“Linee guida antipedofilia, specchietto per le allodole”. Intervista a una vittima di abusi

SAVONA-ADISTA. «Chiediamo alla Curia di Savona di risarcire il danno che abbiamo subito e che ancora paghiamo nelle nostre vite perché a suo tempo il vescovo ha protetto e consentito che don Nello Giraudo continuasse a compiere i suoi crimini». A parlare è Francesco Zanardi, presidente della Rete L’Abuso ed egli stesso vittima, ad undici anni, del prete pedofilo ligure. Adista lo ha intervistato.

Zanardi, come mai avete deciso di denunciare la Curia di Savona?

Abbiamo deciso di chiedere un risarcimento direttamente alla diocesi di Savona perché non ha impedito che un prete, che era alle proprie dipendenze, commettesse dei crimini. È un principio sancito dal secondo comma dell’articolo 40 del Codice penale: «Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo».

E come sarà possibile dimostrarlo?

Di fatto lo ha già dimostrato il gip Fiorenza Giorgia che nel 2012, illustrando la sentenza di prescrizione per il vescovo Dante Lafranconi, scrisse parole durissime: «la disposta archiviazione nulla toglie alla pesantezza della situazione palesata dalle espletate indagini dalle quali è emerso come la estrema gravità delle condotte criminose del Giraudo non fosse stata per nulla considerata; dai documenti, perfettamente in linea con l’atteggiamento omissivo del Lafranconi, risulta, è triste dirlo, come la sola preoccupazione dei vertici della Curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima e come principalmente (per non dire unicamente) per tale ragione l’allora vescovo di Savona non aveva esercitato il suo potere-dovere di controllo sui sacerdoti e di protezione dei fedeli. Altrettanto triste è osservare come, a fronte della preoccupazione per la “fragilità” e la “solitudine” del Giraudo e il sollievo per il fatto che “nulla è trapelato sui giornali”, nessuna espressione di rammarico risulta dai documenti agli atti a favore degli innocenti fanciulli affidati alle cure del sacerdote e rimasti vittime delle sue “attenzioni”».

Non è passato troppo tempo anche per questa causa civile?

La prescrizione scatta dopo cinque anni dall’accertamento del danno biologico subìto, cosa che è avvenuta nel 2013. Ma c’è la possibilità, a differenza del penale, di bloccare i tempi di prescrizione. Noi l’abbiamo fatto subito, e così oggi possiamo andare a giudizio.

L’entità del risarcimento richiesto è molto alta…

«La cifra di quasi 5 milioni di euro non è stata decisa dall’associazione né dalle vittime, ma dalle tabelle dell’Ordine dei medici che, sulla base del danno biologico diagnosticato da un esame peritale, ne regolano l’indennizzo. Il danno biologico è stato, purtroppo, per alcuni di noi, elevatissimo. Nel mio caso è stato stimato in 815.000 euro. In altri tre casi si tratta di bambini che all’epoca furono sottratti alle famiglie dai servizi sociali e affidati a don Giraudo.

Cosa pensa delle nuove linee guida antipedofilia della Conferenza episcopale italiana in cui è stato introdotto, per i vescovi, «l’obbligo morale» di denunciare un prete pedofilo alla magistratura?

È uno specchietto per le allodole. Non c’è mai stato, in Italia e nel resto del mondo, un vescovo che abbia denunciato un prete pedofilo alla magistratura. E non ci sarà nemmeno adesso, nonostante «l’obbligo morale» della denuncia.

Cosa avrebbe dovuto fare papa Francesco?

Due cose: eliminare il segreto pontificio ed ordinare ai vescovi di denunciare i preti pedofili alla Congregazione per la Dottrina della Fede, ma anche alla magistratura civile dei Paesi in cui l’abuso è compiuto. Parliamo sempre del monarca assoluto della Chiesa cattolica romana. Se non è in grado lui di imporre un ordine ai propri preti, chi può farlo?

https://www.adista.it/articolo/61597

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