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il Portale della Rete L'ABUSO - Home » abusi sessuali » Vaticano, parlano tre ex chierichetti: “Il Preseminario ambiente malsano, continue le avances e le battute a sfondo sessuale”

Vaticano, parlano tre ex chierichetti: “Il Preseminario ambiente malsano, continue le avances e le battute a sfondo sessuale”

Redazione WebNews by Redazione WebNews
24 Febbraio 2021
in Città del Vaticano
Reading Time: 5 mins read
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Quinta udienza del processo per gli abusi nel San Pio X. Chiamati quattro testimoni: «Il cardinale Comastri informato ma bollò tutto come falsità». Domani convocato il vescovo di Como

CITTA’ DEL VATICANO. «Un ambiente malsano» dove rivalità e divisioni, tra gli allievi e tra gli stessi superiori, si intrecciano a palpeggiamenti, avances, pressioni psicologiche, battutine pesanti sull’aspetto fisico o a sfondo omosessuale, sfociati pure in presunti abusi di potere e aggressioni sessuali. I quattro testimoni chiamati questa mattina nell’aula del Tribunale vaticano per il cosiddetto “Processo dei chierichetti” sono tutti concordi nel descrivere il caos all’interno al Preseminario San Pio X, tanto da spingere ad una seria riflessione sull’esistenza stessa di questa istituzione voluta da Pio XII nel 1956 ma che oggi appare anacronistica e problematica.

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Tre ex allievi e un sacerdote della Basilica di San Pietro sono stati chiamati dal Promotore di Giustizia a testimoniare in questa quinta udienza, durata oltre tre ore e mezza e presieduta dal presidente Giuseppe Pignatone, che vede al banco degli imputati il giovane sacerdote Gabriele Martinelli, accusato di abusi, e l’ex rettore don Enrico Radice, accusato di mancata vigilanza e negligenza. Domani toccherà testimoniare al vescovo di Como, monsignor Oscar Cantoni, diocesi in cui risiede l’Opera Don Folci, alla cui gestione è affidato il Preseminario. Mentre il vescovo emerito, Diego Coletti, convocato anche lui come testimone, non sarà presente per gravi problemi di salute («decadimento cognitivo e diabete alto») per i quali ha presentato un certificato medico.

Il primo ad essere ascoltato oggi è stato Andrea Spinato, ex allievo del Preseminario dal 2000 al 2008. Molto sicuro nell’atteggiamento ma debole nell’interrogatorio, ha parlato di un «ruolo dominante» di Gabriele Martinelli che esplicava soprattutto nel coordinamento delle attività come i turni alle liturgie in Basilica. Un «premio» per i tanti ragazzini che vivevano questo periodo di discernimento. Martinelli andava con un foglio e diceva: «Tu fai questo, tu fai quello». Il suo non era un incarico istituzionalizzato ma un ruolo che il ragazzo, allora 16enne, svolgeva in virtù dell’enorme «fiducia» accordatagli dal rettore Radice.

Di Martinelli, ha detto Spinato, era «una cosa percepita e manifesta» che avesse «atteggiamenti omosessuali», tanto da fargli valere il soprannome de «la Madre», una sorta di badessa di tutti i preseminaristi (mentre in Basilica veniva appellato il «comandino» per il suo modo di organizzare tutto, anche le candele da utilizzare a messa). Frecciatine del genere erano all’ordine del giorno nel Palazzo San Carlo: «Le battute a sfondo omosessuale erano frequenti, come pure i nomignoli declinati al femminile», anche riferiti a cardinali e vescovi di Curia per alludere al loro orientamento sessuale, ha spiegato Alessandro Flaminio Ottaviani, entrato da universitario a 23 anni nel San Pio X e autore per propria iniziativa della prima lettera anonima sui fatti del Preseminario, inviata anche al Papa.

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Ognuno dei ragazzi aveva un soprannome e riceveva sfottò per l’aspetto fisico, la provenienza o addirittura il lavoro dei genitori. Qualcuno la prendeva sul ridere, molti vivevano la situazione con angoscia. Come Christian Gilles Donghi, uno dei testimoni di oggi, che ha vissuto un solo mese (dal 17 giugno a fine luglio 2009) nel Preseminario ma che ne parla come di un’«esperienza logorante». «Il pettegolezzo era molto acceso. Sono stato schernito anch’io… Mio papà è andato via di casa quando avevo 9 anni, mi ha cresciuto mia mamma, ho atteggiamenti effeminati ma non sono omosessuale».

Al di là delle bravate e di una certa licenziosità verbale, pesanti ma comunque tipiche dell’età adolescenziale, il problema nel San Pio X sono gli abusi sessuali per cui è in corso il processo in Vaticano. Sembra infatti che Martinelli fosse solito palpare nelle parti intime alcuni ragazzi: «toccamenti», li hanno definiti in aula i testimoni, nessuno dei quali afferma di aver assistito a rapporti sessuali ma solo di averne sentito parlare. Uno su tre ammette di aver visto con i suoi occhi l’allora “tutor” afferrare i genitali di un altro ex allievo, Andrea Garzola, chiamato oggi a testimoniare ma assente. Verso di lui pare che Martinelli provasse forte attrazione: «Era una nuova preda». Ottaviani racconta di aver sentito un pomeriggio schiamazzi dalla stanza di Garzola e, affacciandosi, ha visto Martinelli rincorrere il ragazzo e altri due: «Alla fine del gioco ha afferrato Garzola nelle parti intime». Una «richiesta implicita di rapporto sessuale» che Garzola avrebbe rifiutato. «Da allora è caduto in disgrazia, emarginato, pressato psicologicamente» al punto da abbandonare il San Pio X.

Ma Gabriele Martinelli aveva tutto questo potere? «Sì», è stato il responso unanime: «Aveva un ruolo di vertice», tanto da bypassare anche l’allora vice rettore don Ambrogio Marinoni e don Marco Granoli, il padre spirituale deceduto nel 2020. Entrambi erano «messi un po’ da parte» dal rettore Radice, il quale era «sfuggente»: «Difficile parlare con lui se non tramite battute, faceva comunque orecchie da mercante. Denunciare a lui Martinelli sarebbe stato un autogol, era il suo protetto».

Nel corso dei colloqui più volte è stato nominato il cardinale Angelo Comastri, recentemente pensionato, che come vicario per la Città del Vaticano aveva una responsabilità diretta sul Preseminario. I testi hanno assicurato che Comastri fosse stato avvertito di alcune «voci» che circolavano all’interno del San Pio X, anzitutto da Kamil Jarzembowski, il giovane polacco entrato nel 2009 nel Preseminario e dallo stesso allontanato (dopo essere fuggito in Veneto da Garzola). «Ho visto uscire Kamil dallo studio di Comastri», ha confermato Ottaviani. Sembra che però il cardinale abbia bollato queste voci come «falsità» e si sia opposto anche alla decisione di rimuovere Radice come rettore presa dall’allora vescovo di Como Coletti e dal vicario giudiziale don Andrea Stabellini, al quale era stata affidata un’indagine dopo che in diocesi erano pervenute lettere per segnalare «fatti gravi».

A rivelare quest’ultimo dettaglio è stato Donghi spiegando, tra contraddizioni e vuoti di memoria, che il vicario Stabellini lo aveva informato di un viaggio a Roma per approfondire l’indagine. Cosa che ha suscitato le proteste di alcuni avvocati che hanno definito ingiustificabile che un seminarista fosse a conoscenza dei particolari di un’inchiesta. Lo stesso Donghi, che affermava di non aver mai contattato Martinelli dopo l’uscita dal Preseminario, è stato contraddetto dall’avvocato Rita Laura Baffioni che ha mostrato un messaggio del 2017 inviato su Messenger in cui dava sostegno a Martinelli: «Sono vicino nella preghiera per quanti calunniati dalla istituzione», scriveva. Lo screen shot è stato acquisito agli atti.

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Ultimo a testimoniare è stato padre Pierre Paul, maestro del coro della Cappella Giulia e sacerdote della Basilica di San Pietro. Il religioso canadese 63enne ha riferito di aver ricevuto in passato le confidenze di L.G., anche se il giovane «non ha mai detto esplicitamente cosa non andasse. Si capiva però che erano problemi della sfera affettivo-sessuale». Anche monsignor Vittorio Lanzani, vice di Comastri alla Fabbrica di San Pietro, «sapeva di L.G. e di Kamil». Lo stesso Lanzani che, quando padre Paul aveva coinvolto L.G. nel coro per assicurargli un piccolo guadagno visto che aveva problemi economici (era previsto un gettone di presenza di 20 euro), chiamò il sacerdote per dirgli che L.G. non doveva più partecipare: «Lo sai come sono quelli del Preseminario, per ora fai così», disse.

Padre Pierre Paul ha detto che si sarebbe voluto recare alla Congregazione della Dottrina della Fede per denunciare, ma lo aveva frenato lo stesso L.G. dicendo di voler «mettere una pietra sopra» a tutta la storia. Il religioso, tuttavia, nel 2017 ha fatto una segnalazione alla Commissione per la Tutela dei minori: «L’ho fatto lo stesso perché penso che un sacerdote che sa qualcosa e non parla diventa complice».

https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2021/02/24/news/vaticano-parlano-tre-ex-chierichetti-il-preseminario-ambiente-malsano-continue-le-avance-e-le-battute-a-sfondo-sessuale-1.39949326

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La Rete si è impegnata al compimento di “Spotlight on Italian survivors” coniugando il lavoro enorme occorso alla necessità di tentare di colmare un vuoto insopportabile nel nostro Paese, di cui pare non esserci realistica percezione: la pericolosità incombente sulla vita dei bambini e delle bambine commisurato alla vastità del fenomeno italiano, ma che non riguarda solo il perimetro di influenza della chiesa-istituzione.

Questo contributo ha come scopo principale quello di puntare un cono di luce, deciso e abbagliante, sulla carenza della tutela preventiva e protettiva, che deve essere concreta ed urgente verso i minori e le persone poste in posizione di vulnerabilità.

Ciò va inteso senza limitazione di genere, o inclinazione sessuale, riguarda tutti, nessuno escluso.

Senza allarmismi, riguarda i genitori che ignari delle insidie di cui sono ancora intrisi gli spazi parrocchiali e di vita comunitaria vi affidano i propri figli. Spazi da non potersi realisticamente reputare protettivi e, teniamo a sottolineare, non limitabili alle responsabilità di prevenzione e contrasto imputabile alla sola chiesa cattolica.

Tuttavia seppur convinti che i predatori sessuali, sono tutti uguali, con o senza abito talare, occorre prendere atto che lo stato delle cose non impedisce loro né di colpire, né di ripetere il crimine.

E’ altrettanto importante evidenziare che “Spotlight on Italian survivors” così come ogni attività posta in essere dall’Associazione, trattando o rimandando ad inchieste giudiziarie, a procedimenti penali non ancora conclusi, induce a ritenere innocenti tutte le persone citate a vario titolo – consacrate e non -  seppur condannate nei primi gradi di giudizio.

Nel nostro ordinamento, infatti, la presunzione di innocenza copre l’intera vicenda processuale.

E questo principio facciamo nostro.

               Il direttivo della Rete l’Abuso

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