“Prima di morire volevo raccontare tutto”. Alvaro Del Cristo Godoy ha 65 anni e soffre di un dolore “cronico, irreversibile e non alleviabile”, e la Commissione di garanzia e valutazione della Comunità Valenciana ha accettato la sua richiesta di eutanasia. Per lui sono gli ultimi mesi di vita, visto che la data ultima indicata è quella del prossimo 11 febbraio. Prima di andarsene, il 65enne ha voluto raccontare la sua storia al quotidiano El País: una storia drammatica, segnata dagli abusi subiti durante l’infanzia nel collegio di San Juan de Dios, nelle Isole Canarie.
La storia di Alvaro
Nell’intervista rilasciata al quotidiano spagnolo, Alvaro ripercorre quei terribili anni di violenze: “Mi hanno distrutto l’infanzia, mi hanno reso una persona diffidente. Ho vissuto nella paura e nella vergogna. Ero un bambino abusato con una vita spezzata, e non voglio morire con questo peso dentro di me. È stato un fardello insopportabile per tutti questi anni e ancora oggi, a volte, l’orrore riaffiora nella mia memoria. Odiavo tutti quelli che mi stavano intorno, ho vissuto un inferno. Raccontare la mia storia è un modo per cercare giustizia e per non sentirmi più solo, perché nonostante fossi circondato da adulti, non c’era nessuno a difendermi”.
Le segnalazioni alla diocesi
L’uomo ha raccontato di essere stato violentato da Fratel Francisco, il direttore dell’infermeria, Fratel Calixto, che gestiva la mensa, lo aiutò tenendolo fermo. Era il 1972. Nel 2017 Alvaro ha provato a denunciare formalmente gli abusi subiti alla diocesi delle Isole Canarie. Al telefono ha parlato di “torture e abusi”, senza entrare nei dettagli, ma gli è stato detto che si sarebbe dovuto recare personalmente nella sede centrale. Un’opzione complicata per il 65enne con problemi di mobilità che così, sempre nel 2017, ha inviato alla diocesi una e-mail esprimendo la sua frustrazione, dicendo che un gruppo di vittime aveva intenzione di rendere pubblici sui media gli abusi sessuali e fisici subiti “in numerose occasioni” nell’ospedale San Juan de Dios di Gran Canaria.
“Prima di morire volevo raccontare tutto”. Alvaro Del Cristo Godoy ha 65 anni e soffre di un dolore “cronico, irreversibile e non alleviabile”, e la Commissione di garanzia e valutazione della Comunità Valenciana ha accettato la sua richiesta di eutanasia. Per lui sono gli ultimi mesi di vita, visto che la data ultima indicata è quella del prossimo 11 febbraio. Prima di andarsene, il 65enne ha voluto raccontare la sua storia al quotidiano El País: una storia drammatica, segnata dagli abusi subiti durante l’infanzia nel collegio di San Juan de Dios, nelle Isole Canarie.
La storia di Alvaro
Nell’intervista rilasciata al quotidiano spagnolo, Alvaro ripercorre quei terribili anni di violenze: “Mi hanno distrutto l’infanzia, mi hanno reso una persona diffidente. Ho vissuto nella paura e nella vergogna. Ero un bambino abusato con una vita spezzata, e non voglio morire con questo peso dentro di me. È stato un fardello insopportabile per tutti questi anni e ancora oggi, a volte, l’orrore riaffiora nella mia memoria. Odiavo tutti quelli che mi stavano intorno, ho vissuto un inferno. Raccontare la mia storia è un modo per cercare giustizia e per non sentirmi più solo, perché nonostante fossi circondato da adulti, non c’era nessuno a difendermi”.
Le segnalazioni alla diocesi
L’uomo ha raccontato di essere stato violentato da Fratel Francisco, il direttore dell’infermeria, Fratel Calixto, che gestiva la mensa, lo aiutò tenendolo fermo. Era il 1972. Nel 2017 Alvaro ha provato a denunciare formalmente gli abusi subiti alla diocesi delle Isole Canarie. Al telefono ha parlato di “torture e abusi”, senza entrare nei dettagli, ma gli è stato detto che si sarebbe dovuto recare personalmente nella sede centrale. Un’opzione complicata per il 65enne con problemi di mobilità che così, sempre nel 2017, ha inviato alla diocesi una e-mail esprimendo la sua frustrazione, dicendo che un gruppo di vittime aveva intenzione di rendere pubblici sui media gli abusi sessuali e fisici subiti “in numerose occasioni” nell’ospedale San Juan de Dios di Gran Canaria.
“Fui un niño abusado con una vida rota. No quiero morirme sin contarlo: la carga ha sido aplastante”, dice Álvaro del Cristo Godoy, de 65 años, cuya solicitud de eutanasia por un “dolor crónico no mitigable e irreversible” ha sido aprobada https://t.co/RkvUElmAi5
— EL PAÍS (@el_pais) October 8, 2026
Lo scorso aprile il 65enne ha deciso di denunciare gli abusi al Garante per la protezione dei minori, che gli ha spiegato i passi da seguire per richiedere un risarcimento. Sempre nello stesso periodo, la segnalazione è arrivata anche all’ufficio per la tutela dei minori della diocesi di Valencia e all’ordine ospedaliero.
Le indagini in corso
Il 28 aprile un responsabile dell’ufficio per la tutela dei minori ha contattato Godoy, dicendo che le indagini erano in corso e che sarebbe stato ricontattato la settimana successiva. Cosa che però non è avvenuta. L’11 giugno l’uomo ha cercato di sollecitare nuovamente con una telefonata, ma gli è stato chiesto altro tempo per indagare. Adesso, a quattro mesi di distanza da quell’ultima comunicazione, non sono arrivate notizie, almeno fino all’intervento dei giornalisti spagnoli, che hanno contattato l’ordine ospedaliero dicendo che sarebbe uscito l’articolo con le dichiarazioni di Alvaro Del Cristo Godoy. Ventiquattro ore dopo, l’uomo è stato contattato per fissare un colloquio di persona e raccogliere la sua testimonianza.
Il collegio San Juan de Dios appartiene all’Ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio e ha aperto i battenti nel settembre del 1972 per fornire “servizi educativi, assistenziali e riabilitativi a bambini con disabilità o in situazioni di bisogno sociale”. Nel 2018, El País ha avviato un’indagine sugli abusi e la pedofilia all’interno della chiesa spagnola: secondo i dati del quotidiano spagnolo, sarebbero almeno cinque i casi segnalati, tutti in strutture gestite dal medesimo ordine ospedaliero.
I primi giorni in collegio
Secondo quanto raccontato da Godoy, la sua “fortuna” è stata quella di trascorrere soltanto mezza giornata nel centro, per poi tornare a casa a dormire: “Ero un bambino normale con adhd (disturbo da deficit di attenzione e iperattività) e un problema al ginocchio, poi rivelatosi essere osteocondrite dissecante. Ero orfano di padre da quando avevo cinque anni. Ecco perché mia madre acconsentì a iscrivermi alla scuola San Juan de Dios nel 1972”.
Già nei primi giorni, Godoy ha raccontato di aver visto qualcosa che lo ha terrorizzato: “Mentre giocavo a nascondino, ho visto Fratel Francisco praticare sesso orale a un bambino di circa quattro anni. Non riuscivo a capire appieno la portata di ciò che stava accadendo, ma mi ha spaventato. Ho cercato di evitare di andare in infermeria perché lui era il responsabile e mi diceva sempre che la procedura prevedeva un controllo. Per un po’ l’ho evitato”.
Abusi e violenze
Poi, un giorno, Fratel Francisco lo avrebbe sorpreso mentre entrava in classe, dalla porta accanto all’infermeria: “Sapeva che ero orfano e cercò di farmi sentire al sicuro: mi disse che era un sostituto di mio padre, che l’amore che provava per me era lo stesso che avrebbe provato se fosse stato mio padre, e che dovevo rilassarmi perché doveva esaminare il mio corpo. Mentre parlava, mi accarezzava le cosce”.
“Quando mi resi conto di cosa stava succedendo – ha aggiunto – lui mi stava già abbassando le mutande e si stava masturbando un po’, cosa che non provocava alcuna reazione, nessuna erezione, non avevo ancora nemmeno avvertito nulla del genere. Iniziò a praticarmi sesso orale. Scoppiai in lacrime. In quel momento entrò Fratel Calixto. Cercai di approfittare dell’occasione per alzarmi e vestirmi, ma entrambi mi tenevano fermo. Non ho mai osato dirlo a nessuno: ho detto al vescovado che per fortuna non mi avevano penetrato, ma non era vero. L’ho sempre tenuto nascosto per vergogna, paura e perché mi sentivo umiliato. La verità è che Fratel Francisco mi ha penetrato. Ho urlato di lasciarmi andare, ma Fratel Calixto mi ha premuto la testa contro il lettino”.
In quell’occasione la violenza è stata interrotta dall’allarme antincendio. “Non saprei dire se sono rimasto su quella barella per tre secondi o tre minuti, ho perso la cognizione del tempo. L’allarme mi ha salvato. Le porte delle aule hanno iniziato ad aprirsi e i bambini sono usciti. ‘Vestiti’, mi hanno detto”. Godoy ricorda la frase pronunciata da Fratel Francisco: “Questa è parte della volontà di Dio e deve rimanere tra noi. Se la riveli a qualcuno, Dio si arrabbierà con te e potrebbe accadere qualcosa di brutto alla tua famiglia. Me ne andai terrorizzato e scappai da scuola”.
Il pestaggio davanti ai bambini
Il giorno dopo è andata anche peggio: “Sono stato preso a calci e pugni davanti agli altri bambini – ha raccontato l’uomo -. Era Francisco. Mi ha rotto alcune costole, il naso e mi ha buttato giù da un pendio di tre metri. Usavo le stampelle e sono tornato a casa a piedi. Non ho nemmeno avuto il tempo di raccontare a mia madre cosa mi stava succedendo, perché era già stata chiamata dal centro e le era stato detto che ero un bambino cattivo, che insultavo tutti, che picchiavo gli altri bambini. Quando ho provato a spiegarle la verità, mi ha dato due schiaffi”.
Godoy ha poi rivelato un altro tentativo di costringerlo a entrare in infermeria, non andato a buon fine, prima delle violenze fisiche subite in sala mensa: “Scappavo da lì perché il cibo mi sembrava immondizia. Ma Francisco e Calixto me lo infilavano in bocca a forza, picchiandomi: usavano un cucchiaio come leva tra i miei denti e mi torcevano le braccia”.
Nell’articolo viene citata anche la testimonianza di uno dei compagni di classe dell’epoca, che ha chiesto di rimanere anonimo: “Sono stato anche io vittima e testimone di abusi da parte di Francisco. Lo vedevo entrare nella stanza di notte e sdraiarsi sul letto del ragazzo di fronte. Io facevo finta di dormire. Un giorno mi fece sedere sulle sue ginocchia e si masturbò con la mia mano. Mi baciava sulla bocca, ma io tenevo la bocca chiusa per impedirgli di penetrarmi con la lingua. Non andò oltre quell’episodio, perché dopo mi nascondevo”.
“Era solo affettuoso”
Godoy continuò a frequentare il centro per alcuni mesi, senza riuscire a raccontare a nessuno delle violenze subite. Più tardi, a 16 anni, durante il ricovero in ospedale per un intervento al ginocchio, il direttore del centro andò a trovarlo: “Non sono entrato nei dettagli degli abusi sessuali perché mi sentivo intimidito e spaventato. Ma gli ho detto che Fratel Francisco mi aveva picchiato e che aveva toccato e abusato dei bambini. Mi disse di non interpretarlo in quel modo, che Fratel Francisco era semplicemente affettuoso. Mi chiese persino di tornare a San Juan de Dios. Mi rifiutai e gli dissi che avrei ucciso Fratel Francisco. Lui rispose che non era più lì, che era stato trasferito in Africa”.
L’ordine ha confermato il trasferimento in Camerun, dove l’uomo rimase per 8-9 mesi, ma le motivazioni dello spostamento non sono mai state rese note, così come quelle che hanno portato Francisco a uscire dall’ordine nel dicembre del 1977. Godoy non sa neanche se sia ancora vivo, e anche su Calixto l’ordine afferma di “non essere autorizzato a fornire informazioni”. Difficile prevedere come procederanno le indagini, ma almeno Alvaro ha avuto modo di raccontare la sua storia e togliersi questo “peso insopportabile” prima della fine.
https://europa.today.it/attualita/abusi-violenze-collegio-storia-alvaro-del-cristo-godoy.html














