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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Educazione sessuale a scuola, perché in Italia non si fa? In molti altri Paesi è nei programmi: ecco gli effetti

Educazione sessuale a scuola, perché in Italia non si fa? In molti altri Paesi è nei programmi: ecco gli effetti

In Europa ben 10 nazioni su 25 sviluppano programmi di educazione affettiva e sessuale integrata negli insegnamenti scolastici. L’Italia non è tra questi. Ecco quali sono i benefici di chi la pratica

Redazione WebNews by Redazione WebNews
24 Novembre 2023
in Cronaca e News
Reading Time: 4 mins read
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Non solo la grammatica delle lingue. Alla scuola italiana si chiede sempre più spesso di insegnare le grammatiche della vita, soprattutto sull’onda emotiva dei fatti di cronaca nera che coinvolgono i nostri giovani. Negli ultimi mesi i fatti di sangue o di violenza che hanno sconvolto l’Italia – da Casalpalocco a Caivano, passando per Palermo, fino a Vigonovo – hanno spesso invocato come risposta la necessità di preparare le ragazze e i ragazzi prima che le tragedie avvengano. E per quanto concerne l’educazione all’affettività e alla sessualità, probabilmente avrebbe un gran senso smettere di parlarne e iniziare a farlo.

Qualcuno, su questo piano, si è già portato avanti. Come segnala una ricognizione su questa delicata tematica, effettuata da Skuola.net, In alcuni Paesi i programmi di educazione all’affettività e alla sessualità, integrati nei percorsi educativi formali, sono attivi da decenni. Dando la possibile anche valutarne gli effetti. Solo per restare nei confini europei, in Svezia l’educazione sessuale è diventata materia obbligatoria, integrata nei corsi curriculari delle scuole fin dal 1955. In Germania ciò è avvenuto nel 1968, mentre in Francia è diventata legge dal 2001.

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L’Italia, purtroppo, non fa parte di questo club e, anche se non è una consolazione, non siamo soli. Secondo un recente rapporto UNESCO, su 25 paesi europei presi in esame solo 10 possono vantare un programma di Comprehensive Sexuality Education (CSE) curricolare a scuola, ossia percorsi di educazione affettiva sessuale che non si limitino solo a raccontare come funzionano gli apparati riproduttivi e come evitare gravidanze indesiderate o malattie sessualmente trasmissibili. Al contrario, sviluppano il tema con un approccio olistico che comprende l’educazione alle emozioni, alle relazioni, al rispetto e al consenso.

Insomma, l’Educazione sessuale ‘completa’ ha l’obiettivo di fornire un insegnamento trasversale e unitario incentrato sugli aspetti cognitivi, emozionali, fisici e sociali della sessualità, facendo leva sulle materie dei curricula scolastici e non restando solo come insegnamento a sé stante.

E, nelle nazioni dove questo avviene, ci sono delle evidenze scientifiche che dimostrano un netto miglioramento della situazione. Più i giovani sono informati sulla loro sessualità, sulla salute sessuale e sui loro diritti, più non hanno l’ansia, ad esempio, della “prima volta il prima possibile” ma al contrario tendono ad attendere il momento giusto e a praticare sesso in sicurezza. Inoltre, parlando della pubertà prima che essa inizi e accompagnando questo periodo di cambiamenti con insegnamenti su argomenti come il rispetto e il consenso, si riduce significativamente il rischio di violenza, di sfruttamento e di abusi sessuali.

Chiaramente questi risultati arrivano solo lavorando in un certo modo, ovvero seguendo delle buone pratiche. Che già sono state codificate nelle linee guida delle Nazioni Unite. Queste ultime raccomandano che tali programmi siano appunto “comprensivi”, scientificamente accurati e basati su un programma ben definito. Vietato, dunque, il fai da te o la superficialità, ma soprattutto l’improvvisazione. Come spesso accade alle nostre latitudini.

Le linee guida dell’ONU consigliano, piuttosto, la pianificazione: la CSE dovrebbe iniziare fin dalle scuole elementari e proseguire per tutta la vita, considerando però che parlare di affettività e sessualità a un bambino è diverso rispetto a farlo con un adolescente in pre-pubertà o con uno nel pieno delle tempeste ormonali. In questo senso, i primi a iniziare sono i Paesi Bassi, dove l’accesso all’educazione sessuale scolastica avviene addirittura a 4 anni.

Ritornando alla geografia dell’educazione all’affettività e alla sessualità, come detto, l’Italia non è il solo paese a non avere una normativa e un piano nazionale, almeno fino ad oggi: su 50 nazioni analizzate nell’ultimo report UNESCO, solo il 20% degli Stati ha uno schema legislativo dedicato all’educazione sessuale e solo il 39% ha adottato iniziative specifiche al riguardo.

L’UNESCO, sempre nello stesso report, sottolinea poi l’importanza del diritto all’educazione affettiva e sessuale non solo in quanto diritto alla salute, ma anche al fine di realizzare il pieno rispetto dei diritti umani e favorire l’uguaglianza di genere, essendo questi parte degli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’ONU.

Un diritto che, peraltro, gli studenti italiani sarebbero ben contenti di poter esercitare: secondo l’Osservatorio “Giovani Sessualità”, svolto da Durex in collaborazione con Skuola.net – una delle poche attività di ricerca con cadenza annuale esistenti in Italia sul tema – il 93,7% degli intervistati crede che l’educazione alla sessualità e all’affettività dovrebbe essere offerta come materia nel curriculum scolastico. Cosa che oggi avviene solo “occasionalmente”.

«Le scuole italiane godono di una certa autonomia che consente loro di sviluppare programmi di educazione all’affettività e alla sessualità per potenziare la loro offerta formativa – ricorda Daniele Grassucci, direttore di Skuola.net – e non sono pochi gli istituti che si avvalgono di questa facoltà per curare anche quest’aspetto dell’educazione dei propri alunni. Tuttavia, stando a quanto riportano gli studenti, grossomodo una metà di loro arriva alla fine del proprio percorso scolastico senza aver mai ricevuto un’istruzione formale in questo ambito. E anche quando la riceve, spesso si sostanzia in interventi tardivi, visto che molte cose sono già state apprese, magari male, da altre fonti. In una società in cui i ragazzi e le ragazze sono costantemente e precocemente esposti a contenuti sessualmente espliciti ed impliciti fin da quando sono bambini, non possiamo più permetterci di lasciare il campo libero all’improvvisazione e al caso».

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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