Abusato per un anno e mezzo quando aveva poco meno di 13 anni da un prete. Una situazione che lui, che con nome di fantasia chiameremo Carlo, per qualche anno ha rimosso, reagendo con una chiusura in sè stesso, con depressioni e isolamento. Comportamenti che poi sono sfociati in una patologia maniaco ossessiva, certificata da psichiatri che negli anni lo hanno seguito, sia al centro di salute mentale che con perizie che oggi sono depositate in tribunale a Verona, dove il 4 dicembre si tiene la prima udienza civile in cui sono citati in giudizio la Procura generalizia dei Figli di santa Maria Immacolata, la parrocchia di ponte Crencano e la diocesi di Verona, che in questo caso ha affidato la parrocchia di santa Maria Ausiliatrice alla congregazione.
«Mi sento sempre sporco, sento ancora il bagnato della saliva della lingua del prete che mi baciava ovunque», dice Carlo, che al primo incontro nello studio degli avvocati Stefano Perusi e Giulia Tamanini, anzichè porgere la mano allunga un dito e nell’altra mano ha un noto prodotto disinfettante che subito si passa sulle mani. «Io quelle cose che il prete mi faceva le avevo raccontate ai miei genitori, ma non mi avevano creduto. Non le ho raccontate subito. All’inizio non capivo bene cosa stessimo facendo. Mi sembrava di essere il suo chierichetto preferito. Mi portava in giro, al cinema. Ma poi mi metteva le mani addosso. Veniva a casa nostra a portare l’eucarestia a mia nonna, era tutto gentile e i miei credevano che io scambiassi la sua gentilezza con altro». Ma gli approcci sessuali continuavano e Carlo, ha finito per avere la sindrome di Stoccolma, che gli faceva “amare“ il suo carnefice. Provava per lui un sentimento positivo, una totale sottomissione volontaria, aveva instaurato in questo modo una sorta di alleanza e solidarietà con il suo carnefice.
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