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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Tutto tace sui preti pedofili, così il demone celebra messa. In tre anni la commissione vaticana ha fatto poco

Tutto tace sui preti pedofili, così il demone celebra messa. In tre anni la commissione vaticana ha fatto poco

Redazione WebNews by Redazione WebNews
19 Luglio 2017
in Cronaca e News
Reading Time: 4 mins read
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di Carmine Gazzanni

Lo Stato tace. Il Vaticano nasconde. E alla fine il demone resta in casa. E in chiesa. Quello degli abusi sui minori perpetrati dai sacerdoti è un problema di cui poco si parla, salvo quando scoppia il caso mediatico che fa ripiombare tutti, fedeli e non, ecclesiastici e laici, dinanzi a una croce di cui Stato e Chiesa dovrebbero farsi carico. Già, perché non c’è solo lo spaventoso caso dei 547 bambini abusati a Ratisbona: le diocesi sono piene di preti pedofili e vescovi “insabbiatori”. Basti questo: “Noi siamo andati indietro di 15 anni e abbiamo ricostruito, solo in Italia, 132 condanne in via definitiva e oltre cento preti indagati attualmente”, ci dice Francesco Zanardi, presidente dell’associazione Rete L’Abuso, che da anni si occupa del fenomeno. “Il dato però è evidentemente parziale”, precisa ancora Zanardi.

Le istituzioni tacciono – È evidente che bisognerebbe fare di più. Ed è qui, appunto, che lo Stato italiano sarebbe potuto intervenire. Perché, a differenza della gran parte degli altri Paesi dell’Unione europea, non c’è in Italia una commissione parlamentare ad hoc. Né mai c’è stata. Eppure le richieste sono state avanzate. Quanto ci racconta Zanardi lascia senza fiato: “nel 2013 abbiamo girato un’interrogazione ad Alberto Airola (M5S), affinché la presentasse. Dopo diverse rassicurazioni, alla fine non è mai stata depositata”. L’associazione, però, non si è persa d’animo. E ci ha riprovato, nel 2015, con la senatrice Pd Donatella Albano: “con lei siamo riusciti a depositarla, ma dopo poco tempo ci ha ricontattato dicendo che il suo gruppo in Senato gliel’aveva fatta ritirare”. Ora la palla pare essere in mano a un altro pentastellato, Matteo Mantero, che sta provando a depositare un’interrogazione in cui, tra le alte cose, si chiederebbe anche l’istituzione di una commissione parlamentare. Che servirebbe, eccome: nel 2014, non a caso, gli abusi sui minori dei sacerdoti cattolici sono finiti pure sotto la valutazione del Comitato Onu contro la tortura, che ha chiesto espressamente che il Vaticano avviasse una piena collaborazione con le autorità civili che perseguono gli abusi nei vari Paesi (fornendo tutte le informazioni in possesso della Congregazione per la dottrina della fede), che la sospensione dei sacerdoti accusati avvenga immediatamente, e siano previste sanzioni effettive per i superiori che coprono casi di abuso.

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Ma soprattutto è stata sollecitata la revisione dei Patti Lateranensi, specificatamente nella parte in cui si solleva la gerarchia dall’obbligo di denuncia. In altri termini, parliamo dell’obbligo per la diocesi di denunciare i casi di pedofilia e di quello per il vescovo di rispondere dei casi stessi essendo il diretto superiore dei sacerdoti. Ed è proprio questo uno degli aspetti più controversi. “Bisogna tener sempre presente – continua Zanardi – che i tribunali vaticani possono arrivare al massimo alla scomunica. Non sono contrario al procedimento canonico, ma è necessario che ci sia un procedimento anche giudiziario. Perché altrimenti il rischio è che se prima avevi un sacerdote pedofilo, finisci con l’avere un pedofilo non più sacerdote”. Ma attenzione: ci sono anche casi in cui a una condanna penale non segue alcuna scomunica, con la conseguenza che poi il sacerdote torna a celebrare messa. L’ultimo caso a Palermo: è stato condannato per pedofilia ed ha scontato la pena in carcere. Ed ora don Paolo Turturro, 67 anni, è tornato libero. Vive al Borgo della pace fondato nelle campagne di Baucina e celebra messa nelle chiese della diocesi. Il motivo? Nonostante la condanna definitiva a sei anni, come ricorda il Giornale di Sicilia, la Chiesa non lo ha mai sospeso a divinis.

Bacchettati – E passiamo proprio al Vaticano. Bisogna ammettere che, appena insediatosi, Bergoglio ha subito pensato ad istituire una commissione specificatamente preposta al monitoraggio del fenomeno. Peccato però che, ad oggi, risultati non se ne sono visti. Anzi, nel giro di pochi mesi i due componente laici, Peter Saunders e Maria Collins, sono usciti dalla stessa commissione, lanciando un duro j’accuse: “Durante il papato di Francesco la Chiesa cattolica non ha fatto nulla per eliminare gli abusi sui minori da parte del clero”, aveva detto alla Bbc Saunders in una sferzante intervista. Il punto, ci spiega ancora Zanardi, “è che in realtà il fine è diverso da quel che si crede: la commissione Vaticana non lavora per le vittime o per arginare il fenomeno, ma ha il compito di valutare in base al Paese le strategie da mettere in campo per tirarsene fuori”. Pensiamo a cosa è accaduto in Svizzera, dove il governo ha aperto una finestra temporale di sei mesi su tutti gli abusi sessuali e così anche le vittime prescritte hanno potuto denunciare. “La Chiesa – dice ancora Zanardi – ha preso immediatamente i suoi provvedimenti, offrendo risarcimenti alle vittime, per evitare spese legali più ampie ed eventuali condanne”. A differenza di quanto mai fatto in Italia dalla Cei.

Solo parole – Il punto, però, è che il primo passo non può che essere della Santa Sede. Da più di due anni l’Onu ha chiesto espressamente al Vaticano una revisione del suo assetto normativo, in particolare del Codice di diritto Canonico. Perché? Semplice: esiste una Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, ratificata peraltro nel 1990 dalla Santa Sede. Il documento prevede come clausola ineludibile per i firmatari l’obbligo di adottare ogni misura possibile per tutelare i diritti fondamentali dei minori. Ecco, nel 2014 l’Onu ha chiesto al Vaticano una completa aderenza alla Convenzione: perché “gli abusi sessuali dei bambini non sono un delitto contro la morale ma crimini”. Eppure Bergoglio ha, come detto, sin da subito fatto leva sull’esigenza di affrontare la grana interna. Ma non basta, ci dice ancora Zanardi: “Ogni giorno in cui si rimanda il problema, automaticamente rendi sacrificabili i bambini. Capisco le sue buone intenzioni, ma se ha una corte che gli impedisce di fare, capisci che propagandare dal 2013, non ha senso”. Senza dimenticare che, al di là della vulgata del Papa al telefono, diverse sono state le lettere inviate al Pontefice dalle vittime di abusi di preti: “non è mai arrivata una risposta”, conclude Zanardi.

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Twitter: @CarmineGazzanni

http://www.lanotiziagiornale.it/preti-pedofili-commissione-vaticano-chiesa-abusi-su-minori/

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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