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Diciamolo subito: il vescovo di Sora Gerardo Antonazzo respinge ogni addebito, tanto da chiedere al giudice di sanzionare il suo accusatore per lite temeraria. Ma – in attesa di sapere dal tribunale di Lecce quanto siano fondate le accuse di abusi sessuali per i quali Antonio Schiavano chiede a lui, al sacerdote Stefano Rocca e alla diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca danni per un milione di euro – il processo fa intravedere, al di là delle responsabilità personali ancora da accertare, un sistema collaudato e diffuso di solidale e inviolabile omertà, ben rodato e sempre uguale, che nella Chiesa protegge i preti pedofili dalle conseguenze delle loro imprese erotiche sui minori che vengono loro affidati.
Al tribunale di Lecce si è tenuta infatti il 22 ottobre la prima udienza di una causa civile che non ha precedenti: un vescovo è stato chiamato a rispondere personalmente di presunti abusi sessuali commessi su un minore. Si tratta di monsignor Gerardo Antonazzo, dal 2013 vescovo di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo, già rettore del seminario di Ugento (Lecce) dal 1987 al 1995, luogo dove si sarebbero verificati gli abusi per i quali oggi il vescovo è chiamato in giudizio con la richiesta di risarcimento di un milione di euro (in solido con un prete anche lui accusato degli abusi, don Stefano Rocca, e la diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca).
A citare in giudizio i due prelati e la diocesi è Antonio Schiavano, ex seminarista ed ex insegnante di religione, che sostiene di essere stato abusato dai due quando era poco più che un bambino. Schiavano, dopo un lungo periodo di latenza del trauma, ha ricordato con chiarezza gli eventi e ha deciso di chiedere giustizia. Antonazzo e Rocca respingono le accuse, così come la diocesi contesta ogni responsabilità.
Monsignor Antonazzo, don Rocca e monsignor Angiuli, interpellati, non hanno voluto fornire la loro versione sul caso.

Riprendiamo il filo del racconto iniziato con il primo articolo. Siamo nel 2018, a Schiavano sono state ridotte le ore di insegnamento a scuola, dove è precario, e i malesseri fisici e psicologici diventano sempre più evidenti.
A quel punto decide di rifarsi vivo con quelli che ritiene la causa di tutti i suoi mali per chiedere dei soldi per potersi curare e, al contempo, un’ammissione di colpa. Si susseguono messaggi Whatsapp, telefonate e anche un incontro dal vivo con il vescovo Antonazzo, che Schiavano registra di nascosto.
È il 25 ottobre 2018 e i due si vedono a casa del vescovo per chiarire la situazione. «Sono stato nella sua villa di Supersano, in provincia di Lecce: la si riconosce per il grande stemma episcopale all’ingresso», dichiara Schiavano. L’uomo chiede al suo ex rettore se si sia mai confessato per quanto è accaduto in seminario e se abbia chiesto perdono a Dio per i suoi peccati. Ecco come risponde il vescovo, secondo quanto ricostruito dalla consulenza tecnica di parte commissionata da Schiavano e allegata all’atto di citazione:
Antonazzo: «Ognuno di noi ha una sua coscienza e sa quello che ha fatto…»
Schiavano: «E non mi risponde, poi dice, siamo trasparenti, ma non mi hai detto né sì né no…»
Antonazzo: «Sì…»
Schiavano: «Oh almeno so che…»
Antonazzo: «Si sì, sto in pace con Dio, io voglio stare in pace con te e con tutti, chiedendo perdono se ci è stata qualcosa… Questo desidero, perché dobbiamo andare tutti davanti a Dio Antonio…»
Schiavano: «E questo mi lasci molto ben colpito. Perché pure io ho chiesto perdono…»
Antonazzo: «Eh sì, lo sto dicendo davanti a Dio e davanti a te…»
Il vescovo non specifica di cosa deve chiedere perdono e Schiavano lo incalza a proposito di un risarcimento per i danni subiti e la sua precaria condizione lavorativa. «Dopo pianti e pentimenti, il vescovo mi disse che doveva prendersi le sue responsabilità – sostiene oggi Schiavano – e mi chiese cosa poteva fare per aiutarmi e io gli parlai della scuola». I due discutono anche di denaro. Schiavano vorrebbe ottenere trentamila euro, Antonazzo gli propone i soliti venticinquemila euro, una specie di cifra standard che salta sempre fuori in casi simili in ogni diocesi d’Italia come se sul punto ci fosse una sorta di coordinamento dall’alto. Si apre la trattativa.
Schiavano: «Purtroppo io tagliamo la testa al toro se tu riesci nemmeno né più né sui 30»
Antonazzo: «Sui 25…»
Schiavano: «[…] chiudiamola qua, se tu riesci metti qualcosa di tuo oltre agli amici. E poi la chiudiamo qua per sempre…»
Antonazzo: «Cerco di arrivare a 25…»
Il vescovo suggerisce al suo interlocutore un modo per arrivare alla cifra che chiede:
Antonazzo: «Però Antonio scusami perché quei 5000 che tu chiedi non li vedi spalmati nello stipendio che ti ho fatto avere, anche quello è un contributo che mi sono impegnato…»
Il vescovo qui sta alludendo al fatto che si è dato da fare per trovare a Schiavano, facendo pressione sul vescovo di Ugento Vito Angiuli, un posto di insegnante di religione a tempo pieno, sacrificando un’altra insegnante già designata, secondo quanto di legge nell’atto di citazione:
Basti pensare che, per tacitare le sofferenze dell’attore, l’Episcopo di Ugento gli concedeva, su esplicita richiesta del convenuto Monsignor ANTONAZZO, addirittura l’insegnamento pieno, scavalcando senza pietà altri candidati con più diritto in graduatoria, pur di impedire l’emersione della dissolutezza dell’alto prelato e diventando, così, inquietanti complici dell’immoralità di certo clero.
Un’accusa gravissima che Schiavano rivolge ai due vescovi: ad Antonazzo imputa di aver fatto pressione sull’ufficio scuola di Ugento per fargli avere un posto di insegnante che non gli spettava, e che già era stato assegnato a un’altra persona, per prevenire una denuncia per abusi, e ad Angiuli di aver accettato la raccomandazione del vescovo di Sora. Ecco le domande sollevate nell’atto di citazione:
Il Vescovo di Ugento accoglieva le richieste dell’ANTONAZZO e, pur nella consapevolezza di danneggiare altra insegnante, già incaricata presso il Liceo “Stampacchia” di Tricase, Prof.ssa Elda CIULLO, riconosceva all’attore, nell’agosto del 2018, il pieno insegnamento presso il predetto Istituto scolastico, che lo SCHIAVANO richiedeva espressamente al Vescovo ANTONAZZO (doc. 19); che tale circostanza veniva ripetutamente confermata dal Direttore dell’Ufficio scuola diocesano per l’insegnamento della religione, Don Giuseppe INDINO.
Sul punto è molto importante il pronunciamento del tribunale di Lecce: servirà a chiarire come vengono gestite, da parte dei vescovi, le nomine degli insegnanti di religione nella scuola pubblica. Ci torneremo, ma intanto proseguiamo sulla strada che porta alla citazione di preti, vescovi e della diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca davanti al tribunale civile di Lecce.
https://federicatourn.substack.com/p/abusi-in-seminario-altri-quattro









