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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » «Don Marco è colpevole» L’accusa chiede 16 anni

«Don Marco è colpevole» L’accusa chiede 16 anni

Redazione WebNews by Redazione WebNews
7 Maggio 2007
in Emilia Romagna
Reading Time: 5 mins read
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«Don Marco è colpevole» L’accusa chiede 16 anni dall’inviato Mauro Lissia

Un gruppo di giovani dal Nicaragua per stare vicini al sacerdote sardo Stamattina la sentenza PARMA. Prove schiaccianti, don Marco Dessì è colpevole di una serie impressionante di violenze sessuali su minori e dev’essere condannato a sedici anni di carcere. Nell’austero tribunale di Parma le parole del pubblico ministero Lucia Russo hanno attraversato le spesse pareti di pietra della piccola aula delle udienze preliminari.

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L’aula è chiusa ai lavori ma le parole del pm arrivano fino alle orecchie dei cronisti e del capannello di fedeli che pregava per il missionario di Villamassargia.

Sedici anni malgrado lo sconto di pena legato al giudizio abbreviato, quindi il magistrato dell’accusa è partito dal massimo edittale: ventiquattr’anni. Soprattutto non ha concesso all’imputato alcuna delle attenuanti previste dal codice penale, neppure quella generica riferita all’incensuratezza. Al contrario, nel calcolo del pubblico ministero, c’è la somma spietata di tutte le aggravanti. Finita l’udienza, don Dessì è stato riportato in carcere. All’uscita del palazzo di giustizia ha trovato alcuni familiari e una decina di ragazzi, alcuni arrivati apposta dal Nicaragua a spese dell’ambasciata sudameticana. Solo il tempo di gridargli “sta tranquillo” e di sventolare un piccolo striscione con la scritta “semos con tigo”.

La requisitoria è durata un’ora e mezzo esatta. Subito dopo ha parlato il difensore Pierluigi Concas, che ha chiesto l’assoluzione per l’insussistenza delle prove e in subordine il minimo della pena con le attenuanti generiche. Per la sentenza bisognerà attendere questa mattina: il giudice andrà in camera di consiglio dopo le arringhe delle parti civili, l’udienza si apre alle nove e mezzo. Ma una cosa è certa fin d’ora: le conclusioni dell’accusa non promettono nulla di buono per il sacerdote accusato di una serie imprecisata di violenze sessuali compiute nell’arco di quasi trent’anni sui piccoli ospiti della comunità di Betania a Chinandega, in Nicaragua. Nel procedimento di Parma sono entrati solo i casi dal 1999 ad oggi, gli altri risultano prescritti. Ma agli atti del processo – a giudizio del pubblico ministero – c’è quanto basta a infliggere una di quelle pene che di norma si definiscono esemplari. Che arriverebbe – se il verdetto sarà in linea con le richieste dell’accusa – in una fase storica piuttosto critica per la Chiesa, attaccata da dossier su fenomeni di pedofilia in cui i protagonisti invariabili sarebbero sacerdoti. Per il pm Russo il quadro delle prove, le testimonianze raccolte fra i giovani ospiti della comunità nicaraguense non lasciano alcuno spazio ai dubbi sulla colpevolezza di don Dessì. Al contrario: «Si tratta – ha detto con enfasi il magistrato – di prove schiaccianti». Perchè i racconti coincidono, i dettagli delle violenze sono straordinariamente compatibili, ricorrono persino le frasi che il sacerdote di Vllamassargia amava pronunciare nei momenti in cui – per l’accusa – manifestava la parte peggiore di se stesso. Ecco quindi il missionario piu osannato del sudamerica che si presenta indossando un accappatoio rosso, sempre quello. Come se dovesse officiare un rito: i testimoni, ragazzi orfani, indigenti, abbandonati dalle famiglie in una situazione sociale subumana, dicono che don Marco li toccava, faceva cose che possono esere descritte solo in atti giudiziari. Loro provavano a ribellarsi, lui li redarguiva severamente: «Sono io che vi ho creato, voi non siete nulla e dovete fare quello che dico io, sono io che comando». E loro facevano, subivano, poi si confidavano tra di loro in un passaparola drammatico che verrà fuori completamente all’incidente probatorio chiesto dal pubblico ministero: «In una situazione di apertura massima al contradditorio fra le parti – ha detto l’accusa – i ragazzi hanno riferito situazioni al limite del drammatico, quello che hanno subito in quegli incontri e dopo, quando alcuni di loro hanno perso il posto di lavoro. Del clima intimidatorio in cui hanno dovuto vivere sulla scia di quei fatti terribili. E sono racconti che trovano puntuali riscontri quando si va a incrociare le testimonianze». Nella ricostruzione dell’accusa compaiono videocassette dal contenuto compromettente, i 1442 file contenuti nel computer del sacerdote, immagini pedopornografiche scaricate da chissà dove: «Sono tutte immagini di maschi – ha insistito il pubblico ministero – non è stata trovata la foto di una bambina…».

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Immagini pesanti, inquivocabili, compromettenti. Come se questo sant’uomo ricercato, sostenuto e ammirato dalle associazioni umanitarie di mezzo mondo fosse in realtà tutt’altro.

D’accordo, le immagini. Ma sono credibili i sei giovani, oggi adulti, che lo accusano? Oppure ha fondamento la tesi del complotto, nato attorno al tentativo di impadronirsi di una struttura di assistenza diventata col tempo una splendida macchina da soldi? Per il pm sono credibili, lo conferma inoppugnabilmente la sequenza di perizie compiute su di loro, lo confermano gli elementi raccolti nelle fasi che hanno seguito la denuncia delle onlus che poi si costituiranno parte civile nel procedimento. Nelle carte dell’inchiesta c’è abbastanza per agganciare alla realtà la figura di questo prete un giorno Hyde e un giorno Jekyll. Capace di fare del bene e pronto a imporre il male. Come se in quella stessa tonaca convivessero personalità opposte, tenute insieme dall’esigenza di produrre denaro. Perchè quando le cose sembrano precipitare e don Marco Dessì è convinto di avere addosso gli occhi autorevoli del Vaticano ma non ancora quelli della magistratura, il filo delle telefonate intercettate per conto della procura di Parma riconduce invariabilmente a un obbiettivo: salvare il malloppo.

Don Marco parla col suo alter ego di Chinandega Ludwig Vanegas e gli raccomanda di fare qualcosa, di trovare prestanome cui intestare il patrimonio della comunità e di muoversi ad ogni livello per corrompere persone che contano, che possano aiutarlo a levarsi dai guai in cui le circostanze lo stanno facendo precipitare lentamente: «Ci sono agli atti intercettazioni dal contenuto chiarissimo in cui emerge come don Marco Dessì abbia dato disposizioni di pagare fino a trentamila dollari per convincere testimoni di comodo a dargli una mano e perchè chi lo accusava ritrattasse». Non solo: «Il suo collaboratore a Chinandega aveva scritto lettere che altri ragazzi ospiti della comunità avrebbero dovuto firmare per scagionarlo». Qui, in queste conversazioni, emerge il don Dessì che nessuno conosceva. Avido di tutto, compresi i soldi. Nelle telefonate non si parla di abusi sessuali ma il tono dei ragionamenti – ha fatto capire il pubblico ministero – basta e avanza a definire il quadro psicologico del personaggio. Non un semplice missionario ma un imprenditore di dell’assistenza ossessionato da voglie proibite. Non un santo in terra ma un uomo con ogni debolezza terrena. Basta per condannarlo? Per l’accusa basta. E la pena sembra legata all’esigenza di dare un segno chiaro all’esterno: «Il processo penale che riguarda gli abusi sui minori – ha spiegato il pm Russo – serve anche a tutelare i bambini». Una pena di questa portata, se arriverà, è certamente destinata a far discutere.

In apertura di udienza il giudice Spanò ha sentito la testimonianza di Luana Bellotti, una volontaria di Rock no war citata dalla difesa: avrebbe dovuto confermare che il computer di don Dessì, dove si trovavano le immagini pedopornografiche, era in realtà a disposizione di chiunque, nella comunità di Betania. La conferma non è arrivata: la teste ha riferito al giudice di aver visto all’opera, su quella tastiea, soltanto il sacerdote. Il gup ha ammesso la costituzione di parte civile per l’associazione Rock no war e il comune di Correggio, che insieme alla cagliaritana Solidando hanno a suo sempo presentato le prime denunce a Parma.(23 maggio 2007)

http://espresso.repubblica.it/dettaglio-lo…-anni/1619830/6

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