La prefazione di Federico Tulli – FRANCESCO ZANARDI – “Parole, opere e omissioni di un dramma tutto italiano” – Biografia

di Federico Tulli

Entro in punta di piedi in questo libro che narra la vita vissuta fin qui da Francesco Zanardi. Mi ha chiesto lui di scrivere qualche riga e pur non avendo mai avuto particolari problemi davanti al foglio bianco confesso che non è affatto facile. Forse per l’amicizia che ci lega o forse perché so che la sua vita non è stata affatto facile. Ma ci provo, indosso i panni del giornalista e ci provo.

Ho scoperto solo di recente che lui non si ricordava quando ci siamo conosciuti. Io non posso dimenticarlo. È accaduto tre giorni dopo l’uscita del mio primo libro sulla pedofilia di matrice ecclesiastica. Era la sera del 31 ottobre 2010. Quel giorno a Roma, nei giardini di Castel sant’Angelo di fronte a via della Conciliazione si è svolta una storica manifestazione internazionale organizzata da Survivors voice Europe per “ricordare” a Benedetto XVI le promesse che aveva fatto e non aveva mantenuto riguardo azioni concrete di prevenzione della pedofilia all’interno del clero e di giustizia per le vittime, anzi, per i survivors, i sopravvissuti. Così infatti si definiscono essendo sopravvissuti a quello che è stato a tutti gli effetti un tentativo (che spesso purtroppo riesce) di omicidio psichico e fisico nei loro confronti da parte dell’adulto violentatore.

Come spesso mi sarebbe accaduto negli anni successivi in situazioni pubbliche di questo tipo quella sera io ero uno dei pochissimi giornalisti italiani presenti in mezzo a un battaglione di reporter e televisioni straniere. Tra i manifestanti c’era anche Francesco, scambiammo qualche parola tra un’intervista e l’altra che rilasciò a non so quanti media. Anche lui è un sopravvissuto e la trama che si sviluppa in questo libro ricostruisce a cosa sia sopravvissuto e come. Scoprirete così  – ma sono sicuro che molti di voi lo sapevano già – che Zanardi non si è limitato a portare avanti la propria battaglia personale per ottenere giustizia ma mettendo a disposizione di altri sopravvissuti, a decine, a centinaia, la propria forza e una perseveranza inusuale per tentare tutti insieme di scardinare il muro dell’omertà, della complicità, dell’indifferenza, dell’anaffettività innalzato lucidamente dalle gerarchie vaticane responsabili degli insabbiamenti dei casi di pedofilia e della tutela sistematica dei preti violentatori. Penso di poter dire che se una breccia in questi dieci anni si è aperta – e lo possiamo riscontrare ad esempio nella recente eliminazione del segreto pontificio sui crimini pedofili da parte di papa Bergoglio – parte del merito sia anche di Zanardi e della Rete l’Abuso da lui fondata nella sua Savona e successivamente collegata a un network internazionale delle associazioni che si occupano delle battaglie per la giustizia e la tutela dei diritti dei sopravvissuti.

Chiarisco subito che sarebbe riduttivo pensare che la lotta di Francesco Zanardi sia volta solamente contro “l’inerzia” delle autorità ecclesiastiche e sarebbe sbagliato pensare che lui sia spinto dall’odio e cerchi vendetta per quello che ha subito. In Francesco non c’è odio cieco ma una legittima, umanissima e profonda indignazione, c’è sdegno per l’ipocrisia, c’è disprezzo per la mentalità criminale di chi protegge i pedofili. Uno dei punti di forza del suo impegno civile – forse il più importante perché inattaccabile – sta nell’aver compreso che il vero “nemico” da combattere risiede nel pensiero religioso che ancora oggi nega la violenza subita dal bambino. Quel pensiero cioè che confonde un reato (violentissimo contro la persona) con il peccato. Sappiamo infatti che la pedofilia, o meglio, lo stupro di un bimbo prepubere altro non è che l’annullamento della realtà umana del bambino. Tuttavia anche nella Chiesa di papa Francesco l’abuso, cioè «l’atto sessuale di un chierico con un minore», è ritenuto ancora un delitto contro la morale, un’offesa a Dio, in violazione del sesto comandamento, e non la violenza efferata contro una persona.

Di conseguenza la vera vittima sarebbe Dio e il peccatore (che sotto sotto per certa cultura è anche il bambino… che induce in tentazione quel sant’uomo del sacerdote) secondo la visione degli appartenenti al clero, deve rispondere alla persona che rappresenta l’Altissimo in Terra (il papa), e non alle leggi della società civile di cui fa parte. E qui sta un’altra intuizione del “nostro” Francesco: di tutto questo non tiene conto lo Stato italiano nel tenere in vita il Concordato rinnovato nel 1984 con il Vaticano, sebbene dal 1996 in poi la nostra legislazione in materia di reati a sfondo sessuale sui bambini (e le donne) abbia fatto enormi progressi. Quali conseguenze questa cecità delle nostre istituzioni abbia sull’incolumità dei bambini che frequentano le parrocchie, gli oratori, i seminari minori e le scuole cattoliche è facile – purtroppo – immaginarlo. Ma per avere un riscontro concreto basta farsi un giro per il sito di Rete L’Abuso dove quel che accade in Italia è catalogato e documentato costantemente.

Una delle grandi battaglie di civiltà di Francesco Zanardi (e una delle tante battaglie che ci unisce) consiste nel chiedere l’abolizione del Concordato o per lo meno l’eliminazione degli articoli del trattato internazionale che regola i rapporti tra l’Italia e la Santa sede con l’imprinting di Mussolini, che hanno contribuito e contribuiscono a mantenere in piedi il muro di segretezza, omertà e complicità di cui parlavo prima, dietro cui si nascondono i gerarchi della Chiesa protettori dei sacerdoti pedofili (e/o pedofili essi stessi). Mi riferisco ad esempio all’eliminazione dell’articolo 4 – nel quale si dà facoltà ai vescovi di non collaborare con le nostre autorità – che segnerebbe la fine della limitazione formale e sostanziale all’attività della magistratura specie nei casi di pedofilia che hanno come sospettato un prete. Non sarebbe cosa da poco. Nel 2010 il magistrato irlandese incaricato da Dublino di indagare su decenni di scandali che avevano sconvolto la vita nell’isola disse a conclusione dell’inchiesta che la pedofilia è un fattore endemico nella Chiesa d’Irlanda. Una drammatica presa di coscienza in un Paese a tradizione cattolica che altrove non è stata fatta. Per esempio qui da noi dove sia Francesco che il sottoscritto, ciascuno con la propria competenza, abbiamo documentato l’esistenza di un “sistema” simile a quello irlandese: con picchi di inaudita diffusione negli ultimi 50 anni la storia d’Italia è attraversata da tragiche vicende di pedofilia clericale. Ma se proprio non si vuole ascoltare la voce di un sopravvissuto o quella di un giornalista allora andiamo direttamente alla fonte. A fine agosto del 2018 il gesuita tedesco Hans Zollner, membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori (istituita del 2015 da papa Francesco) e presidente del Centre for Child Protection della Pontificia università gregoriana, in un’intervista ad AgenSir, l’agenzia dei vescovi, ha significativamente dichiarato: «Troppi sacerdoti, tra il 4 e il 6 per cento nell’arco di 50 anni (1950-2000), hanno agito contro il Vangelo e contro le leggi». Zollner si riferiva agli scandali sugli abusi della Chiesa in Pennsylvania, tuttavia ha poi aggiunto: «Sarebbe stupido pensare che in altri Paesi come l’Italia non sia accaduto lo stesso». Per farsi un’idea delle dimensioni del fenomeno che ci riguarda tutti da molto vicino basti dire che in Italia risiede la più ampia popolazione ecclesiastica del mondo, circa 30mila persone. Quanto fa il 4-6 per cento di 30mila? E quante sono le loro vittime considerando che il profilo criminale di un pedofilo è equiparabile a quello del serial killer? Non a caso ci sono sacerdoti che hanno “confessato” anche 200 stupri.

Tra i preti italiani che negli ultimi 50 anni hanno agito indisturbati c’era anche l’aguzzino di Francesco. Il processo si è tenuto a quasi 30 anni dalla violenza e grazie alla prescrizione se l’è cavata con un solo anno di carcere. Io non sono un giustizialista ma penso che sia lecito affermare che una pena così lieve è inaccettabile (anche perché, se pure in carcere fosse stato curato, sicuramente in un solo anno non può essere guarito) ma quanto meno c’è stata una condanna. Lì fuori, in giro indisturbati, di pedofili con il collarino bianco ce ne sono ancora centinaia, forse migliaia. Cerchiamoli insieme a Francesco Zanardi e alla sua associazione. Denunciamoli, non voltiamoci dall’altra parte. Pretendiamo che non vengano nascosti e sottratti all’azione penale. Lo dobbiamo a lui, alle vittime, ai sopravvissuti. Lo dobbiamo fare affinché sempre più bambini possano vivere un’infanzia felice.

Federico Tulli

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