Solo ora il Vaticano certifica pubblicamente gli abusi sessuali di padre Carlos Miguel Buela, anche se sceglie di non cancellare l’opera costruita dal sacerdote argentino morto a Genova nel 2023.
Un caso che, pur con storie e dimensioni differenti, richiama inevitabilmente quello scabroso di Marcial Maciel Degollado e dei Legionari di Cristo: distinguere il fondatore, riconosciuto responsabile di crimini, gravissimi abusi, dal carisma e dalla struttura religiosa nata attorno a lui.
Il Tribunale Penale Speciale di primo grado e quello di Appello hanno raggiunto la «certezza morale» sulla responsabilità di Buela per fatti riconducibili a «un delitto contro il sesto comandamento, commesso con violenza nei confronti di più persone». La decisione conclude due gradi di giudizio ecclesiastico e riguarda accuse avanzate fin dagli anni Duemila da circa venti seminaristi. A rendere pubblica la decisione è stata una nota firmata anche dalla prefetta del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata, suor Simona Brambilla.
Ma è nelle conclusioni del comunicato che si trova la chiave dell’intera operazione. Il Vaticano parla di «ristabilimento della verità» come atto di giustizia verso le vittime, ma contemporaneamente avvia un percorso di «rilettura del carisma» e di «revisione, rinnovamento e purificazione» della spiritualità, della formazione e dell’apostolato dei due istituti. Soprattutto introduce una distinzione decisiva: quella «tra il dono dello Spirito concesso per l’edificazione della Chiesa e i limiti o le condotte personali del Fondatore». In altre parole, Buela viene separato dalla sua creatura. Il fondatore è riconosciuto definitivamente colpevole, ma l’opera può sopravvivergli.
È un’impostazione che riporta alla memoria, fatte salve le profonde differenze tra le due vicende, il precedente dei Legionari di Cristo. Anche allora la Santa Sede, dopo l’accertamento della doppia vita e dei crimini di Marcial Maciel, scelse di non sciogliere la congregazione, ma di sottoporla a un lungo processo di riforma. La questione di fondo era la stessa che riaffiora oggi: fino a che punto è possibile separare un carisma dalla personalità e dai metodi dell’uomo che lo ha generato? E perchè il Vaticano ha agito così in ritardo?
Nel caso Buela l’interrogativo è reso ancora più pesante dalla durata della vicenda. Le accuse contro il sacerdote argentino circolavano da decenni e avevano riguardato anche l’esercizio del potere all’interno dell’istituto. Gli elementi contro Buela non emergono oggi. Erano sufficientemente seri già nel 2009 da arrivare sulla scrivania di Benedetto XVI; nel 2010 determinarono la sua rimozione; nel 2016 la Chiesa argentina rese pubblica la fondatezza delle accuse; dal 2019 l’Istituto fu sottoposto a un nuovo commissariamento; nel 2021 arrivò una sentenza canonica di primo grado. Nel frattempo Buela trasferito a Genova muore nel 2023. E solo adesso la Chiesa sceglie di rendere inequivocabile ciò che conosceva da anni e di porre ufficialmente le vittime davanti alla memoria del fondatore.
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