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Rete L'ABUSO - Associazione sopravvissuti agli abusi sessuali del clero
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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » chiesa » «Ora hai il sigillo dei gesuiti». Le accuse della suora a Rupnik

«Ora hai il sigillo dei gesuiti». Le accuse della suora a Rupnik

Il dito spezzato. La camera chiusa a chiave. La sorella racconta a Domani il lato oscuro del religioso sloveno. Accusato di molestie, alla Santa sede è ancora molto potente e apprezzato. Le ambiguità del papa sul caso

Federica Tourn by Federica Tourn
2 Febbraio 2024
in Cronaca e News
Reading Time: 5 mins read
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«Una volta, mentre eravamo seduti a tavola uno di fronte all’altra, Rupnik mi disse: “Ora vediamo chi è più forte!”. Mi afferrò le mani sul tavolo e, palmo su palmo, cominciò a premere con grande forza. Io gridai che mi faceva male ma lui non smise. Cercai di allontanarmi e lo pregai di fermarsi. Continuò a spingere, piegandomi il dito in modo così violento che il mio indice destro si ruppe. Ero sconvolta dal dolore ma padre Rupnik non si scusò. Rimase calmo e disse: “Ora hai il sigillo permanente della Compagnia di Gesù”. E aggiunse: “L’ho fatto per amore”».

A parlare è Pia (nome di fantasia), entrata a far parte della Comunità di Loyola in Slovenia nel 1990, all’età di 24 anni. Questa scena, che si è svolta quando la ragazza era ancora una novizia della comunità religiosa fondata dall’ex gesuita Marko Rupnik e da Ivanka Hosta, è un’altra testimonianza degli abusi che il famoso artista ha commesso ai danni di diverse religiose e di cui dovrà rispondere in un processo canonico, ora che papa Francesco ha tolto la prescrizione ai fatti avvenuti negli anni ’90.

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Pia racconta a Domani che in quell’occasione Rupnik le impedì di ricevere cure mediche e le proibì di parlare di quello che era successo, e lo stesso fece la superiora Ivanka Hosta. «Rupnik era estremamente arrogante e narcisista. Mi diceva ripetutamente: “Sono il più grande artista e il più grande poeta di questa terra”», ricorda Pia. «Durante il noviziato, abbiamo anche trascorso alcuni mesi a Roma nel 1992 – racconta ancora Pia – Don Rupnik era stato nominato unico direttore spirituale e confessore di tutte le novizie. Io non volevo che fosse il mio confessore ma non avevamo libertà di scelta. Una volta, durante la confessione, chiuse a chiave la stanza del Centro Aletti in cui eravamo e si mise la chiave in tasca. Ero arrabbiata e spaventata e gli dissi che non avevo nulla da dirgli: rimasi in silenzio per così tanto tempo che alla fine mi fece uscire».

A causa della sua resistenza a Rupnik, suor Pia viene ripetutamente sminuita e messa sotto pressione, sia dal gesuita che dalla superiora. Nonostante tutto, prende i voti insieme ad altre sorelle il 1° gennaio 1993; poco tempo dopo, avviene la rottura fra Rupnik e Hosta, ufficialmente per un disaccordo sulla fondazione della Comunità, in realtà perché un’altra religiosa, Gloria Branciani, aveva detto di essere stata ripetutamente abusata da Rupnik (lo abbiamo raccontato qui: . Rimasta sotto la guida di Ivanka Hosta, suor Pia sperimenta ogni sorta di violenze spirituali, compresa un’istigazione al suicidio – «dovevo essere disponibile, obbediente e sottomessa: non potevo più seguire la mia coscienza perché solo lei sapeva quale era la volontà di Dio per me», ricorda Pia – finché, nel marzo 1998, l’allora arcivescovo di Lubiana Franc Rodé accoglie la sua richiesta di uscire dalla comunità.

Il Dicastero per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica ha sciolto la Comunità Loyola lo scorso 20 ottobre «a causa di gravi problemi riguardanti l’esercizio dell’autorità e della convivenza comunitaria». La superiora generale Ivanka Hosta è stata rimossa a giugno di quest’anno dal suo ruolo e, tra le altre cose, le è stato proibito di contattare le ex suore per tre anni.

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Dove è finito nel frattempo don Marko Rupnik? In attesa del processo ecclesiastico, l’ex gesuita sembra avere per il momento rinunciato a comparire in pubblico. Non lo si vede dire messa, nè presenziare a convegni o guidare esercizi spirituali aperti a tutti, anche se continua ad accompagnare gli amici in visita ai suoi mosaici nel Pontificio Seminario Maggiore di Roma e quindi è probabile che graviti sempre intorno al Centro Aletti, nonostante la sua parrocchia sia ora in Slovenia. Il vescovo di Capodistria Jurij Bizjak, infatti l’ha accolto a fine agosto 2023, senza curarsi delle accuse a carico del sacerdote e delle conseguenti restrizioni che gli erano state imposte dalla Compagnia di Gesù. «Il vescovo Bizjak ha emanato il decreto di incardinazione senza consultare nessuno, con l’appoggio del nunzio apostolico in Slovenia Jean-Marie Speich», rivela una fonte interna al clero sloveno. Il nunzio, insiste il sacerdote (che preferisce rimanere anonimo), è un uomo difficile e poco apprezzato dai vescovi (con l’eccezione di Bizjak e di Maksimilijan Matjaž, vescovo di Celje, diocesi suffraganea dell’arcidiosi di Maribor), ed esercita una forte influenza nella chiesa slovena. Una versione dei fatti che pare confermata dall’imbarazzo del presidente della Conferenza episcopale Andrej Saje, che ha preso subito le distanze dalla decisione di monsignor Bizjak con un comunicato ufficiale in cui dichiarava che la conferenza dei vescovi era estranea al processo di incardinazione di Rupnik.

A Zadlog, paese natale di Rupnik, una manciata di case ai piedi delle montagne, nessuno parla volentieri. Don Iztok Mozetič, il parroco del centro più vicino, Črni Vrh, si sottrae imbarazzato alle domande: è preso in mezzo fra il vescovo di Capodistria e la gente del posto, che serra le fila intorno al prodigio locale, il sacerdote che è diventato un artista e un teologo di fama mondiale: «è un grande», commenta un suo ex compagno di scuola incontrato nel bar sulla piazza del paese. Nessuna solidarietà per le religiose che l’hanno denunciato, che vengono liquidate con toni sprezzanti. La sorella di Rupnik, che abita ancora nella casa di famiglia, non rilascia dichiarazioni.

Se è vero che ogni vescovo è sovrano nella propria diocesi, è anche vero che certe decisioni non condivise suonano forzate e non possono che portare scontento. Un altro sacerdote sloveno, che si firma con il nome di Karel Fulgoferski, ha diffuso una lettera aperta in cui denuncia l’ipocrisia che circonda il caso Rupnik. A dispetto della tolleranza zero promessa da papa Francesco, scrive il prete, «nei giorni scorsi i superiori religiosi hanno fatto formazione sulla prevenzione degli abusi nella Chiesa all’ombra dei dipinti di Rupnik». Una gestione ambigua che continuerebbe anche con la decisione di papa Francesco di riaprire il processo al sacerdote: la notizia dell’incardinazione di Rupnik, spiega Fulgoferski, è arrivata come «un’onda d’urto nell’Ufficio Comunicazioni del Vaticano», e l’improvviso voltafaccia di Francesco su Rupnik sarebbe quindi «solo una manovra per salvare un’immagine pubblica del papa gravemente appannata». Per inciso, ricordiamo che nella Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede lavora come direttrice della Direzione Teologico-Pastorale Nataša Govekar, che fa parte dell’équipe del Centro Aletti ed è fra le fedelissime di Rupnik. Il papa stesso, durante l’udienza ai vaticanisti del 22 gennaio, ha ringraziato i giornalisti presenti per «la delicatezza» con cui trattano il tema degli abusi: «un silenzio quasi “vergognoso”», ha sottolineato Francesco. Parole che suonano come una richiesta a essere indulgenti nel trattare un problema che per la Chiesa sta diventando sempre più scottante.

Almeno sul fronte dei mosaici del Centro Aletti, però, qualcosa si muove. Jean-Marc Grand, parroco di Saint Joseph-Saint Martin aTroyes, in Francia, ha deciso, dopo un processo di discernimento con testimoni e vittime di abusi, di rimuovere un trittico di Rupnik, realizzato e installato nella cappella del presbiterio nel 1994 «senza consultare la comunità», come si legge in una nota della parrocchia. È la prima volta che si decide di togliere un’opera di Rupnik da una chiesa: un caso che può diventare un precedente per tutte le commissioni che stanno valutando cosa fare dei mosaici del discusso artista.

In Vaticano, intanto, tutto tace. Non c’è dubbio, però, che a Roma l’ex gesuita conservi ancora potere e appoggi: il 10 gennaio è stato diffuso in rete un video della Cei in cui don Fabio Rosini, direttore dell’Ufficio diocesano per la pastorale delle vocazioni della diocesi di Roma, tiene la sua relazione sullo sfondo del Pontificio Seminario Maggiore, con lunghe panoramiche dei mosaici del suo maestro e mentore Marko Rupnik. È sempre Rosini che, nel pieno delle rivelazioni sugli abusi, aveva pubblicato un libro con in copertina un’opera di Rupnik, a condurre questa settimana gli esercizi ignaziani del Centro Aletti a Santa Severa.

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https://www.editorialedomani.it/fatti/ora-hai-il-sigillo-dei-gesuiti-le-accuse-della-suora-a-rupnik-poymrt8e

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Federica Tourn

Federica Tourn

Federica Tourn è giornalista professionista; come freelance si è occupata soprattutto di migranti, religioni, diritti umani, mafie, femminismo. Ha scritto reportage da diversi paesi, dalla Siria al Libano, dalla Bosnia all’Ucraina; ha collaborato fra gli altri con Diario, D Repubblica, Il Manifesto, Left, Rolling Stone, Vanity Fair, Marie Claire, Famiglia Cristiana, Pagina99, Eastwest, FQ Millennium, Huffington Post UK, Geographical. Insieme ad altre donne, nel 2007 ha pubblicato per l’editrice Claudiana La Parola e le pratiche. Donne protestanti e femminismi e nel 2020 per le edizioni Aut Aut ha scritto Rovesciare il mondo. I movimenti delle donne e la politica. Su Jesus cura le rubriche “Ecumene” e “Le Straniere”. Per Domani dal 2022 si occupa dell’inchiesta sulla violenza nella Chiesa cattolica. Nel 2020 ha vinto la prima edizione del  “Piazza Grande Religion Journalism Award”, organizzato dall’Iarj, l’Associazione internazionale di giornalisti religiosi, e nel 2023 la seconda edizione del Premio Mimmo Cándito-Per un giornalismo a testa alta.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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