004 «un video di Maciel con una donna e un figlio che lui presentava come suo». Secondo Barry, Rodé non mai ha interrogato l’amico Maciel riguardo la sua paternità, ma il cardinale dal canto suo afferma, sempre nei documenti citati, di aver ordinato ai canonisti vaticani, sottoposti del cardinale Ratzinger, di investigare sulle accuse di pedofilia. Le spiegazioni arriveranno solo nel 2010, dopo l’indagine vaticana sui Legionari che ha prodotto nuovi report sull’ordine certificando che Maciel aveva una figlia e che la Santa Sede, quindi Ratzinger, lo sapeva dal 2005. Sebbene in Italia non ne sia giunta voce, non c’è dubbio che i file del processo di Rhode Island, pubblicati due giorni dopo l’annuncio delle dimissioni di Benedetto XVI, aggiungono un ulteriore capitolo agli scandali che Ratzinger teneva ben presenti nella sua ultima messa pubblica da papa, quando ha parlato del volto della Chiesa «talvolta sfigurato».

Restano le domande: perché il Vaticano pur sapendo dei figli di Maciel dal 2005 non ha diffuso l’informazione o non ha spinto i Legionari a farlo quando Benedetto XVI lo ha sospeso nel 2006? Perché ha nascosto questa e altre informazioni fino al 2010? José Barba, (citato nella ricostruzione di Magister) che oggi è professore in pensione del Mexico City college, sostiene che la questione fondamentale per Benedetto XVI era proteggere la reputazione di Giovanni Paolo II. «Ratzinger voleva garantire la beatificazione di Woytjla», afferma Barba. Ma commise dei passi falsi. Su tutti spicca il significativo rifiuto di incontrare le vittime di Maciel durante il suo viaggio pastorale in Messico. Era una decisione coerente con la volontà di tenere il profilo basso sulla vicenda dei Legionari ma fu certamente una scelta “politicamente” errata pensando alle critiche che questa essa provocò. Solo allora Ratzinger, che da cardinale aveva eluso ogni richiesta di mettere il prete messicano sotto processo, si è trovato per la prima volta a fare i conti con l’imbarazzo per l’entusiasmo del papa polacco verso Maciel anche dopo le denunce del 1998.

Come detto, l’inchiesta vaticana è avanzata dopo la morte di Wojtyla. Ma l’annuncio del Segretariato di Stato (20 maggio 2005), Angelo Sodano, che Maciel non avrebbe dovuto affrontare un processo canonico solleva gravi interrogativi anche sull’emerito papa tedesco. Ancora in settembre, otto mesi prima della sospensione inflitta da Benedetto XVI, Sodano – che oggi è il decano del Collegio cardinalizio – invitava indisturbato l’amico Maciel a Lucca come ospite ufficiale di una prestigiosa conferenza. Secondo Barba, pressando il coperchio sulla vita segreta di Maciel, Ratzinger ha sperato «di difendere la causa di canonizzazione di Woytjla dalle accuse che costui ha protetto un maniaco». Proteggendolo a sua volta e quindi tentando di salvare se stesso.

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Federico Tulli

Federico Tulli è giornalista professionista. Per anni firma di Left sin dalla sua fondazione nel 2006, prima come collaboratore fisso e poi come redattore, ha scritto articoli per numerose testate italiane e internazionali (tra cui MicroMega, Avvenimenti, Sette, Globalist, Cronache laiche, Adista, Critica liberale, Brecha, etc). Per L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato i libri: “Chiesa e pedofilia” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e “Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos” (2015). Nel 2018, insieme a Emanuela Provera, ha pubblicato “Giustizia divina” (Chiarelettere). Nel 2020, per “I libri di Left”, ha pubblicato “Cosa ci ha insegnato la pandemia”, e nel 2023 “La Chiesa violenta” (Ed90). Ad aprile 2023 è uscito un suo saggio dal titolo “Informazione e Intelligenza artificiale: quale futuro per il giornalismo?” nel libro, a cura di Andrea Ventura, “Pensiero umano e intelligenza artificiale. Rischi, opportunità e trasformazioni sociali” (AA.VV., L’Asino d’oro ed.). Nel 2022 Tulli ha ideato e realizzato per Left “Spotlight Italia”, la prima indagine giornalistica permanente sui crimini nel clero italiano, e fa parte di #ItalyChurchToo, coordinamento italiano delle associazioni contro gli abusi nella Chiesa cattolica in Italia. Contatti: [email protected] [email protected]

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Informazione sui contenuti

La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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