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Monaco di Baviera: in arrivo il rapporto sugli abusi. Ratzinger nella bufera

ludovica.eugenio by ludovica.eugenio
16 Gennaio 2022
in World
Reading Time: 6 mins read
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Ludovica Eugenio 40929 MONACO-ADISTA. Joseph Ratzinger, quando era vescovo di Monaco, non sapeva nulla del caso del prete pedofilo Peter H., attivo nella sua diocesi, quindi non è responsabile: lo afferma il suo segretario personale, mons. Georg Gänswein. Ma secondo gli esiti di un’inchiesta del settimanale tedesco Die Zeit (2/2022) la verità è un’altra: Ratzinger sapeva eccome, ma non ha fatto nulla. E poco o nulla hanno fatto i suoi successori a Monaco, compreso il card. Reinhard Marx: la parola definitiva verrà dalla ormai prossima pubblicazione (prevista per il 20 gennaio) dei risultati di un’indagine indipendente dello studio legale di Monaco Westpfahl Spilker Wastl, svolta con lo scopo di chiarire se gli arcivescovi di Monaco e Freising e i loro dipendenti tra il 1945 e il 2019 abbiano insabbiato casi di abusi sessuali, permettendo che gli autori continuassero indisturbati o trattato le vittime in modo non adeguato. L’indagine, voluta dall’attuale arcivescovo di Monaco card. Reinhard Marx, riguarda ovviamente anche quest’ultimo, così come il suo predecessore, il card. Friedrich Wetter, e il predecessore di questi, Joseph Ratzinger, a capo della diocesi dal 1977 al 1982. D’altronde, Marx nel giugno scorso aveva dato le dimissioni da vescovo – poi rifiutate da papa Francesco (v. Adista online, 4/6/21) – perché sapeva di non essere stato impeccabile nella gestione dei casi di abuso: intendeva «assumersi la corresponsabilità relativa alla catastrofe dell’abuso sessuale perpetrato dai rappresentanti della Chiesa negli ultimi decenni». Le indagini e le perizie degli ultimi dieci anni, dichiarava, «mi dimostrano costantemente che ci sono stati sia dei fallimenti a livello personale sia errori amministrativi, ma anche un fallimento istituzionale e “sistematico” ». Tutto sembrerebbe dargli ragione, e non è affatto escluso, come egli stesso ha anticipato accettando di continuare il suo mandato, che in futuro, non potendo più «svolgere questo servizio», possa decidere «per il bene della Chiesa e di presentare nuovamente le mie dimissioni» (v. Adista online 25/7/21). A giudicare dalle anticipazioni nell’inchiesta di Die Zeit, si sta preparando il prossimo terremoto nella Chiesa tedesca.

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Il caso Peter H. e le responsabilità della gerarchia

In questo contesto, il caso del prete Peter H. è di particolare rilevanza: costui, tra il 1973 e il 1996, come giovane cappellano e poi parroco nella zona della Ruhr, ha abusato di almeno 23 ragazzi dagli 8 ai 16 anni; godeva di particolare credito e fiducia, e la gerarchia non ha fatto nulla per fermarlo.

Die Zeit racconta come la Chiesa abbia condotto un suo procedimento penale amministrativo nei suoi confronti del prete, conclusosi con un “decreto extragiudiziale” di 43 pagine del tribunale ecclesiastico dell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga, emesso il 9 maggio 2016 e firmato dal capo del tribunale ecclesiastico di Monaco, Lorenz Wolf. Peter H. fu condannato a pagare una somma alla fondazione per bambini Tabaluga. Gli fu risparmiata la pena massima, il “licenziamento” dal clero.

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Il documento del tribunale afferma che vescovi e vicari generali a Monaco ed Essen – diocesi originaria del prete – non sono stati all’altezza della loro «responsabilità verso i bambini e i giovani affidati alla loro cura pastorale». Il nome di Ratzinger viene fuori più volte, poiché durante il suo mandato come arcivescovo, Peter H. si trasferì da Essen nell’arcidiocesi di Monaco, dove abusò di nuovo di ragazzi. Dal decreto si evince che pur essendo l’allora arcivescovo e cardinale Joseph Ratzinger e il suo Consiglio episcopale a conoscenza della situazione relativa all’ammissione a Monaco di Peter H, non fu avviata da Ratzinger né dal suo successore un’indagine preliminare, e nemmeno un procedimento penale ecclesiastico. Ma Gänswein, alla domanda di Die Zeit se Ratzinger fosse a conoscenza del caso, risponde: «L’affermazione che fosse a conoscenza dei precedenti (accuse di violenza sessuale) al momento in cui è stata presa la decisione di ammettere il sacerdote H. è falsa. Non era a conoscenza del suo background». Il che, se fosse vero, sarebbe comunque grave. Ma alla domanda se Ratzinger non abbia fatto nulla dopo l’ingresso in diocesi di Peter H., nel 1980, Gänswein non risponde. Eppure, quando nel 1982 divenne prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Ratzinger, che doveva ormai essere a conoscenza del caso, non fece nulla e non chiese nulla al suo successore. Insomma: se Ratzinger non aveva denunciato il caso a Roma da Monaco, avrebbe dovuto almeno richiederlo da Roma a Monaco.

Peter H. fu inviato da Essen a Monaco nel 1980 con una diagnosi di “Disturbo narcisistico di base con pedofilia ed esibizionismo”. Venne assegnato a una scuola femminile, su consiglio dei superiori, dal Consiglio episcopale. Nel 1982 venne spostato a Grafing e salutato con grandi elogi per aver «triplicato il numero dei chierichetti in due anni». Anche nella nuova destinazione compì abusi, ma venne sostenuto dal successore di Ratzinger, Wetter, e dal suo vicario generale Gruber, che con un’espressione contorta affermo che «senza pubblicità particolare, il suo riutilizzo altrove non è assolutamente impossibile». Ciononostante, nel 1986 H. fu dichiarato colpevole di aver abusato di undici ragazzi di età compresa tra 13 e 16 anni. Il tribunale distrettuale di Ebersberg lo condannò a 18 mesi di libertà vigilata e a una multa di 4.000 marchi tedeschi. Una settimana dopo, il cardinale Wetter e il vicario generale Gruber decisero di reintegrarlo: nel 1987 è viceparroco nel paesino di Garching an der Alz, dovrà continuerà a vivere per i successivi 21 anni. Nuove accuse di abusi arrivano nel 2006 da un ex chierichetto abusato 30 anni prima, Wilfried Fesselmann, ma solo nel 2010 emerge che gli atti per cui è accusato, prescritti dal diritto penale, sono ancora perseguibili dal diritto canonico. Peter H. rilascia una confessione parziale; nel frattempo, Monaco ha dal 2008 un nuovo arcivescovo: Reinhard Marx.

Il sacerdote venne nuovamente esaminato da uno psichiatra dalla fama piuttosto controversa, Friedemann Pfäfflin, secondo il quale H. non era un pedofilo, ma un efebofilo che dopo il 1986 non aveva più avuto ricadute: un errore, come poi si scopre. Il decreto di Wolf afferma: «In conclusione, l’esperto non vede restrizioni necessarie per quanto riguarda l’ulteriore utilizzo del pastore H. nel servizio ecclesiastico».

Salvate papa Ratzinger

Nel 2008 l’arcidiocesi era dunque pienamente a conoscenza della confessione parziale di H., ma invece di applicare il diritto canonico e avviare un’indagine, Marx trasferisce il prete nella cittadina bavarese di Bad Tölz: è il terzo cardinale a non fermarlo. Nel 2010, quando lo scandalo degli abusi sessuali perpetrati dal clero esplode in Germania in tutta la portata, la Congregazione per la Dottrina della Fede – guidata dal prefetto card. Gerhard Ludwig Müller – incarica Marx di «indagare scrupolosamente» le accuse contro H. Prende dunque l’avvio un’indagine preliminare canonica, ma l’investigatore, scrupolosamente, evita di andare a fondo: Wolf in seguito espresse il sospetto, nel decreto del 2016, che ci fosse stata «una notevole pressione politico-ecclesiale» sulle indagini. Nel 2010, l’arcidiocesi incaricò per la prima volta lo studio legale Westpfahl Spilker Wastl di condurre un’inchiesta, i cui dati furono sintetizzati sulla stampa in forma anonima. Responsabile, in quel momento, era già un nuovo vicario generale, Peter Beer, ora professore a Roma presso il Centro per la protezione dell’infanzia della Pontificia Università Gregoriana. E mentre Marx chiedeva alla Chiesa pentimento, purificazione e rinnovamento, a Essen, formalmente ancora la diocesi natale di Peter H., sin dal suo insediamento nel 2009 il vescovo Franz-Josef Overbeck ha cercato di affrontare i casi di abusi in modo responsabile. È lui che finalmente ordina l’allontanamento temporaneo di H., l’11 marzo 2010; nel 2012, insieme a Marx, raccomandò alla Congregazione per la Dottrina della Fede di rimuovere Peter H. dal sacerdozio. Ma anche qui, senza totale trasparenza: con un semplice atto amministrativo, senza alcun procedimento di diritto canonico. Perché? Perché il caso H. era una bomba a orologeria per Ratzinger, allora papa: lo scriveva candidamente Marx l’8 novembre 2012 in una nota di cui Die Zeit è entrata in possesso. Il caso, affermava Marx, «ha suscitato scalpore mondiale nei media perché si sospettava che l’allora arcivescovo di Monaco e Frisinga, oggi papa Benedetto XVI, avesse almeno condiviso la responsabilità della sua gestione». E «sebbene queste accuse siano state invalidate, c’è da aspettarsi che vengano riprese in caso di procedimento penale da parte della Chiesa». In sostanza: facciamola breve, in modo tale che sulla responsabilità di Ratzinger cali il silenzio.

Il card. Müller rifiutò la scorciatoia proposta dai due vescovi tedeschi, scegliendo un’altra strada che tuttavia aveva la stessa finalità: l’arcidiocesi di Monaco, disse, deve condurre «procedimenti extragiudiziali con mezzi amministrativi». Ossia, senza sentire testimoni.

La procedura arrivò sulla scrivania di Lorenz Wolf, che nel febbraio 2015 iniziò a lavorarci. Il 9 maggio 2016 il decreto è pronto. Soddisfatta anche la Congregazione per la Dottrina della Fede: «Il caso è chiuso e sarà archiviato», scrisse Müller il 10 aprile 2017 in una lettera a Marx contrassegnata come “strettamente confidenziale”. Il decreto non sarà pubblicato.

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La dimostrazione del fallimento

Die Zeit ha sottoposto il decreto a due professori di diritto canonico, Norbert Lüdecke di Bonn e Bernhard Anuth di Tubinga. La loro valutazione è che esso sia stato elaborato «con cura in termini di diritto canonico. Ma in questa veste formale rappresenta anche di più, ovvero la documentazione del palese fallimento di diversi vescovi nel trattare gli atti di abuso». E Benedetto? Le sue azioni non mostrano un senso di responsabilità commisurato alla dignità dell’episcopato: «Nessun buon pastore si comporta così», dice Anuth.

Nell’attesa della pubblicazione del rapporto Westpfahl Spilker Wastl, resta la domanda se Wolf sia stato indulgente con Peter H., recidivo e dunque meritevole della pena più grave, la dimissione dallo stato clericale. Sta di fatto che nel frattempo, l’anno scorso, il prete pedofilo ha dovuto lasciare Monaco ed è tornato nella zona della Ruhr. 74enne, ora viene regolarmente visitato da un sessuologo, uno psicoterapeuta, un assistente sociale e uno psicologo pastorale; «Si dice che raramente osi uscire per strada», scrive Die Zeit. Ma a pochi chilometri dalla casa di Peter H., l’ex chierichetto Wilfried Fesselmann ha un solo desiderio: «Suonare il campanello di H. e affrontarlo».

https://www.adista.it/articolo/67361

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Ludovica Eugenio, laureata in Storia delle origini cristiane, giornalista e traduttrice, nata nel 1966 a Torino, dal 1990 è direttore del settimanale di informazione religiosa Adista, presso la quale si occupa soprattutto della Chiesa di area anglofona e germanofona.

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

No thanks, I’m not interested.