“Il seme del prete è santo, se lo ingoi vai direttamente in paradiso”. Disse il padre al figliolo smarrito che, inginocchiato, eseguiva il rituale. Nel Cile contemporaneo c’è una vergogna che la chiesa locale continua a nascondere. Si tratta di sacerdoti macchiati da crimini – pedofilia, gioco d’azzardo, corruzione e violenze d’ogni sorta – che l’istituzione ecclesiastica preferisce proteggere in isolamento piuttosto che far giudicare da regolari tribunali dello Stato.
Segregati in villette sulla costa cilena, questi preti (e anche alcune suore) vivono staccati dal mondo, in un universo autoreferenziale seguendo regole quotidiane che – in teoria – dovrebbero aiutarli a espiare i peccati. Il talentuoso cineasta cileno Pablo Larraìn si è interessato al fenomeno, concentrando il suo sguardo acuto ne El Club, titolo del suo nuovo lungometraggio nonché modo per indicare lo spazio che raggruppa – rinchiudendoli – quattro abiti talari più una “monaca guardiana” del suo Paese. Con questo splendido film, Larraìn si è conquistato l’Orso d’argento come miglior regia al 65° Festival di Berlino (lo scorso anno, quindi) ed è stato candidato agli ultimi Golden Globe per il film straniero, premio che purtroppo ha perso sul rush finale contro il capolavoro/esordio Il Figlio di Saul.
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